🗣️67. Voci

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Si raccontava di quei giorni come di un mare in tempesta che aveva travolto ogni cosa, lasciando dietro di sé solo silenzio e macerie.
La battaglia su Onigashima, dicevano, era stata come il tuono che squarcia il cielo prima del diluvio, un urlo feroce che ancora echeggiava nei ricordi di chi vi aveva preso parte.
Una vera e propria rivoluzione era avvenuta sia per gli abitanti del luogo, tiranneggiati per anni dal crudele imperatore, sia per gli equilibri di forza stravolti tra i pirati del Nuovo Mondo.
La notizia correva veloce di bocca in bocca, dai Visoni tornati alle foreste di Zou ai samurai che ora calpestavano le verdi pianure di Wano con un animo libero.
«Kaido è caduto.» Si diceva sottovoce, come fosse un sacrilegio pronunciare il suo nome, per paura che il suo spirito potesse di nuovo risalire da quell'abisso in cui era stato gettato.
Si raccontava che Monkey D. Luffy, con i pugni incendiati da una volontà più calda del magma, avesse dato il colpo di grazia all'Imperatore, dopo che Law e Kid lo avevano indebolito con colpi chirurgici e devastazioni meccaniche.
Il cielo, dicono, si era aperto al loro ultimo assalto e l'aria aveva risuonato a ritmo di tamburi.
Di Big Mom si mormorava che fosse stata trascinata nelle profondità dell'inferno da una combinazione di ingegno e disperazione: Kid, con i suoi arnesi di metallo urlanti e Law, con le sue lame che laceravano lo spazio stesso, ce l'avevano spedita senza troppe cerimonie.
La terra aveva tremato quando il suo corpo colossale si era inabissato, come se Onigashima stessa avesse tirato un sospiro di sollievo.
Ma c'era chi ricordava anche le vite spezzate, come quella di Izo, il samurai pistolero, che non si era mai piegato fino all'ultimo respiro. Si dice che fosse caduto con il viso rivolto verso il cielo, come per contemplare una libertà che aveva aiutato a conquistare.
«Un uomo d'onore.» Lo avevano definito i sopravvissuti, abbassando la testa mentre ne parlavano in segno di rispetto.
La figlia di Kaido, ricordata come colei che non si era mai tirata indietro, aveva spezzato le catene dei suoi aguzzini e quelle imposte dal suo sangue.
«Una guerriera, una vera Kozuki.» Le avevano riconosciuto i samurai, ammettendola finalmente come una di loro.
Di Orochi si parlava come si parla di un fantasma ormai scacciato.
La sua fine era stata rapida e brutale, per mano di colei che aveva sopportato il peso delle sue crudeltà per troppo tempo. Il fuoco che lo aveva divorato, dicevano, era stato alimentato dalla stessa fiamma che ardeva nei cuori di coloro i quali avevano sempre  bramato la sua fine.
Infine, Nina: il suo nome si mormorava con rispetto e pietà. Si diceva avesse combattuto con furia e grazia, come una farfalla che danzava in mezzo alle fiamme. Il suo soprannome "La macellaia" era stato definitivamente fatto cadere nell'oblio.
L'avevano tutti sentita urlare e vista piangere per Izo, il fratello che aveva tanto amato e- dicevano- chiunque riuscisse a covare un sentimento tanto profondo da disperarsi a tal punto, non poteva meritarsi un nomignolo tanto spietato.
Wano era libera, ma la libertà non era giunta senza cicatrici.
L'isola di Onigashima portava ancora i segni dei combattimenti, il suolo appariva così annerito e screpolato che pareva voler collassare in ogni momento.
C'era chi giurava che, nelle notti più fredde, si potesse ancora sentire l'eco dei colpi di katana e delle urla di guerra.
Ora che tutto era finito, era rimasto solo il silenzio e in quel silenzio, la speranza di un nuovo giorno che si levava su Wano, uno in cui i campi sarebbero tornati a essere verdi e le risaie a essere piene.
Il ricordo della sofferenza passata, tuttavia, non avrebbe mai potuto svanire completamente: sarebbe rimasto inciso nella terra, nelle storie, e nei cuori di chi avrebbe vissuto per raccontarlo.

Mentre il popolo parlava, i protagonisti dell'impresa erano occupati a riprendersi dalle ferite e alla prima occasione buona non avevano esitato a organizzare un banchetto coi fiocchi.
La sala grande del castello della Capitale Fiorita pulsava una nuova vita. Le torce fissate alle pareti proiettavano ombre danzanti sul curato pavimento ligneo, quel bagliore caldo accentuava i toni dorati delle pietre e il rosso profondo delle decorazioni.
L'aria era satura di profumi avvolgenti: la carne arrostita emetteva un aroma irresistibile, il riso appena cotto aveva un sentore dolce e il sakè scorreva abbondante, con il suo profumo pungente che si mescolava al resto.
