Quando Cristen la vide provò timore. Aveva paura di farle del male anche solo guardandola.
Zadra era seduta a terra e piantonata da una donna dell'Ovest che fu mandata via non appena il re decise di farle visita.
«Sei tu che mi porterai da Morr?» chiese la bambina alzandosi e sgambettando nella stanza luminosa.
Cristen si pietrificò terrorizzato.
«Mi ha detto lei...» e indicò una figura ormai sparita dalla loro vista «che Morr è qui da qualche parte.»
Zadra lo guardava non tanto con speranza, ma con la consapevolezza che avrebbe rivisto Morrigan nel giro di breve tempo.
Cristen l'oltrepassò e con due dita prese un piccolo arco.
«Quello è mio!» dichiarò la bambina correndogli appresso e strappandoglielo dalle mani. «Però, se vuoi puoi provarlo.»
Cristen alzò un sopracciglio. «I vichinghi non tirano con l'arco» le rispose, sedendosi su un cumulo di pellicce.
«Beh, puoi imparare.»
Lui fece una smorfia e lo afferrò. Lo tese, prendendo una delle due frecce dalla faretra e la scoccò. La freccia, poco più grande di una delle sue mani, cadde a terra a pochi passi da loro.
«Puah...» disse Zadra, schifata. Afferrò l'arco, calibrò la seconda freccia, lo spostò un poco più a destra e lanciò. La punta si infilò nello stipite della porta. «Non sei preciso. Se tiri d'arco devi avere mano ferma e concentrazione, Morr lo dice sempre» ripeté saggiamente.
«Sono troppo grosso per questo arco» spiegò lui, distendendo la fronte. Uno strano calore gli si smosse nel fondo dello stomaco.
«Prova così» e la piccola mostrò al re come piegare l'arma di lato per scoccare la freccia nel migliore dei modi.
Cristen fece come lei gli suggeriva e una piega delle labbra appena accennata, un sorriso, si sarebbe detto, gli illuminò il volto.
Il dardo cadde poco più lontano di dove si era piantato prima.
«Bene, ti serve pratica. Per ora fai proprio pena.»
Cristen rivide in lei ogni tratto del carattere della madre. Sospirò e tornò a incupirsi.
«Siamo prigioniere?» domandò lei.
Cristen si irrigidì, poi annuì.
«Morrigan odia i vichinghi» spiegò Zadra, incrociando le braccia e sedendosi goffamente accanto a Cristen.
«Lo so...»
«Tu sei un vichingo?» chiese ancora lei.
Il re la osservò curioso, poi annuì.
«Quindi dovrei odiarti. Però sembri simpatico.» E si alzò spostando l'attenzione su un cumulo di sassolini che aveva raccolto per la stanza e impilato uno sull'altro.
La donna dell'Ovest scostò una tenda con in mano una mela. Non appena vide il re, siccome era d'uso che mai nessuna donna dovesse essere vista da lui, tornò indietro.
«Fermati.»
La donna dell'Ovest tornò al di qua della tenda, titubante.
«È per lei?» chiese Cristen, alzandosi.
La donna annuì.
Cristen prese la mela tra le mani e scosse la testa. «Portale la mia cena.»
Faceva caldo, là sotto. Le segrete del Tism erano illuminate da un soffuso riverbero di luce.
L'amazzone si legò la stoffa del lenzuolo attorno al seno e cercò di fissarla in modo che non scivolasse. Morrigan diede un'occhiata a destra e a sinistra: la crepa che aveva visto al piano superiore era poco distante, in alto e oltre le inferriate, sul soffitto di un corridoio su cui davano celle profonde e uguali alla sua, tutte sbarrate da pesante metallo nero.
Si aggrappò e poggiò il volto tra i crocicchi di ferro per cercare aiuto: era sola.
Qualcosa attirò la sua attenzione: da ogni cella fuoriusciva un filo di fumo che si univa agli altri in un cordone denso, poco più spesso. Quella spirale sfiorava il soffitto e si incanalava nella crepa del pavimento venendo quasi risucchiata dal salone del Tism.
Si trattava del fumo che Morrigan aveva visto uscire dal pavimento tutte le volte che era stata al cospetto di Cristen nel salone principale.
La visibilità era scarsa, eppure l'amazzone fu quasi sicura che da ogni cella il filo continuo oltrepassasse le inferriate e proseguisse verso l'alto.
Udì una voce profonda e tremenda. Poche altre volte l'aveva sentita: avvertì il diaframma vibrare a causa di un terrore viscerale.
«Morrigan dell'Abbazia!» la chiamò la voce che era una e al contempo tante.
Si trattava di uno Scuro e avanzava alle sue spalle. Schiacciato in fondo alla cella, si ergeva avvolto da nebbia pesante.
Morrigan si gettò contro le inferriate, quasi come volesse oltrepassarle pur di non dover sentire quella voce.
Tremando parlò. «Se qui, dunque, Nebbia...»
Lo Scuro si mosse staccandosi dal fondo della cella come se fluttuasse.
«Sì» rispose l'ombra allungando la mano nodosa in segno d'assenso.
Morrigan si fece coraggio. «Ecco dove siete rinchiusi» sussurrò.
«Siamo qui: in tanti e in pochi.»
Il cuore di Morrigan subì un'accelerazione quando vide che la mano della Nebbia si allungava verso di lei.
Il dito appuntito si tese ed emise un lungo e flebile filo di fumo che superò il capo di Morr, continuò verso le inferriate, uscì e si unì all'intreccio degli altri verso la fessura che portava di sopra.
Lo Scuro coperto dalla foschia, mosse il capo oblungo in basso come se avesse scorto qualcosa.
Morrigan toccò il bracciale nero racchiuso attorno al polso. «Sì...»
«Il dono era una figlia» spiegò la figura nera che la sovrastava. Parlava alla mente dell'amazzone, poiché la Nebbia così comunicava.
Morrigan annuì.
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L'amazzone e il vichingo
Fantasi"Morrigan capì le loro intenzioni solo quando il re si avvicinò a lei, le prese la spalla, le strappò via la manica e le racchiuse il bicipite dentro un anello dorato. Si dimenò, tentò di scostarsi, ma erano in due a tenerla ferma e, ben presto, il...
