La prigioniera

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Scese dal letto nero del Tism: era notte e non riusciva a prender sonno, come ogni sera. Era passata una settimana dalla cerimonia del nodo all'Abbazia e da quando si erano uniti con così tanta passione. Da allora brividi e paure non la lasciavano che per pochi momenti.

Morrigan si alzò dallo scomodo giaciglio nella camera reale. Si diresse verso il corridoio buio. Portò con sé una candela ed entrò silenziosamente nella stanza dove dormiva quella che per tutti era sua sorella minore, la più piccola delle amazzoni.

Zadra non condivideva le ansie materne: era raggomitolata in un angolo della stanza, abbarbicata al suo archetto. La donna dell'Ovest che si occupava di lei non era riuscita a toglierglielo dalle mani e, Morrigan avrebbe scommesso, poteva anche essere uscita ferita dall'alterco con Zadra, vista la sua caparbietà nel fare ciò che voleva.

L'amazzone la guardò incrociando le mani al petto e sospirando: non si sentiva per nulla sollevata nel vederla dormire.

Uscì e vagò lungo i camminamenti esterni della fortezza senza meta.

Sapeva di dover scendere, tante volte aveva tentato. Eppure, non era mai riuscita ad andare oltre il salone centrale del Tism.

La candela illuminava i suoi passi, questa volta un poco più decisi, lungo le merlature della torre. Morrigan udì il gorgoglio dei geyser e il continuo lamento della terra che crepitava, sia sotto che fuori dalle mura. Il vulcano sembrava quieto, ma era invece vigile: la lava si muoveva nell'apparente calma di quella notte inoltrata.

L'amazzone prese una boccata d'aria prima di proseguire.

I vichinghi dormivano rozzamente sparpagliati lungo i corridoi o nelle sale. Qualche guardia poggiava la testa sul muro, un soldato sussurrava una canzone volgare in modo da tenersi sveglio.

Morrigan scese lentamente verso il salone giungendo alla porta delle segrete.

Il brusio della fortezza addormentata si smorzò dopo che ebbe chiuso dietro di sé la porta di legno spesso che dava su delle scale di pietra. Morrigan le discese fino alla prigione del Tism.

Non si recò dalla Nebbia, nel luogo dove ella era stata imprigionata tre settimane prima. Bensì proseguì e si trovò nelle fondamenta del mastio.

Faceva molto caldo oltre il cancello che ella si decise a oltrepassare. Giunse a una stanza con il tetto molto basso, delimitata da sbarre.

Al di là delle inferriate, lei seppe dell'arrivo di Morrigan ancora prima di vederla.

«Ce n'è voluto di tempo, prima che ti decidessi...» proferì la massa informe di capelli crespi e scuri rannicchiata poco oltre le sbarre. La pietra delle fondamenta incombeva sulla prigioniera.

Morrigan quasi non la riconobbe. Era sporca, seminuda e in un bagno di sudore. Le fondamenta del Tism, infatti, giacevano sulle colate sotterranee del vulcano posto nelle viscere della terra.

«Non dici niente, sorella maggiore?» domandò, digrignando i denti.

«Amarantha...» sussurrò Morrigan triste nel vederla così conciata.

«Oh, non badare a me» proseguì la prigioniera. «Sono stanca, ma non perdo il buonumore, come vedi. Mi ha permesso di sopravvivere, anche se non l'avevo messo in conto.»

Morrigan si strinse tra le vesti candide e pulite.

«Che meraviglia, Morr. Dico davvero...» disse squadrandola. Era ironia? Invidia? Forse semplicemente ammirazione?

«Amarantha... Non posso farlo...»

«Cosa?»

L'amazzone prigioniera scattò verso di lei cercando di afferrarla.

L'amazzone e il vichingoDove le storie prendono vita. Scoprilo ora