Capitolo Quarantadue

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Zayn

In questi giorni passati lontano da Charleston ho pensato molto a come raccontare a Rory che sono suo padre senza rischiare di perderla una seconda volta.

La verità? Ogni volta che ci ho provato, che mi sono immaginato davanti ai suoi occhioni ambrati pieni d'amore a farle questa confessione, sono andato in crisi. Un attacco di panico dopo l'altro, la paura di veder svanire quell'amore nel suo sguardo ed essere rimpiazzato da diffidenza e insicurezza — com'era tempo fa quello di Alissa — è diventata sempre più ingombrante fino a riempirmi il petto, la mente e il cuore.

Ne ho parlato con Alissa e abbiamo fatto anche una videochiamata con la dottoressa Brown per cercare di capire se fosse il caso di rimandare, ma ci è stato sconsigliato. Sarebbe troppo egoista farlo, perché Aurora ha bisogno di sapere la verità e ne ha bisogno ora, prima che sia troppo tardi e si senta presa in giro sia da me che da sua madre per tutte le cose che le abbiamo nascosto. Non posso più continuare a stare nella sua vita fingendomi chi non sono, lei merita la verità e merita di smettere di soffrire dando finalmente un volto a suo padre, per quanto difficile e doloroso potrà essere.

Per questo motivo, dopo la chiamata con la psicologa, mi sono fatto forza e ho deciso di accennarle la cosa per prepararla in vista del mio ritorno a Charleston. Mi ci è voluto qualche giorno, ma finalmente ho raccolto il coraggio che mi serviva e ora, mentre sono ad un passo dal momento più importante e decisivo della mia vita, mi ripeto che andrà tutto bene e che supererò anche questo ostacolo come ho superato tutti quelli che la vita mi ha messo in mezzo alla strada.

Faccio un respiro profondo e avvio la videochiamata che cambierà tutto quanto.

A rispondere è proprio la mia bambina, seduta sul pavimento del soggiorno e sommersa da pupazzi e bambole. Quando vede apparire il mio viso sullo schermo, si illumina e la sua bocca si apre in un sorriso enorme. A quella visione il peso che sentivo sul petto sembra dissolversi lentamente, insieme alla paura che mi ha accompagnato negli ultimi giorni che mia figlia possa odiarmi per il resto delle nostre vite.

"Ciao, scricciolo" le sorrido anch'io.

"Zayn! Mancano tre giorni, ti rendi conto?!" esclama euforica, come ogni volta che ci sentiamo al telefono e lei mi ricorda quanti giorni mancano al mio ritorno a Charleston.

"Non vedo l'ora, piccola" sussurro mentre cerco con lo sguardo la presenza di Alissa, che ora mi farebbe sentire molto più tranquillo. "La mamma?"

"Arriva, mi sta preparando la merenda" mi informa giocherellando distrattamente con il suo orsetto di peluche. "Sei pronto per la partita?"

In questo momento la partita è proprio l'ultimo dei miei pensieri, ma questo purtroppo non posso dirglielo.

"Certo" annuisco mettendo su un sorriso non proprio genuino, che però sembra convincerla abbastanza da ricambiare. "Ora che tu e la mamma avete entrambe la mia maglia, poi, vincerò sicuramente"

"Sai, vorrei tornare a vederti un'altra volta allo stadio"

"Non so quando tornerò a giocare in South Carolina, ma farò in modo che quando succederà tu sia seduta in prima fila, promesso"

"Sì! Non vedo l'ora!"

"Non vedi l'ora di fare che cosa?" domanda Alissa raggiungendo Rory per poi sedersi accanto a lei e porgerle un piatto con dei pancake grondanti di nutella che però non guarda nemmeno, troppo concentrata sulla videochiamata.

"Di andare a vedere Zayn giocare!" risponde come se fosse la cosa più ovvia del mondo. "E questa volta verrai con me"

"Okay, capo" ridacchia la rossa.

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