Parte 43. Ladra

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Sole, finalmente, era arrivata a destinazione. La fortezza si ergeva davanti a lei, immensa e impenetrabile, e la sensazione di paura e smarrimento provata il giorno prima riapparve, facendola rabbrividire. Con un balzo scese da Raja, proseguendo a piedi ma continuando a tenere una mano sulla pelliccia dorata del leone, in cerca di conforto. Anche l'animale, proprio come lei, sembrava inquieto, produceva  un basso ringhiare silenzioso e muoveva la coda avanti e indietro, come fosse una frusta.
-Tranquillo, cucciolone, nessuno si avvicinerà a noi. Saranno tutti troppo terrorizzati dalle tue fauci mortali- gli sussurró Sole. Lanciò un'occhiata alle sue spalle, dove le case di legno gemevano e scricchiolavano sotto pesi invisibili, e si sorprese del silenzio quasi assoluto, come se il villaggio fosse disabitato. Ancora una volta ripeté le varie fasi del piano nella sua testa.

Torre, scalini... corridoio, candelabro, porta...

Fece un giro dell'edificio, per capire quale fosse la torre giusta dalla quale entrare. Non sarebbe stato facile. C'è n'erano un sacco, e sembravano accavallarsi e confondersi l'una con l'altra, in quel grigiore cupo e minaccioso che le caratterizzava. Provò a rievocare l'immagine della mappa disegnata da Altair, esaminando con attenzione i pochi frammenti di memoria che le erano rimasti impressi. Si sforzó di ricordare ogni dettaglio, ma le sembrava impossibile. Esasperata, e con la frustrazione che le ribolliva nelle vene, diede un calcio a una grossa pietra. La guardò rotolare per qualche metro e poi fermarsi, restando immobile come qualsiasi sasso. Era così che si sentiva Sole in quel momento, inutile quanto quella roccia, incapace di ricordare da quale torre doveva entrare. In pratica, si stava arrendendo prima ancora di cominciare. Quando questa consapevolezza si fece strada dentro di lei, si infuriò ancora di più. Lei non si arrendeva. Lei non poteva, non doveva mollare. Avrebbe trovato la soluzione.
Si scervellò finché un barlume di speranza tornò ad aleggiare in lei. Non ne era sicura, ma la torre all'angolo est del castello sembrava quella giusta. Sole pregò che lo fosse.
Il palazzo era circondato da mura di pietra irregolari, e la ragazza decise di arrampicarsi. Non aveva alternative migliori, dopotutto, e anche se l'idea di scivolare e cadere al minimo passo falso da una certa altezza non l'allettava, si avvicinò decisa alla parete.
-Tu resta qui- bisbigliò a Raja. Il leone provò a protestare, cercando le sue mani sempre pronte a coccolarlo, ma lei spostò il suo musone con dolcezza, spostando la sua attenzione alle mura. Erano alte poco più di una decina di metri, e Sole era abituata ad affrontare altezze del genere fin da piccola, quando si arrampicava con le sorelle sulla grande quercia di casa. Quanto poteva mai essere difficile?
La risposta la ricevette dopo pochi minuti, ancorata saldamente alle sporgenze che a terra le erano sembrate  molto comode ma che ora erano appena sufficienti ad aggrapparsi con poche dita. Era molto, difficile. L'unica cosa che le impediva di perdere l'appiglio sembrava essere l'adrenalina che le scorreva nelle vene, mantenendo la presa salda e facendola rimanere vigile. Per tutto il tempo, mentre a fatica avanzava verso l'alto di un'altra manciata di centimetri, cercò di non pensare a quella volta che, cadendo da un'altezza molto inferiore a quella, si era fratturata il braccio. Cosa sarebbe successo se una folata di vento fosse arrivata inaspettamente e l'avesse fatta vacillare? Come minimo, se fosse precipitata si sarebbe rotta l'osso del collo. Con un'attenzione esagerata continuò la sua lenta ascesa, e dopo un tempo che le parve interminabile finalmente arrivò alla sommità del muro. Si issò alla parete con tutte le sue forze, mettendosi in piedi nel poco spazio disponibile, ansimante. Mentre cercava di riprendere fiato, osservò attentamente il cortile interno al palazzo, in cerca di un qualche guizzo che avrebbe tradito la presenza delle Ombre. Invece era tutto perfettamente immobile. Ma quante pietre c'erano ad Orbitron? Si chiese, osservando il cortile acciottolato. Da dove si trovava, riusciva a intravedere quella che doveva essere l'entrata principale. Davanti a lei, invece, si ergeva la torre dalla quale sarebbe dovuta entrare, anche se Sole non era sicura che fosse la stessa che aveva visto quando ancora si trovava fuori dalle fortezza. Tutto sembrava diverso, visto da un'altro punto di vista. Decise di non preoccuparsi troppo. Alla fine una torre valeva l'altra, bastava entrare nel palazzo. Ma come avrebbe fatto ad entrare? Percorse il profilo lineare della torre, alla ricerca di qualcosa, qualsiasi cosa sarebbe andata bene. E finalmente la trovò. Una finestra senza vetri di piccole dimensioni era proprio di fronte a lei, anche se appena più in alto. Sole guardò la distanza che separava il muro dalla torre. Non era tanta, ma senza lo spazio per prendere una rincorsa come si deve...poteva essere fatale. Sole deglutì. Doveva tentare. Spiccò il balzo con tutte le energie che le erano rimaste, ma non fu abbastanza. Rimase appesa al bordo dell'apertura con una sola mano, le gambe a penzoloni nel vuoto, cercando ti trattenere un grido di terrore. Sentiva la roccia liscia e scivolosa sotto le sue dita, i muscoli tesi e doloranti, ma con un ultimo sforzo riuscì a tirarsi su e atterrare in malo modo all'interno della torre. Si lasciò andare contro la fredda parete di pietra, lasciandosi sfuggire un tremante sospiro di sollievo. Ce l'aveva fatta. Ora doveva soltanto trovare il corridoio. Salì la scala a chiocciola della struttura fino in cima, cercando di essere più silenziosa possibile, ingnorando qualsiasi porta o passaggio incontrasse. Solo quando arrivò all'ultimo gradino si concesse pochi secondi di pausa. Quanti erano gli scalini? Cinquantanove o quarantanove? No erano sicuramente cinquantanove. Li discese, contandoli incerta fino all'ultimo. Sorrise soddisfatta quando vide il corridoio davanti a lei.

