«Rimani qui, voglio fare due chiacchiere con te. Ci beviamo qualcosa e ci fumiamo una sigaretta, ok?»
«Io non voglio parlare con te.»
«Fallo, per una volta.»
«Mi vuoi punire? Avanti, non girarci intorno. Stai morendo dalla voglia di prendermi a cinghiate, ti prudono le mani.»
«Alessio, basta!» Tommaso scaraventò a terra con una manata tutto quello che c'era sul tavolo. La grossa insalatiera di ceramica si infranse in mille pezzi, con un fragore che coprì le sue urla.
Il ragazzo non disse nulla. Reputò saggio non complicare la situazione.
Adesso qualcuno verrà a suonare alla porta e ci chiederà se è tutto a posto, lui gli dirà di andarsene a fare in culo e poi mi massacrerà di botte.
Ma non venne nessuno. Ancora una volta, i vicini fecero finta di non sentire, o forse pensarono solo a un piccolo incidente domestico. In fondo, visti da fuori sembravano una famiglia normalissima e felice. Certo, Tommaso non riscuoteva grandi simpatie, sapevano tutti quanto fosse becero e cafone, ma da lì ad immaginare fosse anche violento ce ne passava. Si era sempre guardato bene dal lasciare segni evidenti, non lo colpiva mai in volto, e quando gli aveva incrinato due costole sbattendolo contro il tavolo («Non era mia intenzione», aveva detto. «Mi hai fatto perdere la pazienza.»), Marta aveva fatto sì che nessuno venisse a saperlo. Non l'aveva neanche portato in ospedale, chiedendo al suo amico medico di venire a visitarlo a casa e portandolo poi a fare una radiografia nel suo studio privato. Nascondere la polvere sotto un tappeto ben pulito e spazzolato era la loro specialità. Ecco da chi aveva imparato a mentire e manipolare la percezione altrui, in questo caso non c'era bisogno di guardare troppo lontano e cercare tra nonni e misteriose famiglie paterne.
Non venne nessuno, e Tommaso non sembrava comunque intenzionato a picchiarlo. Raccolse i cocci e diede una passata di straccio in balcone (vederlo con scopa, paletta e acqua saponata fu per Alessio un'esperienza più unica che rara), poi portò a tavola due bicchieri, una bottiglia di limoncello e una scatola da scarpe che aveva visto tempi migliori.
«Voglio solo parlare» ribadì.
Lui gli credette, volle dargli fiducia. Pensò di non avere niente da perdere. Non l'aveva fatta così grossa da meritarsi più di qualche cinghiata, male che andasse. E fintantoché fossero rimasti sul balcone, si sarebbe sentito al sicuro, almeno fisicamente.
«Va bene.» Accese una sigaretta e bevve una sorsata di liquore. Si era completamente scordato che l'uomo, in teoria, stava cercando di disintossicarsi dall'alcol (e sembrava ci stesse anche riuscendo, non l'aveva più visto ubriaco da quando era tornato a vivere con loro), e che quella bottiglia non avrebbe dovuto essere lì.
«Sono stato un bambino anch'io. E poi un adolescente.»
Tommaso estrasse dalla scatola una foto in bianco e nero che lo ritraeva con quelli che dovevano essere i suoi fratelli. Era stato un ragazzino paffuto, in calzoncini e maglietta a righe, che sorrideva con lo sguardo mostrando una dentatura bianchissima a cui mancava un incisivo.
«Qui avevo otto anni. Lei è Maria Grazia, mia sorella, e lui è Benito, mio fratello maggiore. Eravamo in colonia a Forte dei Marmi.»
Benito. Che razza di nome.
«E questo sono io il giorno del mio decimo compleanno. Avevo un braccio rotto perché mio padre me le aveva date di santa ragione per aver bestemmiato la Madonna.»
Per Alessio fu difficile riconoscere in quel bambino l'omone rozzo e imponente che aveva davanti. Anche i suoi occhi erano diversi, più dolci e innocenti. Quelli di Maria Grazia, invece, erano vuoti, privi d'espressione.
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Alessio
Fiksi UmumATTENZIONE! Storia ad alto contenuto di violenza, descrizioni crude e linguaggio spesso volgare. -5 luglio 1999- "(...) paziente non collaborativo, mostra ostilità e atteggiamento provocatorio verso il personale medico. Nega di aver tentato il suici...