Nina sedeva accanto a Law, con in braccio Kiki che osservava i figuri attorno a sé con occhi spalancati, curiosi e innocenti. L'uomo con il suo tipico cappotto nero decorato da un motivo giallo, aveva i capelli scomposti ma puliti. Le bende sulle mani si intravedevano quando portava il bicchiere alla bocca, e il suo sorriso era un raro momento di leggerezza mentre osservava i compagni.
La piccola stringeva un pezzo di frutta tra le mani, un rivolo di succo le grondava dal mento e Nina glielo asciugò con dolcezza.
Law aveva abbandonato il suo aplomb composto e distaccato, lasciandosi andare a battute di spirito e febbre magereccia.
Nina aveva ancora gli occhi gonfi di sonno e di pianto, ma non sembrava voler dare a vedere la sua sofferenza, quando intorno ogni commensale sprizzava soddisfazione da ogni poro.
Law le sfiorava la mano ferita e la osservava spesso. Sebbene l'uomo avesse sempre avuto le occhiaie, chi lo conosceva bene riusciva a percepire quanto fossero più profonde del solito in quei giorni insonni passati accanto alla compagna.
«Non riesco a credere che sia finita.» Pensò la donna, accarezzando la guancia della figlia.
Il suo sguardo vagava perso tra i volti familiari: Bepo, con un largo sorriso, rideva insieme a Shachi e Penguin, che stavano raccontando un'altra delle loro storie assurde e senza senso. Vestivano abiti freschi e semplici e avevano già lavato via la sporcizia della battaglia. Con i cappelli riposizionati al loro posto, i due si godevano il cibo e facevano battute a raffica, contagiando tutti con la loro energia positiva.
L'orso cercava intanto disperatamente di finire il suo piatto di carne, ma sputacchiava regolarmente parti del suo cibo quando lo facevano ridere.
Marco si era seduto accanto a Nina e Law e osservava la scena con una calma malinconica. Era vestito con una semplice camicia bianca pulita e si rilassava con il bicchiere in mano. I suoi capelli biondi erano stati risistemati, per quanto si potesse sistemare quella pettinatura ribelle.
Ogni tanto posava lo sguardo su Kiki e un sorriso gentile gli sollevava le labbra.
«È bella come il sole.» Disse a un certo punto con voce pacata.
In lei vedeva ora più che mai il futuro che nasce dal passato. Le sue lentiggini e gli occhi neri come il più profondo degli abissi facevano affiorare in lui il doloroso ricordo del fratello Ace, tuttavia fu felice quando la sentì chiamare "papà" quel Trafalgar Law. Lui, tutti loro rappresentavano il roseo futuro che in tanti attendevano con trepidazione.
Nina posò il bicchiere sul tavolo, osservando la luce del sole tremolare sulla superficie del liquido ambrato.
«Avrebbe dovuto conoscerla anche lui.» Aggiunse l'uomo, guardando la piccola che con aria sicura iniziava ad allontanarsi per girovagare tra i presenti.
Nina si strinse nelle spalle, cercando di scacciare l'ondata di emozioni che le serrava la gola.
«Avrebbe dovuto fare tante altre cose. Meritava di vivere, di trovare pace, come tutti noi.»
Marco girò lentamente il volto verso di lei, i suoi occhi erano pieni di una malinconia che lo rendeva più vecchio, più stanco.
«Ha trovato la sua pace a modo suo. Non avrebbe mai voluto che lo ricordassimo con rimpianti. È morto facendo quello che credeva giusto, proteggendo i suoi compagni.»
Nina abbassò lo sguardo verso il piatto, spostando con la forchetta un pezzo di carne ormai fredda.
«Avrebbe meritato solo un altro po' di tempo.» Si limitò a rispondere con voce strozzata, una grande lacrima le rotolò sulla guancia sfregiata.
Law la osservò e le sfiorò il braccio senza invadenza.
Marco le posò una mano sulla spalla e restò muto, il calore del suo tocco le giunse familiare e rassicurante.
Nina sorrise debolmente, un'altra calda lacrima le scivolò lungo la gota, mescolandosi al calore della stanza.
«Mi manca tanto, Marco.»
«Anche a me.» Rispose lui, la sua voce era un sussurro. Poi alzò il bicchiere, inclinando leggermente la testa verso di lei.
«A Izo e a tutto ciò che ci ha insegnato.»
Nina sollevò il suo bicchiere, incontrando quello di Marco.
Il tintinnio dei del vetro di altre decine di calici, coppe e flûte si unì al loro nella confusione della festa, un suono contenuto ma carico di significato.
In quel momento sentirono che, nonostante tutto, Izo stava festeggiando in mezzo a loro.
