70- Niente di cui preoccuparsi

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P.O.V.
Samuel

Non ricordavo simili posate affiancate al suo preferito servizio di porcellana e forse il motivo è perché io e lei abbiamo mangiato pochissime volte insieme, allo stesso tavolo di casa.
Il manico della forchetta è in puro avorio, forse un dono del padre che lo commercia illegalmente, il che rende ancora più difficile il pensiero di far arrivare un pezzo di cibo alla bocca. L'argento, appesantito da quel materiale di sbagliata appartenenza, fanno pesare una semplice forchetta al pari di una tonnellata, cosa che la fa inclinare verso il basso molte volte, in una carestia continua.
Ad ogni modo, tale utilizzo di un novizio esemplare scenico offre la traduzione all'importanza che questo momento possiede: noi due, di nuovo insieme. Sotto lo stesso tetto di un posto che mi è totalmente estraneo.

«Perché non siamo alla villa, Dalia?»

Da dietro il suo calice di vino rosso, la mia quasi moglie sorride cercando di esprimersi con il contegno che la caratterizza.

«Abbiamo avuto degli screzi con la polizia, ultimamente, ma niente di cui ci si debba sul serio preoccupare.»

«Hanno trovato la vostra dimora?»

Un piccolo lampo le passa negli occhi, come acceso dal fervore scaturito dalle mie parole.

«Qualcuno deve aver parlato ma non mi interessa, dal momento che non si tratta di te. Tu sei dei nostri.»

Sorrido. «Al cento per cento.»

Maneggia in una mano il coltello e nell'altra la forchetta, e con essi affetta un sottile strato di carne che macchia di sangue il piatto a causa dell'azione.

«Perché sei tornato da me?»

La sua voce lo sussurra, lasciandomi confuso nel riferirle la mia risposta.

«Te lo avevo promesso...»

«Ma sono passati molti anni, Attila. Perché sei voluto tornare?»

«Perché ti amo.»

I suoi occhi si sollevano, valutando la veridicità della mia risposta. Mantengo il suo sguardo, accorgendomi di quanto non sia affatto difficile farlo, al contrario di quanto, a un tratto, sembri pensare lei, tornando con l'attenzione al suo piatto.

«Già... tu mi ami...»

Qualcosa nella sua rinunciata affermazione mi mette in allerta dandomi così il coraggio di stabilire la netta linea di dolore oltre il quale non dovremmo spingerci.

«Dalia, guardami... ho ammesso di non essere entrato in chiesa, il giorno del nostro matrimonio, ma di essere venuto da te, anche solo per vederti. Non potevo sposarti con le voci che circolavano su di me, ti avrei messa a rischio... di che cosa hai paura?»

Per un lungo attimo, rimanendo con lo sguardo appena sollevato verso di me mentre la sua testa continua ad essere china, analizza il mio volto quasi bagnandosi dentro un mare di tristezza dal quale si offre da sola la salvezza: il salvagente di un sorriso, una certezza che tenta di scacciare via tutti i miei dubbi.
La Dalia piena di forza è tornata da me e sembra decisa nel non volere più avere niente a che fare con i dubbi.

«Non ho paura di niente, io.»

Mio malgrado arrivo a sorriderle, dopodiché passo lo sguardo intorno.
Ci stanno servendo dei camerieri e alla porta ci sono solo due guardie. Per il resto la casa è estremamente silenziosa, troppo, rispetto ai ricordi del mio passato.

«Siamo solo noi, qui?»

«Vuoi sapere di quante guardie dispongo?»

No, non mi interessa. «Dove è William, Dalia?»

Fumo negli occhiLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora