1. Flashback

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Sulla temibile e gigantesca nave pirata "Moby Dick", c'era un'atmosfera carica di attesa mentre l'equipaggio si preparava per la prima avventura in compagnia di un nuovo membro definitivo.
Il capitano Barbabianca, patriarca poco severo, ma rispettato, aveva recentemente reclutato un nuovo uomo di nome Ace tra le sue fila.
Ace, con i suoi capelli neri arruffati e gli occhi vivaci che brillavano di sfida, non era tipo da seguire le regole. Appena arrivato a bordo, sperando di ottenere maggior prestigio, aveva provato a uccidere l'imperatore dei mari più e più volte, cedendo infine alla sua richiesta di entrare a far parte in pianta stabile dell'equipaggio.
Era una testa calda nel vero senso della parola, visto che aveva mangiato il frutto rogia che gli donava i poteri del fuoco e con quello si era fatto notare da Barbabianca che lo aveva preso con sé insieme ai membri della sua precedente ciurma.

Kushina era una dei figli del capitano, con i suoi lunghi capelli neri e lo sguardo deciso, era una presenza rispettata e amata sin da quando era stata portata piccolissima nella grande famiglia adottiva che il padre biologico aveva voluto crearsi. Cresciuta tra i pirati, sapeva come far valere la sua autorità quando necessario e quando seppe che Ace sarebbe rimasto a bordo, senza alcun tipo di punizione per quello che aveva provato a fare, le si chiuse la vena e, appresa la notizia, benché di temperamento calmo, corse ad affrontarlo.

Il primo incontro tra Ace e Nina avvenne sul ponte principale, sotto il sole cocente del mezzogiorno, mentre Ace, con un sorriso sornione, stava discutendo con un altro membro della sua famiglia di nome Satch. Quello fu il momento in cui incrociò lo sguardo ambrato e minaccioso di quella donna minuta. Nonostante la sua giovane età, lei emanava un'aura di autorità che lo irritò subito a prima vista.
«Chi credi di essere, nuovo arrivato?» Gli chiese con voce tagliente, avvicinandosi con passo deciso verso di loro.
Ace la guardò con un misto di sorpresa e sfida.
Satch sgranò gli occhi.
«Non mi piacciono le persone che si credono superiori agli altri solo perché hanno un nome da proteggere, ragazzina.»
Sapeva benissimo chi era lei e non sembrava avere intenzione di farsi mettere i piedi in testa, tipico di un ex-capitano.
Le parole dell'uomo fecero increspare la fronte della donna, che scoppiò successivamente in una risatina di scherno.
«Qui non ci sono privilegi, bamboccio. Rispetta le regole della nave e non avrai più che fare con me.»
«Le regole sono fatte per essere infrante.»Ribatté lui, con un ghigno di sfida.
La discussione si intensificò rapidamente in un acceso litigio, con parole taglienti scambiate da entrambe le parti. Era evidente che Ace non avrebbe accettato gli ammonimenti senza una replica e Nina non aveva intenzione di cedere un centimetro nella difesa de padre e dell'integrità della ciurma. Non poteva fidarsi di un potenziale assassino tra i suoi e intendeva intimidirlo oltre che metterlo alla prova.

Il capitano, disturbato dagli schiamazzi e prontamente avvisato da Tatch, intervenne prima che la situazione potesse degenerare ulteriormente.
La sua stazza colossale e la sua voce profonda erano terrificanti per tutti e se non fossero bastate quelle aveva la sua temibile arma con sé.
Richiamò entrambi all'ordine con il suo tono autorevole.
«Abbiate rispetto per la mia nave e per il vostro vecchio.» Impose secco.
Nina e Ace si guardarono intensamente con astio, sopprimendo all'istante ogni rivalità tra loro.