Corridoio, muro...

L'intera struttura era spoglia, elegante ed essenziale, con sobrie arcate sul soffitto per dare l'illusione di un'ambiente più ampio di quello che in realtà era, ma non per questo il senso di oppressione che Sole percepiva nel petto diminuiva. Si accorse con disappunto che, nel caso avesse incontrato le Ombre, non avrebbe avuto nascondigli in cui rifugiarsi. Sperò che le indicazioni di Altair fossero corrette, e che il ragazzo non le avesse imbrogliate.

Io mi fido di lui, e dovresti farlo anche tu.

Le parole di Luna le ritornarono in mente, e Sole affidò ad esse tutte le sue speranze. Camminò a passo svelto e felpato, finché per poco non andò a sbattere contro al muro con il candelabro descritto da Altair. Come promesso, quando sollevò una delle candele il passaggio si apri, silenzioso ma non abbastanza. Furtiva, Sole si infilò nello spiraglio che si era creato prima ancora che si aprisse del tutto. L'unica differenza rispetto a poco prima  era lo spesso tappeto blu che percorreva il corridoio per tutta la sua lunghezza, e la presenza di alcuni candelabri dorati alle pareti, intervallati da grossi finestroni dai quali filtrava la luce di una luna inesistente. Poi Sole la sentì. Quella paura insondabile, che le faceva contorcere le viscere, le attanagliava la gola facendola annaspare. Quel luogo era pieno zeppo di Ombre.
Sole scrutó l'ambiente immerso in una semioscurità spettrale, ma non riuscì a vedere nessuna di quelle creature da incubo.

Candelabro...porta.

Cominciò a camminare, cercando di capire dove si trovasse la porta per accedere alla sala del tesoro, e scandagliando gli spazi in cerca di eventuali nascondigli e ripari. O vie di fuga. C'erano numerosi vani alle pareti, nei quali, pensò, se fosse riuscita ad acquattarsi per bene contro la parete, forse sarebbe passata inosservata. O almeno lo sperava. Dopo un po' intravide il profilo della porta, a qualche metro da lei. Proprio mentre stava per entrare, le dita che già stingevano la maniglia dorata, un rumore di passi in avvicinamento la fece trasalire. Svelta, si schiacciò dentro uno dei vani, cercando si trattenere i suoi respiri soffocati e pregando perché quella piccola rientranza la proteggesse da qualsiasi cosa si stesse avvicinando. I passi, intanto erano sempre più vicini.

Brilla brilla mia stellina,
la tua fine è ormai vicina,
quando arriva il cacciatore,
non nasconder lo splendore,
non nasconderti nel buio,
non provare ad attacar,
perché anche se ti sforzi,
Alabaster ti prenderà

Le note agghiaccianti di quella ninna nanna le fecero gelare il sangue nelle vene. Perché quelle parole macabre potevano appartenere solo ad una persona.
Quando Alabaster passó a pochi centimetri dal viso sconvolto di Sole, la ragazza spalancó gli occhi verdi dal terrore, mentre il grido che avrebbe tanto voluto cacciar fuori le moriva in gola.

 Quando Alabaster passó a pochi centimetri dal viso sconvolto di Sole, la ragazza spalancó gli occhi verdi dal terrore, mentre il grido che avrebbe tanto voluto cacciar fuori le moriva in gola

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