L'isola di Hachinosu si stagliava sull'orizzonte come una cicatrice nel cuore del Nuovo Mondo: selvaggia, irregolare, inquieta.
Vista dal largo, pareva un ammasso roccioso sbucato dal mare in una notte di tempesta, dominato da un'enorme formazione centrale che ricordava la bocca spalancata di una creatura antica. Le scogliere nere e i picchi appuntiti sembravano artigli pronti a ghermire chiunque si avvicinasse
L'intera isola era un crogiolo di caos e decadenza.
Le strade erano labirinti disordinati, pavimentate con pietre sconnesse e sporche, affollate da pirati di ogni risma.
Si alzava come una maledizione dal cuore del mare, battuta da onde nere e venti taglienti. La sua forma era irregolare, deformata, come se la natura stessa avesse esitato nel plasmarla. Dalla sua sommità si ergeva un colosso pietrificato: un gigantesco teschio di roccia scura, scavato dal tempo e annerito dalla fuliggine. Le sue orbite vuote, spalancate come crateri, dominavano il paesaggio sottostante con un silenzioso ghigno di morte. I denti scheggiati formavano un'arcata frastagliata da cui colavano rivoli di muschio e ruggine.
Le grotte ricavate nel cranio erano abitate dai membri più fedeli dell'equipaggio di Barbanera, figure ombrose e brutali che si muovevano tra stalattiti e passaggi scavati a colpi di dinamite. Le stanze, illuminate da luci instabili, erano un misto di arsenali, laboratori e celle, colme di rumore metallico, puzza di ferro e sudore marcio. Le urla, talvolta, si levavano fino alla cima e si perdevano tra le fessure del cranio come lamenti assorbiti dal vento.
Sopra, nella cavità frontale del teschio, il centro di comando si apriva su una sala dalla forma irregolare, circondata da vetri infranti e tessuti logori che svolazzavano come vessilli stanchi. Qui abitavano i più pericolosi: esseri feroci, pirati navigati con la pelle segnata dalla battaglia, le mani sempre vicine al calcio di una pistola o all'elsa di una spada. Le loro voci erano basse, dure, il linguaggio fatto di ordini secchi e silenzi minacciosi.
Fuori, sui fianchi della montagna, si snodavano sentieri ripidi, pattugliati da mercenari e ladri. Le baracche, costruite con materiali recuperati da navi affondate, pendevano come nidi di rapaci su balconi naturali di pietra. Il tanfo del fuoco acceso, della carne arrostita e della polvere da sparo si fondeva al sale portato dalle onde, in un'atmosfera perenne di tensione e pericolo.
Ogni angolo dell'isola sembrava vivo. Non in modo naturale, ma come un predatore accovacciato in attesa. Un luogo dove la legge non osava arrivare, dove gli uomini diventavano ombre e le ombre si nutrivano del terrore.
Nina si trovava lì prigioniera da mesi e da mesi si arrovellava le meningi per trovare una via di fuga.
L'avevano recuperata ferita e quasi annegata nel tentativo di portare in salvo Kiki dal Polar Tang, l'avevano torturata per settimane nel tentativo di scoprire dove si trovasse la piccola e- quando si erano resi conto che la donna si sarebbe lasciata morire piuttosto che svelar loro la verità- l'avevano abbandonata a marcire a poco pane e poca acqua nella sua cella, in attesa che le si sciogliesse la lingua o che qualcuno reclamasse il suo frutto del diavolo.
Barbanera non lo aveva nemmeno mai visto da dopo la battaglia, i carcerieri dicevano che era sempre in giro in cerca di Poneglyph e che a breve sarebbe diventato il re dei pirati.
Il buio nella cella sembrava solido, vischioso, come se il tempo lì dentro fosse stato eliminato. Le pareti, umide e fredde, grondavano acqua stantia che colava lentamente in rigagnoli marroni. Il tanfo era opprimente: muffa, sangue vecchio, metallo ossidato.
Era incatenata da giorni, forse settimane: il tempo era scomparso. Il metallo ai polsi e alle caviglie le aveva inciso la pelle chiara, lasciando croste nere e rigonfie. Le spalle le dolevano come se un masso le fosse caduto addosso e ogni respiro era un piccolo tradimento: i polmoni si riempivano di umidità, non d'aria.