Dopo il loro acceso primo incontro, il clima a bordo della nave era diventato teso. Ace e Kushina, entrambi testardi e determinati, si erano evitati per diversi giorni, mantenendo distanze caute mentre continuavano a svolgere i loro compiti a bordo.
Una sera, durante una calma piatta al tramonto, Ace stava riparando in solitaria alcune vele sulla coperta principale quando sentì dei passi avvicinarsi. Voltandosi, vide Nina, con una luce dorata che illuminava i suoi lunghi capelli neri.
«Ragazzina.» Disse Ace, con un tono più calmo rispetto al loro primo incontro, squadrandola brevemente da capo a piedi.
«Ti aiuto.» Si propose lei a denti stretti.
«Non importa faccio da solo.» Declinò lui gentilmente.
«Non hai capito, devo farlo: mi ha costretto mio padre.» Gracchiò infastidita, sedendoglisi a fianco e afferrando un lembo di vela.
«Vuole che tu ripari queste?» Domandò sinceramente stupito.
«Ma no idiota! Vuole che collaboriamo per riconciliarci.» Sputò, iniziando a tirare fuori dal marsupio marrone che aveva in spalla l'occorrente cucire i punti strappati.
«Non mi sembri molto felice.» Commentò inclinando la testa coperta da un cappello arancione.
«Ma certo che lo sono! Mi piace fraternizzare con gli idioti che tentano di uccidere il mio genitore un giorno sì e l'altro pure.»
«Oh meno male.» Sospirò lui rincuorato e prima che lei potesse spiegargli e insultarlo di nuovo, lui continuò:
«Scusami se sono stato così odioso.»
Nina si fermò in ciò che stava facendo, guardandolo con un misto di sorpresa e cautela.
«La prossima volta potresti pensarci prima di attentare alla vita dei capifamiglia della gente.» Osservò acidamente.
Ace non colse la passivo-aggressività di quella frase e annuì lentamente.
«Hai ragione.» Concordò.
I due giovani pirati rimasero in silenzio per minuti interi concentrati ad aggiustare quelle vele, mentre il rumore del mare calmo circondava la nave come un manto tranquillo.
Ogni tanto si lanciavano qualche occhiata vicendevolmente e quando per sbaglio incrociavano gli sguardi, scoprendosi a scrutarsi, chinavano di nuovo il capo su quel noioso lavoro.
Nina cuciva sapientemente e senza fatica quell'ampissimo pezzo di telo candido, Ace era imbranato come pochi e non faceva altro che bucarsi le dita con l'ago e imprecare.
«Tieni.» Gli disse la donna a un certo punto, porgendogli un ditale da cucito in ottone senza guardarlo.
Era davvero bello, il suo naso era leggermente aquilino e sopra ostentava un'adorabile spruzzata di lentiggini, le sue mani grandi e venose trafficavano disordinatamente con i fili legati a quella vela che si era appoggiato sulle lunghe gambe incrociate e sul ventre nudo, tonico e muscoloso che si muoveva a ritmo del suo respiro.
«Che è?» Le chiese prendendo l'oggetto tra due dita.
«È un ditale, con questo non ti pungi. A me non serve.» Gli rispose continuando a tenere la testa bassa sul suo lavoro.
«Oh ecco qui, ma poi come faccio?» Disse lui scoraggiato.
Nina lo guardò, aveva l'espressione del capitone a Natale mentre confuso provava a cucire con il ditale infilato sopra l'ago.
Alla donna comparse una vena in fronte, ma prese un bel respiro e evitò di insultarlo come avrebbe voluto.
Mordendosi la lingua, gli strappò nervosamente l'oggetto dalle mani, gli afferrò la destra e glielo ficcò sul dito medio.
«Così.» Decretò.
«Ma come...» Provò a cucire. «Ohhh.» Fece di sorpresa.
«Hai visto? Non ci voleva molt-» Non finì la frase che, osservandolo di nuovo e in procinto di vantarsi, si accorse che l'uomo si era addormentato di botto in quella posizione.
