10. Dov'è il mio papà?

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Marzo 1983

«Ma tu un papà non ce l'hai?»

È una domanda ovvia, se l'è posta anche lui una miriade di volte, ma in bocca a Luigi, il bambino più stronzo della sua classe, gli è sembrata una cattiveria bella e buona, come ha detto sua madre (lasciandolo a chiedersi perplesso come possa, una cattiveria, essere bella e buona).
Ha risposto con una bugia perché si vergognava di ammettere che no, lui un papà non ce l'ha, probabilmente la sua mamma deve ancora trovarne uno e ci sta mettendo molto perché non vuole sia un papà
qualunque.

«È andato in America a fare lo sceriffo. Quando avrò dieci anni andrò anch'io e lo aiuterò a combattere contro i criminali.»

Luigi gli ha creduto, era evidente. Solo che poi ha guardato il posacenere che ha creato da una palla di creta e si è messo a ridere.

«Perché ci stai dipingendo i fiori? Tuo padre mica è una femmina!»

«Questo è per la mia mamma, a lui ne farò un altro quando torna per le vacanze.» 

È stata un'idea della maestra: sapendo della sua singolare situazione familiare, in occasione della Festa del Papà gli ha suggerito di fare un regalino a sua madre. L'ha anche abbracciato, senza dirgli nulla, e lui si è sentito a disagio. Quando l'ha fatto prima della recita natalizia, con il teatro della scuola affollato dai genitori dei suoi compagni, ha sentito le altre due insegnanti che parlottavano a bassa voce. «Povero bambino, mi fa tanta pena». Pena, a quanto ha capito, è una cosa brutta. Marta gli ha detto che le sue maestre sono delle povere dementi, quando gli ha riportato quelle parole.

Ora, seduto al tavolo della piccola cucina col mobilio scompagnato, prova una tristezza soffocante. Come un buco nero che lo risucchia e gli toglie ogni gioia, e non si richiuderà guardando i cartoni animati e affondando il cucchiaino nel barattolo della Nutella. Sciacqua la tazza, ripone penne e matite nell'astuccio, sistema con cura sussidiario e quaderni nella cartella, e va nell'altra stanza. 

L'appartamento è minuscolo. Camera, cucina e bagno. Ora che lui è diventato grande, il suo lettino è stato sostituito da un divano letto ma dorme quasi sempre nel lettone con la sua mamma. «Ancora per poco», gli dice spesso Marta. «Ci daranno una casa più grande, con una sala da pranzo e una camera tutta per te.»
Alessio non ha capito bene chi gli darà questa meravigliosa casa, ma un sospetto ce l'ha. Un sospetto che è soprattutto una speranza. Che stiano per traslocare dal suo papà? Forse quelli che stanno per dar loro un nuovo appartamento sono i suoi nonni paterni.

Sua madre è seduta sul letto, sta fumando e tiene tra le mani un librone azzurro.  Introduzione alle scienze infermieristiche

È così bella. Ha i capelli color castagna, lisci e lucidi, che profumano sempre di mela verde, il seno come quello delle attrici e gli occhi dello stesso colore dei suoi, valorizzati da uno spesso tratto di matita nera. Gli chiedono spesso se sia sua sorella e in effetti sembra più giovane delle altre mamme.

Ha bisogno di farle una domanda. Forse stavolta risponderà.

«Sei sicura che io non ho un papà?»

«Sicurissima.»

«Ma tutti ce l'hanno!»

«E tu no!»

«Perché?»

«Un giorno lo capirai.»

«Io voglio capirlo adesso.»

Marta sbuffa, chiude il libro.

«Ti avevo detto di non disturbarmi quando studio. Per colpa tua non posso diventare medico, lasciami almeno prendere questo diploma, senza angosciarmi con le tue domande stupide.»

Alessio capisce che non solo non avrà neanche stavolta la risposta che desidera più di ogni altra cosa al mondo, non avrà neanche un abbraccio. Però ci prova. Sale sul letto e posa la testa sul braccio di sua madre, guardandola con gli occhi colmi di affetto e disperazione.

