<<Mamma sono arrivata>>.
Entro in cucina e la vedo seduta sul piccolo divano rosso, la guardo, non sembra neanche lei.
La mia mamma si chiama Teresa, in questa casa popolare vivevamo in tre fino a un anno e mezzo fa.
Eravamo la mia mamma, io e il mio papà.
Sì il mio papà, un uomo bellissimo, faceva il muratore, un anno prima di quel bruttissimo giorno lo licenziarono e non si riprese più.
Non riusciva più a trovare lavoro a causa della crisi economica, molte ditte avevano chiuso, i soldi della disoccupazione erano finiti, in casa entravano solo i soldi che prendeva mia mamma, una piccola pensione di invalidità e ultimamente prendeva anche l'accompagnamento.
Mamma era malata e da tre anni combatteva contro un male che piano piano l'ha letteralmente divorata. A niente era servita l'operazione, la chemio, la radioterapia, ormai il suo corpo era pieno di metastasi; era arrivata quasi al capolinea.
Papà era troppo stressato, il lavoro che non trovava, le bollette da pagare e la malattia di mamma, lo stavano uccidendo. Vedere l'amore della sua vita malato è stato un duro colpo.
Un giorno, dopo l'ennesima giornata passata fuori per trovare un lavoro,
arrivato a casa si accasciò a terra senza più rialzarsi, senza più aprire i suoi occhi.
Eravamo in cucina io e la mamma, stavamo preparando la cena, quando sentimmo la porta d'ingresso aprirsi e un botto.
Corsi e lo vidi a terra, e mi mancò la terra sotto i piedi. Non riuscivo a ragionare, non avevo pensieri, era come se il cuore si fosse fermato. Sentii le grida di mia madre che mi diceva di chiamare il pronto soccorso, ritornai in me e chiamai.
Furono minuti interminabili, quando arrivarono era come guardare un film, mi dicevo "è un incubo, adesso mi sveglierò e lui sarà in cucina seduto nel suo posto a capotavola, che con occhi innamorati guarda mia madre mentre scola la pasta".
E invece il mio incubo era appena iniziato.
Era ancora vivo quando lo portarono in ospedale, era ancora vivo quando ci dissero che era in coma irreversibile.
Eravamo io e lei, noi due sole, perché Sebastiano mio fratello più grande viveva a Acitrezza con sua moglie e i suoi figli, mentre Massimiliano che era un poliziotto, lavorava a Milano, lo avevano trasferito lì per un caso sottocopertura, ma aveva risolto il caso e domani sarebbe tornato a casa.
Max (come lo chiamavamo noi) viveva con il suo migliore amico e collega Luca qui a Torino.
Chiamai sia Seba (Sebastiano) che Max e raccontai loro di papà. Poi telefonai a Sara, che corse subito da noi in ospedale e infine chiamai la mia cosiddetta sorella Franca con cui litigai al telefono.
Passarono pochi giorni e tutto precipitò di più e papà morì lasciandoci un vuoto immenso e la rabbia di non averlo salutato l'ultima volta.
Da quel giorno è passato un anno e mezzo.
Continuo a guardare mia madre e a chiamarla, è diventata così minuta, fragile, è dimagrita tanto.
Mi avvicino
<<mamma perché non sei rimasta a letto?>>.
<<Betta sono sempre a letto, volevo alzarmi, non ci resisto più in quella camera, sono tanto stanca di stare male, stanca di essere un peso per te>>.
L'abbraccio e delle lacrime escono bagnandomi il volto, le do un bacio sulla guancia e la guardo
<<mamma non dirlo più! Io ho solo te, non sei un peso, io rifarei tutto da capo perché ti voglio bene, perché sei la mia mamma >>.
<<Betta hai lasciato la scuola di parrucchiera per stare dietro a me e lavori facendo le pulizie. Ti alzi la mattina alle quattro per mandare avanti la casa, per cosa tesoro mio? Ho rovinato la tua vita>>.
Scoppia a piangere ed io cerco di calmarla; <<mam...>> mi azzittisce parlandomi sopra con quella voce così debole, <<non esci, lavori e basta, porti me alle varie visite mediche, hai rinunciato al tuo sogno per me, quando non ci sarò più che farai amore mio? Non voglio che tu continui a soffrire>>, la stringo nuovamente a me e piangiamo insieme, sempre insieme io e lei.
<<Mamma per me non sei un peso e mai lo sarai, rifarei tutto da capo perché per me prendermi cura di te è un piacere e anche un dovere di figlia>>, prendo fiato e continuo a parlare <<tu e papà mi avete dato tutto e soprattutto mi avete amato tantissimo, quindi mamma non lo dire più ti prego, non sei un peso e mai lo sarai>>.
Mi guarda con gli occhi lucidi <<Ti voglio bene principessa>>
<<anch'io mamma tanto>>.
Laccompagno a letto e me ne vado in camera mia, mi butto sul letto e piango per me, per lei e per papà.
Dal tanto piangere alla fine mi sono appisolata; mi sveglia il suono del mio cellulare.
Chi poteva essere se non lei, la mia migliore amica Sara?
Conversazione telefonica :
" Sara ciao "
" Bella che hai? Ti sento strana "
" Quante volte devo ripeterti di non chiamarmi così? "
" Ed io quante volte devo ripeterti, che per me sei la mia bella? Mi piace questo nomignolo, è da quando avevi nove anni che ti chiamo così, quindi non scocciarmi.
Che hai? "
Mi mordo il labbro e non rispondo.
" Bella hai pianto? "
Mi esce un singhiozzo e ricomincio a piangere.
