14) ȖILCHLEGCH

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In mano, l'anziano Nonun portava una fiasca e camminando non ciondolava come gli Un.

I capelli, un tempo neri, ora ondeggiavano nel vento color della cenere. Nonostante l'età già piuttosto avanzata camminava eretto, senza fatica e dolore.

Il suo passo era agile e veloce; lo sguardo, vigile e preoccupato, osservava attentamente il Naaxia seduto a terra.

Arrivato davanti al ferito, gli si inginocchiò accanto.

La lunga coda del cappello che portava sul capo ciondolò davanti agli occhi di Saaràn e prima che l'uomo potesse spingerla indietro, vide che attaccata al pesante anello che vi era in fondo, una sottile fune a cui questo era attaccato scompariva all'interno del cappuccio attraverso un foro bordato accuratamente.

Un largo sottogola bloccava completamente il copricapo alla testa, tanto da non lasciarlo muovere nemmeno di un millimetro dal suo posto.

Il volto dell'anziano servitore era squadrato come quello di tutti gli abitanti della Steppa e il taglio degli occhi era lungo e stretto, ma il naso non era altrettanto schiacciato e il mento, le guance e gli zigomi, erano coperti da una fitta barba scura, ormai spruzzata di abbondante grigio.

La sua pelle grinzosa e spessa non era gialla come quella degli Un e le dita delle sue mani erano lunghe e fini.

Non portava scarificazioni sulle guance e quando apriva la bocca si intravedevano spazi vuoti per i denti mancanti.

L'alito sapeva di guasto e di menta selvatica, masticata per attenuarlo.

Poteva avere qualche anno in più di Saaràn e nonostante avesse ancora un fisico prestante, numerosi segni del tempo avevano lasciato sul suo corpo cicatrici evidenti. Frustate, con ogni probabilità.

Vestiva quasi come un Un, tuttavia i suoi indumenti erano colorati in verde scuro, troppo evidenti per non notarsi nell'erba gialla e secca per buona parte dell'anno nella Steppa.

Aveva le mani delicate, calde, forti e muscolose, callose pur non essendo rudi e grossolane.

Il servo lo scrutò attentamente: senza domandarne il permesso all'interessato iniziò a visitarlo, gli tastò le spalle e la schiena, gli osservò a lungo gli occhi e palpeggiò delicatamente la gola e il collo, muovendolo piano avanti e indietro.

Per quanto Saaràn si fosse già controllato e tastato in ogni sua parte nel medesimo modo per accertarsi che tutto fosse a posto, lo lasciò fare senza ribellarsi per capire con chi aveva a che fare.

Forse quell'uomo non sapeva che portandolo via con sé dall'Urdu, il Naaxia gli aveva salvato la vita, ma Saaràn lo conosceva troppo poco per fidarsi di lui e la prudenza non era mai troppa.

Constatò fin da subito che l'uomo sapeva quello che faceva: ogni suo movimento era delicato e sapeva far muovere muscoli e articolazioni senza provocare dolore inutile al paziente.

Alla fine della visita, il Nonun, evidentemente soddisfatto, prese la fiasca che aveva portato con sé e gliela diede, perché ne bevesse quanto ne voleva: era Khumish, un po' caldo, spesso e troppo schiumoso per il lungo scuotersi sul dorso del cavallo, ma era acido e corroborante abbastanza, da fargli emettere un sordo verso di gradimento.

Dopo aver bevuto Saaràn gliela restituì, sorpreso che un uomo dell'Orda potesse essere gentile con lui:

"Grazie" gli disse scontroso, eppure aveva già deciso che quell'uomo gli andava a genio "Non conosco ancora il tuo nome. Chi sei tu? A quale tribù appartieni?" aggiunse.

"Ȗilchlegch" mormorò quello, gemendo tra i denti mancanti un suono indefinibile e inarticolato, che Saaràn interpretò, semplificandolo, come:"Uleg".

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