La lingua le si era fatta ruvida, gonfia, troppo pesante per parlare. Non le davano da bere. Non le davano da mangiare. I secondini la ignoravano, tranne quando vedevano che riusciva a malapena a respirare e allora le gettavano un tozzo di pane e un bicchiere di acqua sporca.
I suoi capelli biondi, una volta morbidi e pieni di luce, erano diventati opachi, incollati in ciocche arruffate e sudice. I ricci si erano spezzati, annodati tra fango e sudore. Il volto, sporco e graffiato, conservava però una strana ostinazione: gli occhi ambrati non avevano smesso di brillare, neanche ora che sembravano più opachi, scavati dalla febbre e dalla fame. Non piangeva più. Le lacrime le erano finite da tempo.
La tortura era stata sistematica e precisa. Nulla di spettacolare, ma calibrata per durare. Le avevano inferto colpi che non lasciavano segni, tagli piccoli, lenti, pensati per infettarsi. Le avevano stretto una fascia sugli occhi per giorni, poi l'avevano tolta di colpo sotto una luce accecante. Le avevano raccontato bugie: le avevano detto che fuori nessuno la cercava, che sua figlia era morta, che era stata tradita, che non c'era più niente da cui tornare.
Eppure, Nina era ancora lì.
Non poteva muoversi.
Non riusciva più a pensare bene. Teneva gli occhi aperti, sempre, anche se le bruciavano e ogni tanto vedeva ombre che non c'erano, perché se li avesse chiusi davvero sarebbe finita e lei, nonostante tutto, non era ancora pronta a morire.
C'era di buono che le sue manette non erano di agalmatolite, poiché nessuno su quell'isola sarebbe stato in grado di mettergliele e allora, tra uno sprazzo di follia e l'altro, cercava un modo di sbarazzarsene.
Era riuscita piano piano a trasformare piccole porzioni del suo corpo in falene, poi aveva provato con degli oggetti e quando era diventata abbastanza brava, si era fermata per attendere il pasto successivo.
Quando le sbarre si aprirono pensò che il momento fosse giunto, tuttavia con un gemito rauco e i carcerieri la trascinarono fuori.
La donna credette che fosse l'ennesimo trasferimento senza senso, uno dei tanti modi per confonderla, piegarla. I loro passi risuonavano spenti tra i corridoi di pietra umida, illuminati a tratti da torce fumose.
La cella nuova odorava di muffa e ferro ossidato.
Nina venne spinta all'interno senza tante cerimonie: le catene ai polsi tintinnarono nel contatto col suolo e la porta si richiuse con un clangore sordo.
Nella penombra, qualcuno si mosse.
Un ragazzo magro ma dall'aspetto temprato si era alzato da un angolo. I capelli color fiore di ciliegio gli cadevano sugli occhi stanchi, aveva la divisa della Marina ancora addosso, anche se stracciata e sporca.
La fissò, esitante.
«Tu sei... Kushina. Garp mi ha parlato di te.»
Lei alzò appena il volto, illuminata da un bagliore di torcia filtrato dalle sbarre. I suoi occhi ambrati, incavati e spenti dalla stanchezza, lo scrutarono con cautela.
«E tu sei un marine?» La sua voce era roca, consumata dalla sete e dalle urla taciute.
Kobi annuì, incerto.
Non c'era traccia di ostilità, solo una cauta curiosità. «Non pensavo ti avrei vista qui. Ti credevo... altrove.»
La donna si accasciò lentamente contro la parete fredda, tirandosi dietro le catene.
«Nemmeno io pensavo di finire in una fogna come questa.» Un'ombra di sarcasmo le attraversò il volto, ma svanì subito, risucchiata dal peso delle giornate precedenti.
Rimasero in silenzio per qualche secondo. Poi lui si sedette a poca distanza, lasciando lo spazio giusto tra prigionieri che non sanno ancora se possono fidarsi.
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The worst generation
Fanfiction"Hai fame di vita quasi quanto hai fame di morte." Kushina è una donna, una combattente, una figlia, una madre, una moglie. Il suo passato non le permette di rispecchiarsi a pieno in nessuno di questi ruoli, eppure le appartengono e lotterà contro g...