«Oggi a scuola abbiamo finito i lavoretti per la festa del papà» dice, con la voce rotta. «La maestra mi ha detto di farlo per te e i miei compagni mi hanno chiesto di papà.»

«Non chiamarlo papà. Al massimo puoi dire padre, anche se non lo si può definire tale.»

Il bambino non ha niente da obiettare, non parte con la sua solita raffica di domande. Ha capito cosa intende sua madre e la parte di lui cresciuta troppo in fretta, ben più matura dei suoi sette anni, sa anche che ha ragione. I papà rimangono, non svaniscono nel nulla. Vanno alle recite dei loro figli, li vanno a prendere a scuola, li accompagnano in oratorio, fanno i compiti con loro e sono sposati con le mamme.

«Ma è colpa mia?» chiede invece, dopo aver riflettuto per qualche minuto.

«No, non è colpa tua.»

«Allora perché? Perché? Perché?»

«Alessio, basta! Ti ho detto che non voglio parlare di questa cosa e ti ho detto di non disturbarmi quando sto studiando. Quante volte devo ripeterlo per fartelo entrare in quella testa vuota? Sei petulante.»

«Che vuol dire petulante?»

«Basta, Alessio, abbi pietà di me!»

Marta lo afferra bruscamente e lui pensa che stia per arrivargli un ceffone. Inizia a urlare.

«Sei cattiva! Sei cattiva!»

Esasperata, la donna gli scopre un braccio e gli spegne la sigaretta nell'incavo del gomito. Alessio grida più forte, sconvolto dal dolore e dalla paura, si mette a piangere. Scappa in bagno e si rannicchia in un angolo. 

Sa di aver sbagliato, di aver disobbedito. È lui ad essere cattivo, non sua madre. Un bambino cattivo, piagnucolone e petulante, qualunque cosa significhi. Non è in grado neanche di seguire le poche, semplici regole che conosce a memoria: non dire parolacce, finire i compiti prima di guardare la TV, tenere in ordine le proprie cose. Non interrompere sua madre quando sta studiando o è al telefono. Non fare domande su suo padre, soprattutto. Quella è la Regola delle Regole, e infrangerla porta sempre a conseguenze drammatiche.

Così, consapevole di meritare una punizione, non dice nulla quando Marta chiude a chiave la porta del bagno e gli annuncia che passerà il pomeriggio lì dentro. Per fortuna c'è luce, e ce ne sarà ancora a lungo. Col buio sarebbe tutto molto peggiore, e non riuscirebbe a star zitto e buono.

Sa anche di essere fortunato, del resto. Un suo compagno di classe racconta spesso che i genitori lo picchiano con la cinta. Con la cinta! Non osa immaginare quanto male possa fare venire presi a cinghiate e da quello che ha detto la maestra pare sia una cosa sbagliata. La sua mamma gli da giusto qualche schiaffo e a volte fa quella cosa orribile con la sigaretta, ma solo per pochi istanti, e solo quando la fa innervosire troppo. In quei momenti di rabbia, i suoi occhi sembrano cambiare colore e smette di volergli bene. Lui ne soffre da morire, ma dopo, rinchiuso in bagno o accoccolato sotto le coperte, ha tutto il tempo di razionalizzare e capire che è giusto così. Non può aspettarsi di essere amato se non si comporta bene.

E lei lo perdona sempre.
Lo fa anche stavolta.

Apre la porta, due ore dopo, lo solleva dal pavimento e lo abbraccia.
«Scusami, tesoro» gli dice, passandogli le mani tra i capelli e coprendolo di baci. Gli bacia anche il braccio dolorante e gli spalma una pomata sul circoletto rosso lasciato dalla sigaretta. «Stasera facciamo i toast, ti va?»

Lui sorride, pensando alla pentola di minestrone che lo osservava minacciosa mentre stava facendo i compiti.
Marta gli dà una banconota da cinquemila lire.

«Vai all'alimentari e prendi una bottiglia di Coca Cola e le sottilette. Il resto lo puoi tenere.»

Alessio si sente di nuovo felice. Non gli importa più di non avere un papà, perché ha una mamma meravigliosa che lo ama tantissimo. 

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