84- Calore e gelo

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P.O.V.
Ian

L'uomo di fronte a me mi analizza con un sorriso che non sono in grado di ricambiare, mentre mi intrappola nell'inquadratura scenica dello specchietto retrovisore, in questa notte cupa.

<Prima volta in città?> Domanda con una spigliatezza disgustosa, a causa degli eventi.

Provo a non soffermarmi troppo sulla riconoscibilità delle mie vesti, falsamente eleganti e dal taglio gentile di un doppio petto e un colletto inamidato.

<Non proprio> replico stringendo la bocca in una forzatura di risposta. La sola cosa che ho imparato, dal passato, è stata quella di trattare con gentilezza i tassisti che ti scortano fino alla meta. Non puoi sapere che razza di persone siano o se gradiscano rubare la tua identità civile non appena chini la testa per prendere i soldi dal portafogli, stordendoti con un colpo. Non che la mia sia tanto ambita o gradevole, non ancora almeno, ma posso migliorarla, sono certo che un giorno potrò riuscirci, cessando così di indossare queste patetiche vesti di ingiustizie varie.

E forse, la chiave per riuscirci, sta proprio per essermi offerta.

La villa Lee, come il peggiore degli incubi, mi sovrasta con la sua imposizione scenica di oscuro dittatore, obbligandomi in un fascino che mi disgusta a raggiungerla dopo aver pagato il conducente della mia tratta.

Percorro a piedi il suo viale di accesso, fiancheggiando i cipressi alti quanto due piani dell'abitato, in grado, in questa notte, di proiettare le loro ombre come strisce pedonali più scure, rispetto al grigiore dei massi, ed evidenziare così la mia avanzata tra luci notturne e tenebre cupe.

Il portone in marrone invecchiato dal tempo, dall'età, mostra la manifattura dei suoi ricci e l'intricato meccanismo di apertura quando con un soffio, in completa libertà, mi spingo ad aprirlo, entrando nella casa.

La versione offertami da Xavier nel pomeriggio sulla situazione della famiglia, e delle sue relative guardie, si dimostra reale, completa nella sua spoglia assenza. Nessuno sorveglia questi luoghi, e la tardiva ora della notte permette l'ingresso al visitatore più sgradito.

Rifletto sulla libera accoglienza di questo posto che non ha mai avuto bisogno di doppie mandate al portone per poter garantire la sicurezza delle persone al loro interno, e rifletto sulla perfetta meccanica di certezze che Richard è riuscito a costruirsi intorno mentre avanzo lungo le scale per poter raggiungere nuovamente lo sgabuzzino.

So che cosa cercare. Ore passate a riflettere a mani giunte sul letto dello squallido motel in cui soggiorno mi hanno permesso di raggiungere una conclusione, non tanto ovvia e priva della condizionante emozione data da un cuore ferito. Non posso cercare notizie della morte di Francis, perché il suo decesso è tanto incerto da essere la mobilità di un ago in ferro, posto su di un tavolo e attratto dalla calamita al di sotto del legno che lo fa smuovere, correre e agitare secondo leggi sempre diverse, incontrollabili.

Non posso risalire alla mano che ha premuto quel grilletto ma posso scoprire quali dita hanno impugnato la penna nella firma di contratti illegali, prove inconfutabili in grado di imprigionare per sempre Richard Lee Dowson nella prigione che gli spetta.
Il commissariato esige prove, ed io sono pronto ad offrirgliele ... se non fosse ... se non fosse per questo raggio luminoso e caldo di luce che reseca in diagonale il corridoio fino a raggiungermi, nascendo dall'apertura di una stanza lasciata socchiusa. La stessa che notti prima mi ha concesso la vista di una scena sgradevole ed eccitante al tempo stesso, mio malgrado.

Non ho tempo per questo, ma quel barlume è un richiamo ed io non voglio resistere. Non so resistere, nemmeno se volessi.

Il ricordo degli occhi di lei e della sua espressione di pura rabbia, mentre mi allontanava dalla proprietà, mi spingono verso un duello di lotta che ci vede schierati sotto due diverse bandiere.

Ali di farfallaDove le storie prendono vita. Scoprilo ora