▪Matilde
"Voglio essere su quei scaffali"
"Quali scaffali?"
"Voglio che qualcuno mi capisca"
"Ma quali scaffali?"
Non parlo mai con nessuno.
Mi siedo sulla finestra e guardo fuori.
Sono a scuola all'intervallo, da sola nel laboratorio di arte.
Mi piace molto come materia, disegnando riesco ad esprimere ciò che con le parole non riesco a dire.
Mi capita spesso che con la mia estrema timidezza non riesca mai a farmi capire, sarà il mio tono basso e pacato, sarà che non ho argomenti interessanti da proporre.
A volte mi urlano addosso di parlare, di dire qualcosa, ma è come se fossi muta non riesco a pronunciare una sillaba se mi chiedono di parlare a sforzo.
Mi guardo intorno il laboratorio è pieno di disegni appesi al muro, pieno di colori, quando c'è lezione le mani di tutti si sporcano, ma quando disegnano sai che sono sinceri.
Faccio l'artistico e dire che il disegno sia il mio futuro è surreale, ma so bene perché sono qui.
Sin da piccolina mentre gli altri bambini socializzavano e giocavano con gli altri al parco, io raccoglievo diverse foglie e a casa le incollavo su un quaderno.
Mia madre spesso mi sgridava, "ma cosa porti le foglie a casa che mi sporchi tutto? Le foglie devono stare fuori all'aria aperta", non mi capiva.
Le foglie per me erano una seconda possibilità, con il fatto che erano cadute a terra io pensavo al divorzio dei miei.
Ero quella foglia caduta dall'albero che veniva calpestata da persone più grandi, ma ero grande se aiutavo ad alzare le altre foglie.
Deve essere stato strano per loro assumere ad un certo punto un'altra forma, un altro colore, forse anche io con loro cambiavo.
Un giorno tornata a casa non trovai più il mio quaderno dei disegni, lo cercai dappertutto disperata.
Prima sulla scrivania, poi sotto il letto.
Prima nell'armadio, poi nello zaino di scuola.
Prima sulla scrivania del computer, poi tra i libri di scuola.
Niente.
"Mamma hai visto il mio quaderno dei disegni?"
"Si, l'ho buttato"
"Perché?"
"Era una cosa orribile da vedere, tutte quelle foglie secche e pasticciate"
"Come al solito non capisci mai niente, grazie"
Mi chiusi in camera e da quel giorno non riuscì più a parlare con nessuno, neppure con lei.
Avevo 10 anni.
Ora solitamente disegno persone, persone che sono felici o terribilmente tristi.
Non hanno una via di mezzo perché io non so mai da che parte sto e da che parte mi hanno messo gli altri.
Una volta mi disegnai dentro una scatola, questa scatola di cartone era il mio modo di essere : chiusa, estroversa, sempre con la testa altrove, mentre se mi guardavi da dentro la scatola notavi che ero così solare che mi mettevo a parlare con i fiori a terra e le farfalle mi giravano intorno, come quando da bambina bastava che mi si posasse una di queste sulla spalla per suscitare lo stupore di tutti gli altri bambini.
"Guarda ti si è posata addosso"
"Stai ferma se no vola via"
"Ma è bellissima vista da vicino"
"Non vi avvicinate, se no scappa"
"La posso toccare?"
"Secondo te mi si posa sul dito?"
"Non è mica un pappagallo"
"È così carina, bianca e leggera"
I bambini riuniti intorno a me erano così curiosi, ma io quando ero al centro dell'attenzione mi trovavo a disagio, quindi alzavo leggermente la spalla per farla volare via.
"No bambina farfalla, perché hai fatto scappare la tua amica?"
"Se io fossi in lei volerei libera senza appoggiarmi a nessuno"
"Magari era solo stanca"
"Troppo fragile"
"Perché?"
"Non sai che le farfalle hanno una vita breve?"
"No, non lo so"
"Ecco, vatti a studiare le farfalle"
Poi decisi che non sarei più stata la farfalla timida del gruppo, ma che avrei provato ad aprire le ali, decisi di aprirmi con gli altri.
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Addio fottuti pensieri
Romance[STORIA COMPLETATA] {Lesbian Story} [In questa storia sono presenti molti pensieri, spero non vi annoi] Beatrice é una ragazza che é stanca della sua vita, odia la sua solita monotonia, non sopporta la sua famiglia e la scuola che frequenta. Per s...
