La celletta era buia e Morrigan inveì contro sé stessa per non esser mai scesa nelle segrete dell'Abbazia in modo da conoscerne i punti deboli. Rinchiusa lì da due giorni, si apprestava a trascorrere la seconda notte al freddo nelle prigioni della roccaforte.
Il gelo le intirizziva le ossa e la neve invernale si insinuava compatta nel pertugio in alto, sulla parete di pietra. Oltre quell'unica fessura sopra di lei vi era l'acciottolato del grande piazzale interno dell'Abbazia.
Dei passi l'avvertirono che qualcuno era in arrivo, cosicché Morr poté poggiare il capo contro la fredda roccia e stringersi le braccia attorno alla vita. Le era stato concesso di indossare la giubba, i pantaloni e i calzari.
Cristen in persona armeggiò con le chiavi e aprì la porta di ferro, si voltò e, indifferente, risalì le scale delle segrete. «Andiamo» disse con tono basso.
Vedendo che l'amazzone non si muoveva, tornò dabbasso. «Forse preferisci restare. Ma, dato che lasciamo l'Abbazia, non penso ti convenga.»
Morrigan era infastidita dal tono che lui aveva sempre usato nei suoi confronti. Perfettamente calmo, padrone di sé, sembrava non volesse prevaricarla. A volte appariva sardonico, ma solo per pochi istanti. Completamente a suo agio, lo era stato anche con un coltello sotto la gola.
Il re entrò nella cella e, vedendola rannicchiata a terra, le gettò uno sguardo alla luce della fiaccola che si portava appresso. Le tese una mano.
Si alzò da sola rifiutandola e, stancamente, gli passò accanto per uscire.
A quel punto Cristen l'afferrò per il bracciale, assicurandosi che non scappasse. Non sarebbe stato possibile liberarsi dalla sua presa, questo era certo.
Le stanze dell'Abbazia, come vide Morrigan, erano state depredate. Nessuno più era rimasto e, uscendo sullo spiazzo che fungeva da ingresso della fortezza, l'amazzone fu sicura che i vichinghi si stavano riorganizzando poco più sotto. Anche se era notte fonda, alcuni alberi venivano abbattuti per costruire ripari e il rumore dei lavori rompeva il silenzio della Valle. Diverse luci, poi, si intravedevano all'altezza delle miniere.
«Sono tutte laggiù, le donne?» domandò lei rabbiosa, indicando la miniera.
Cristen non rispose.
Poco dopo, la prigioniera varcava la soglia della tenda del re con i calzari sporchi di neve e una tremenda sete che la tormentava. Aveva poche forze a causa della forzata prigionia, ma il suo aguzzino, avendo timore che fuggisse, prese delle catene e gliele porse.
«Saresti una folle a voler scappare stanotte, ma hai dato prova di stupidità e potresti voler andartene nonostante la tormenta di neve in arrivo. Mettitele...» ordinò e le indicò il piede perché facesse da sé.
Lei inanellò la caviglia alla catena e gli schiaffò la chiave in mano.
Cristen, dunque, prese un piatto con della cacciagione fredda che gli era stato portato qualche ora prima.
Lei mangiò avidamente, mentre lui la guardava come se non avesse mai visto una donna affamata.
«Ne vorrei dell'altro» e indicò il prezioso calice proveniente dai Ghiacci Limiti volendo ottenere dell'altro vino.
Lui alzò un sopracciglio dubbioso, poi, con la possente mano, prese il bicchiere dal bordo, uscì dalla tenda e rientrò poggiandolo vicino al fuoco.
La neve che riempiva il calice si sciolse in poco tempo.
«Di vino, non d'acqua...»
Lui aggrottò la fronte e attese come se stesse soppesando cosa dire.
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L'amazzone e il vichingo
Fantasía"Morrigan capì le loro intenzioni solo quando il re si avvicinò a lei, le prese la spalla, le strappò via la manica e le racchiuse il bicipite dentro un anello dorato. Si dimenò, tentò di scostarsi, ma erano in due a tenerla ferma e, ben presto, il...