Dall'altra parte della stanza, Killer sedeva accanto a Kid, che si era presentato strizzato in una canottiera nera e pantaloni robusti, aveva un atteggiamento più rilassato del solito. Il braccio meccanico era stato riparato, e i capelli rossi brillavano sotto la luce della festa. Nonostante il suo solito carattere scontroso, rideva di cuore per qualche battuta del suo vice.
Zoro, vicino a loro, si scolava un bicchiere dopo l'altro, ignorando tutti i commenti.
Sanji scuoteva la testa esasperato, mentre serviva un piatto speciale a Nami, che si godeva l'attenzione con un sorriso soddisfatto. Il cuoco era tornato impeccabile, con un nuovo completo nero perfettamente in ordine. I  suoi capelli biondi erano lisci e ordinati, ma sul viso portava ancora un piccolo cerotto sopra la guancia. Nonostante la stanchezza, si muoveva con la consueta eleganza, offrendo da bere ai compagni.
Nami portava un abito fresco e leggero, mentre capelli arancioni, puliti e sciolti, ricadevano sulle spalle e anche se sorrideva, ogni tanto si massaggiava il braccio, dove un livido s'intravedeva sotto il tessuto.
Al centro della sala, Luffy e Jinbe si stavano sfidando in una gara di cibo. L'uomo pesce mangiava con calma ma senza sosta, mentre Luffy sembrava deciso a vincere a ogni costo, con bocconi enormi e un'energia inesauribile. «Non perderò, Jinbe! Questo è il mio cibo!» Urlava con la bocca piena, facendo ridere tutti attorno.
Brook si era alzato con il violino tra le mani. Prese a suonare una melodia dolce e malinconica, che si diffondeva nella sala come un soffio di vento. La sua voce profonda si unì alla musica e persino i più rumorosi si zittirono per ascoltare. Le note sembravano portare con sé il ricordo di chi non c'era più, ma anche la promessa di un domani più luminoso.
Law abbassò lo sguardo verso Nina, che sembrava perdersi nella musica.
«Sai, quando questa guerra è iniziata, non avrei mai pensato che ci saremmo ritrovati così... tutti insieme.» Le sussurrò all'orecchio, per poi lasciarle un dolce bacio sulla gota ancora bagnata.
Lei sorrise, i suoi occhi ambrati erano ancora lucidi ma pieni di gratitudine.
Prima che la donna potesse rispondere, Bepo si avvicinò con un piatto di dolci, offrendone uno a Nina con il suo solito sorriso gentile.
«Qui, per Kiki. È il miglior dolce della festa!» Affermò poi ad alta voce per richiamare l'attenzione della piccola che era concentrata sul Momonosuke troppo cresciuto. Questi nel suo nuovo corpo adulto, indossava un kimono elegante nei toni del blu e del bianco, con motivi che richiamavano i draghi, simbolo della sua eredità. I lunghi capelli neri erano stati ordinati in un tradizionale chignon da samurai, e il suo viso portava un'espressione fiera, anche se nei momenti di tranquillità un velo di insicurezza emergeva nei suoi occhi.
Sedeva composto tra i veterani, cercando di comportarsi con la dignità di un leader, ma la sua giovane mente faticava a nascondere l'imbarazzo per il suo corpo.
Le sue mani stringevano un calice di tè, forse per mantenere la calma, mentre il rumore delle risate e dei brindisi intorno a lui gli donavano una pace temporanea, allontanando il peso del dovere che presto avrebbe dovuto affrontare.
La bambina gli si allontanò, correndo verso Bepo e prese con entusiasmo il suo dolcetto sporcandosi le mani di zucchero, mentre l'orso rideva teneramente.
«Grazie, Bepo.» Disse Nina, stringendo l'amico in un abbraccio rapido ma sincero.
Attorno a loro c'era il delirio.
«Non pensare nemmeno di finire l'ultimo barile, marimo!» Esclamò Sanji, accendendosi una sigaretta mentre distribuiva piatti di carne ai presenti.
Il profumo delle sue creazioni era irresistibile, e anche gli stomaci più pieni trovavano spazio per un altro boccone.
Kid rideva in modo sguaiato mentre armava un piccolo congegno con parti di ferro trovate nei resti della battaglia. Yamato e Franky lo osservavano affascinati mentre smontava e rimontava le strutture più disparate come fossero giocattoli.
Chopper correva qua e là cercando di evitare che Luffy si uccidesse col cibo.
«Non puoi ingoiare tutto intero, idiota! Ti farà male!» Gridava, ma la sua vocina acuta si perdeva tra le risate.
La stanza era un miscuglio di risate e tintinnio di bicchieri. L'aria era carica dell'aroma delle ottime pietanze e del dolce profumo delle decorazioni di fiori portati dai samurai.
