Il senso di smarrimento travolse la ciurma nell'istante esatto in cui l'immagine della morte del padre si parò loro di fronte più cruda che mai.
Sapevano che era malato, ma per l'uomo più forte del mondo il trapasso non sembrava un'opzione realistica, eppure lo videro tutti accadere.
L'uomo che li aveva salvati, curati e accolti aveva spirato senza che nessuno facesse niente, senza che né il mondo né la battaglia si fermassero e poi la beffa: la sua salma ancora eretta era stata profanata da Teach. Teach che aveva navigato con quella flotta per anni e per anni aveva condiviso con loro pasti, sogni e desideri; adesso ghignava orribilmente con un'espressione irriconoscibile in volto e usava il potere del frutto Gura Gura, il frutto del diavolo appartenuto all'uomo che una volta rappresentava la sua famiglia e adesso era divenuto solo un mezzo per il potere.
Nella cabina affollata e umida, male illuminata da un oblò e dalla luce che veniva dalla porta lasciata aperta, nessuno aveva gli occhi asciutti e l'unico suono udibile erano i singhiozzi strozzati di un nucleo familiare che ha perso il suo patriarca nel peggiore dei modi.
Le trasmissioni erano interrotte da molti minuti, ma non osavano più prendere la parola nemmeno per un insulto a Gordo né guardare in faccia i propri compagni; impastato con il dolore della perdita aleggiava un interrogativo disperato: adesso che si fa?
Se lo chiedevano tutti, ma non uno tra loro si azzardò a manifestare il proprio dubbio a parole, nessuno avrebbe potuto, in quanto avrebbe significato ammettere che la loro guida era veramente persa per sempre e non avevano ancora la forza di realizzare il concetto a pieno.
Se dapprima si erano sistemati ordinatamente, adesso molti erano riversi a terra con la testa tra le gambe, altri si abbracciavano, alcuni si erano alzati e avevano il volto tra le mani, altri ancora erano usciti sul ponte, come se poi allontanarsi fisicamente da quelle scene le rendesse meno reali.
Nina era tra questi, era fuggita a fumare per qualche minuto già al decesso di Little Oars jr, ma dopo quello di Ace non era più riuscita a rientrare e seguiva la narrazione affacciata alla porta, con la bimba in braccio e gli occhi annebbiati dal pianto.
Aveva sfondato il pavimento ligneo del ponte con un calcio e sarebbe stata in grado di fare a pezzi l'intero vascello se la figlia non si fosse ridestata in lacrime per lo spavento.
Con la sua stessa morte nel cuore, dondolavano tutti in giro per la nave come fantasmi, senza mai trovare una postazione antalgica nella quale non avvertissero dolore.
Nemmeno coloro che si abbracciavano parevano giovarne, ma Nina volle ugualmente assecondare il desiderio di stringere forte a sé la figlia dormiente, come se aggrapparsi a lei fosse l'unico modo di respirare e per qualche istante ci riuscì, almeno finché un tonfo sordo non le mozzò di nuovo il respiro.
«Comandante!» Urlò qualcuno da poppa con voce nasale e incerta.
Nina si tirò su e, con un peso sul petto che era il doppio unito a quello della bimba, si diresse verso la direzione del richiamo.
Era convinta di essere pronta a tutto, anche ad affrontare un ammiraglio e fallire, un po' ci sperava a dire il vero: morire avrebbe significato smettere di sentire.
«Marco.» Disse alla vista del comandante della prima flotta, con un tono così vuoto che pareva provenire dall'oltretomba.
Il ragazzo non disse una parola, ma appena lei gli si parò davanti, le andò in contro e la strinse forte in un lungo abbraccio che non potette ricambiare perché ancora teneva la figlia.
Quando si guardarono nuovamente in faccia, Marco piangeva in modo incontrollato.
«D-devi venire v-via di qui.» Singhiozzò. «L-lui ha c-cantato san-no tutto.»
«Chi ha cantato? Che stai dicendo?» La donna era preoccupata, ma la sua voce laconica non lo dava a vedere.
«T-teach.» Il comandante tirò su dal naso. «Ha v-vuotato il s-sacco, così l-la Marina s-sapeva che p-papà è...» Non riuscì a concludere e scoppiò di nuovo in lacrime.
«Per questo hanno voluto la guerra.» Osservò Nina sempre con tono innaturalmente piatto.
«S-sanno anche d-di te, di l-lei... d-devi andartene.»
Le cinse le spalle con le mani e la guardò.
I suoi begli occhi ambrati erano vuoti e spenti, iniettati di sangue e tanto gonfi da sembrare macigni. I capelli ricci erano raccolti da un mollettone, ma questo non le aveva impedito di tirarsi via alcune ciocche e il suo incarnato- già pallido di suo- aveva raggiunto punte di grigio.
A quelle parole la donna avvampò di rabbia.
«Dove cazzo dovrei andare? Me lo spieghi?» Gridò spingendolo via da sé.
L'uomo sgranò gli occhi infossati e aprì la bocca, ma non riuscì a dir nulla perché Nina lo anticipò: «È appena morto nostro padre e tu mi chiedi di lasciare la famiglia?»
Aveva ricominciato a piangere anche lei con lacrime che credeva di avere esaurito.
«L-l'ho detto p-per te.»
«Per me posso restare.»
La bimba tra le sue braccia si stava agitando, Nina la osservò.
«P-per lei?» Domandò l'uomo.
La donna si sentì sprofondare e cadde in ginocchio, singhiozzando sempre più forte.
«N-non possiamo p-proteggerla, s-sanno dove s-siamo.» Asserì Marco, tirando di nuovo su col naso.
«Marco non posso...» Parve vomitare queste parole, tanto era strozzata la sua voce. «Siete tutto ciò che mi resta.»
Il comandante si sedette al suo fianco e la cinse di nuovo, dopodiché con le lacrime che non volevano fermarsi le disse: «È l-lei tutto c-ciò che ti res-ta.»
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The worst generation
Fiksi Penggemar"Hai fame di vita quasi quanto hai fame di morte." Kushina è una donna, una combattente, una figlia, una madre, una moglie. Il suo passato non le permette di rispecchiarsi a pieno in nessuno di questi ruoli, eppure le appartengono e lotterà contro g...