" Quindici minuti e arrivo ".
Lo sapevo, lei corre sempre da me, da quando ci siamo conosciute.
Ricordo ancora quel giorno; ero a scuola e come succedeva dalla prima elementare, dei bambini mi spintonavano, mi prendevano in giro, mi urlavano di essere una cicciona e di essere brutta.
Ero in terza elementare, non avevo amici, nessuno mi invitava ai compleanni, nessuno giocava con me; ero seduta al banco di classe sola, perché non volevano starmi vicino. Tutto questo mi faceva stare male, ma non dicevo nulla e mi isolavo sempre più.
Quel giorno quando la conobbi sembrava una eroina dei fumetti.
Eravamo in corridoio durante la ricreazione e come al solito io ero appoggiata al muro e mangiavo un Kinder paradiso, guardavo gli altri bambini giocare e altri parlare, in un attimo mi trovai a terra, circondata dai soliti bulletti: Francesco, Fabio e Giorgia. Mi prendevano in giro e dicevano che ero uno scherzo, perché non poteva esistere una bambina brutta come me.
In un attimo vidi Francesco, il capo dei bulletti, a terra che piangeva e si teneva la gamba stretta a sé, poi vidi una mano tesa verso di me che mi invitava ad alzarmi, due occhioni color nocciola mi guardavano, era come se mi leggessero dentro, afferrai la sua mano e dal quel giorno non ci siamo più lasciate.
Sento il suono del campanello e penso
"è arrivata" sorrido, e asciugo gli occhi, apro la porta e due braccia mi avvolgono teneramente ma con forza.
Non c'è mai stato bisogno di tante parole tra di noi, ci siamo sempre capite subito con un solo sguardo, lei sa tutto di me ed io di lei.
Ci sediamo in cucina sul divano rosso e mi guarda, mi accarezza, vorrebbe alleviare il mio dolore, e cancellare la paura che legge nei miei occhi, sa che ho paura di perdere mamma, sa quanto mi senta impotente davanti a questa malattia che piano piano me la sta portando via.
Non dice niente, mi culla tra le sue braccia.
Poi sentiamo dei passi provenire dal corridoio.
<<Mamma perché non mi hai chiamata? Ti avrei aiutata ad alzarti >>.
Ci alziamo io e Sara avvicinandoci a lei.
<<Teresa come ti senti oggi? >>
Sara si avvicina più a lei e le da un bacio con lo schiocco; sa che la fa ridere, quando la bacia così.
<<Ho riposato un po', adesso mi sento meglio>> e poi continua guardandola,
<<Sara mi faresti un favore?>> le dice mia madre.
<< Dimmi>>
<<trascineresti questa mia figlia fuori qualche sera lontano da questa casa e dalla mia malattia per vivere un po'?>>
Alzo gli occhi e sbuffo.
<<Mamma non incominciare per favore, io non ti lascio per andare a divertirmi, non mi chiamo Franca, io sono Elisabetta>> dico con un po' di acidità; me ne pento subito dopo quando vedo il suo sguardo intristirsi.
<< Scusa mamma>>.
Lei mi sorride.
Ed ecco che la mia cara amica se ne esce con una novità.
<<Infatti ci sarebbe una cosa che le volevo chiedere da qualche giorno, ma sa già che con sua figlia non si può parlare di uscire>>, dice guardandomi.
<<Sara finiscila per favore, ti ho detto che non vengo, non posso lasciarla da sola>>.
Mia madre allora si intromette dicendo:
<<Sara dimmi dove volevi portarla>>
Io: <<Sara stai zitta>>
Sara : <<allora i miei sono stati invitati alla festa di compleanno a casa di un amico di famiglia.
La mamma di questo amico di mio padre compie gli anni e il figlio organizza una festa per lei, volevo portare Elisabetta con me, ma non vuole>>.
Mia madre mi guarda e poi si volge verso Sara <<Sara tranquilla mia figlia verrà con te, io starò bene, mi farà compagnia Clotilde la mia amica, visto che i figli sono partiti per un breve viaggio, è sola e le chiederò di stare con me, vuole bene sia a me che a Betta>>.
<<Mamma non ci andrò, non ti lascio e poi mi sentirei solo a disagio.
Cosa c'entro io con una festa? Cosa c'entro con le persone eleganti e belle? Mi guarderanno dall'alto in basso e poi sentirò il borbottare delle belle donne che mi prenderanno in giro>>.
Sara : <<Allora tu sei bella punto primo. Poi ci sarò io accanto a te, quindi finiscila, sei meglio di molte donne che si atteggiano a essere qualcuno, e se sono quello che sono devono ringraziare i propri mariti che hanno il portafoglio pieno di soldi>>.
Io: <<voglio proprio evitare questo, non ti divertirai se ci sarò io, e poi non ho niente da mettere di elegante>> dico guardandola.
Sara: <<non lo dire. Non devi preoccuparti, e poi io senza di te non mi diverto da nessuna parte>>, mi dice guardandomi con gli occhi lucidi.
Mia madre ci guarda, ci abbraccia e poi insieme mi dicono : <<Allora?>>
Io: <<vedremo>>, ma loro mi guardano con lo sguardo di vittoria.
"Come farei senza loro due? Sono le persone più importanti della mia vita" penso.
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Non lasciarmi sola (completata)
RomanceElisabetta è una ragazza che per i suoi 18 anni ha sofferto tanto e questo l'ha resa più matura. Ultima di quattro figli, ha un legame molto forte con i suoi genitori. Non ha un carattere forte, ed è molto fragile. Il dolore sarà una sua compagnia...