Fuori, le nubi nere si stavano dissipando e una luce piena illuminava le rovine di Onigashima.
Robin, con un libro aperto sulle ginocchia, guardava gli altri sorridendo. Indossava un lungo vestito viola, che le copriva le ferite fasciate sulle braccia. I capelli erano stati spazzolati e raccolti con grazia, ma il suo sorriso gentile nascondeva ancora una nota di malinconia.
«Anche nelle giornate più buie, il calore della compagnia è una luce che non si spegne mai.» Pensò mentre trangugiava il suo lauto pasto.
Kiki, con un piccolo piatto di carne rubato proprio da quel marasma, vagava tra i commensali cercando un volto familiare.
Quando i suoi occhi incontrarono quel giovane alto dai capelli neri e l'aria seria che stava scrutando poco prima, esitò per un istante, poi gli si avvicinò con il broncio tipico di chi è diffidente.
«Ehi, tu chi sei?» Gli domandò sdubbiata.
Momonosuke si voltò verso di lei e un lampo di gioia attraversò il suo volto.
Si inginocchiò lentamente per mettersi alla sua altezza.
«Sono io, Momonosuke.» Le rispose entusiasta.
Kiki lo fissò con sospetto. Scosse la testa con decisione.
«Non è vero! Momo è grande come me. Tu non sei lui.»
Momonosuke trattenne un sospiro, consapevole di quanto sarebbe stato difficile per lei accettare la verità.
«Kiki, so che sembra strano, ma sono davvero io. Sono cresciuto... troppo in fretta.»
La bambina strinse il piatto con più forza. «Non è possibile! Momo non è così grande. Non è serio e noioso come te. Lui giocava con me e rideva!»
Le sue parole si spezzarono, e i suoi occhi si riempirono di lacrime.
Il giovane shogun rimase in silenzio per un momento, poi con voce bassa e dolce iniziò a parlare.
«Ti ricordi quando ci nascondevamo sotto il tavolo grande e spaventavamo Kin'emon? Gli tiravamo la coda del kimono e correvamo via ridendo, e lui ci inseguiva gridando che eravamo dei piccoli demoni?»
Kiki lo guardò con un misto di incredulità e confusione, ma non disse nulla.
L'altro continuò: «O quella volta che siamo saliti sul tetto della residenza per vedere le stelle? E tu hai insistito per portare Miss Princess, ma hai dimenticato di dirgli che eravamo in missione segreta, e lei è caduta giù.»
Gli occhi di Kiki si spalancarono, e il suo labbro tremò leggermente.
«Come fai a sapere tutte queste cose?» Chiese incredula.
Momonosuke sorrise con tristezza.
«Perché ero lì con te, Kiki. Sono io, il Momo che conosci. Solo... più grande.»
Lei scosse la testa ancora, la sua espressione era confusa e ferita.
«Non voglio che tu sia così. Voglio il Momo piccolo. Voglio giocare con te come prima.»
Lo Shogun sentì un nodo stringersi in gola. «Anch'io lo vorrei, Kiki. Ti prometto che non smetterò mai di essere il tuo compagno di missioni stellari»
Le mostrò un sorriso a 32 denti.
Kiki restò in silenzio per qualche istante, poi i suoi occhi si spalancarono e finalmente una scintilla di riconoscimento balenò in loro.
La gioia, la confusione, la delusione si fecero spazio in rapida successione dentro di lei provocandole una rumorosa crisi di pianto incontrollato.
«Che succede qui?» Domandò una voce caustica.
Momo alzò gli occhi trovandosi di fronte un Trafalgar Law furibondo con la spada stretta in pugno.
«Niente niente. Le ho solo detto chi sono.» Si giustificò l'altro, asciugandosi maldestramente le gocce di sudore freddo che avevano cominciato a imperlargli la fronte.
Gli occhi di Law erano nascosti sotto la tesa del suo cappello, il che lo rendeva più minaccioso che mai.
«Non far mai più piangere mia figlia.» Gli intimò per tutta risposta l'uomo, prendendo in braccio la piccola e girandosi per riportarla al suo posto.
Non appena gli ebbe voltato le spalle, dalla sua bocca uscirono dei suoni talmente scemi che Momo dovette trattenere le risate.
«Du bi du bi du, ma cosa piangi tu?» Chiese  Law alla piccola che si stava calmando.
«Pfff.» Momo si lasciò scappare una risata soffocata e non ebbe nemmeno il tempo di rendersene conto che se ne era già pentito.
In un secondo gli occhi mefitici del padre di Kiki gli erano di nuovo addosso carichi di livore.
«Non mi sei mai piaciuto.» Proferì gelido Law, mentre seguitava per la sua strada verso il proprio posto a tavola.
Momo avrebbe preferito affrontare Kaido personalmente e a mani nude, piuttosto che ricevere un altro sguardo del genere.

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