Nina non ci vide più e gli tirò un pugno intriso di haki in testa, così forte da far risuonare le assi di legno sulle quali erano seduti.
«Che succede!» Urlò l'uomo terrorizzato.
Gli occhi di Nina si erano trasformati in due pozzi di ira.
«Niente.» Gli rispose con malcelata furia.
«Devo essermi addormentato, a bucarmi restavo sveglio. Mamma mia che mal di testa, quanto ho dormito?» Disse togliendosi il cappello e massaggiandosi lì dove Nina gliele aveva suonate.
«Non ci ho fatto caso.» Replicò la donna velenosa.
«Hai visto che a stare zitta succedono cose belle? Mamma mia come sono riposat-» Non riuscì a concludere, perché un altro cazzotto, più forte del primo gli piovve inesorabile sul cranio dolorante.
«Non sono cose da dire, idiota!» Esclamò con un sorrisetto sadico.
«Ahia. Ma sei matta? Come cazzo fai a colpirmi?» Gridò disperato con le mani in testa e gli occhioni neri pieni di lacrime.
La donna scoppiò a ridere.
«Non ridere e dimmi come hai fatto! Mamma mia che dolore.» Seguitava a piangere, sembrava veramente confuso e impaurito. Nina si placò e mutò espressione, inclinando il capo lo guardò intenerita mentre questi piangeva come una fontana.
Fece per appoggiargli una mano sulla botta, ma l'uomo si tirò indietro terrorizzato.
«Non toccarmi strega!» Le intimò con occhi che ardevano di rabbia.
«Nessuno ti aveva mai colpito da quando l'hai mangiato?» Domandò lei calma ritraendo la mano.
«No.» Singhiozzò umiliato, mettendosi la testa tra le gambe.
«È bene che sia stata una tua compagna allora. Dobbiamo spiegarti due cosette.» Gli sorrise dolcemente, mentre tirava fuori un pacchetto di sigarette dalla tasca del suo lungo abito svasato.
«Vuoi?» Fece per offrigliene una.
L'uomo tirò su con il naso e la guardò mentre si asciugava il viso con le grandi mani.
«No. Insegnami!»
Nina sorrise di nuovo gentilmente e si accese una sigaretta.
«Tempo al tempo.» Replicò divertita.
«Domani!» Si impuntò lui con determinazione.
«Domani, se sarai gentile.» Concordò lei rilassata sbuffando una nuvola di fumo bianco.
«Io sono sempre gentile.» Disse piccato.
«Non mi sembra proprio!» Protestò la donna ad alta voce con i denti aguzzi e agitando un altro pugno in aria.
Ace si parò la testa d'istinto e chiuse gli occhi.
«No no no.» Mugolò impaurito, con un'altra lacrima pronta a scendere.
Nina scoppiò di nuovo a ridere di gusto, reggendo la sigaretta tra due dita. Ace la guardò prendersi gioco di lui, un uomo grande e grosso con il naso pieno di moccio e la lacrimuccia al lato dell'occhio . Normalmente si sarebbe infuriato a più non posso, ma c'era una sottile ironia in tutto ciò che riuscì in parte a cogliere e poi lei era stupenda quando rideva. Non sapeva se fosse il colpo che aveva preso a rintontirlo, ma pensò che gli sarebbe piaciuto farla ridere per sempre.
La guardò imbambolato tornare lentamente alla serietà e non dovette attendere prima che dicesse qualcosa.
«La forza di una nave non sta solo nelle vele e nei cannoni, ma anche nell'armonia tra i suoi membri. La gentilezza è importante, vedi di ricordartelo.»
«Tu non sei stata molto gentile.» Protestò lui, giocando nervosamente con la vela che aveva in grembo.
«Tu nemmeno.» Lo rimproverò.
Restarono in silenzio per qualche istante senza guardarsi, poi si sorrisero e si porsero la mano.
«Ti chiedo scusa.»
«Anch'io ti chiedo scusa.»
Si fecero eco mentre si scambiavano una lunga stretta in segno di tregua.
Era solo l'inizio di una relazione tra due anime ribelli destinati a condividere avventure, sfide e, forse, persino un legame più profondo.

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