38. Gerardo

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La finestra andata in frantumi era quella di una delle aule del secondo piano. Se ne accorsero appena girato l'angolo del prefabbricato, vedendo i cocci di vetro sul prato. Solo cocci di vetro, e una sedia. Di Gerardo, grazie al cielo, non c'era traccia.
Sollevati, ebbero tutti lo stesso pensiero: era ovvio che il compagno non si fosse gettato nel vuoto, quello che avevano udito non era il rumore di un corpo - peraltro piuttosto pesante - che si sfracellava al suolo dopo una caduta di qualche metro. 

Ma allora, cos'era successo?

«Ha spaccato il vetro per buttarsi!» urlò Alessio, in preda al panico. «Presto, andiamo su!» Si mise a correre come se avesse il diavolo alle calcagna, chiamando a gran voce il nome del ragazzo mentre saliva le ultime rampe di scale due gradini alla volta. 

«Gerardo, non fare cazzate. Gerardo...»

Si aggrappò al corrimano, colto da un capogiro. La tachicardia era tornata, insieme alla sensazione di respirare a malapena. 

Non ora, non di nuovo. Non posso fermarmi.

Passo dopo passo, più lentamente di quanto avrebbe voluto, attraversò il corridoio e raggiunse la porta dell'aula A12. Gerardo era in piedi su tre banchi impilati, di fronte alla finestra rotta. Poco distante, una bidella lo supplicava di scendere.

Alessio non si era mai sentito così vicino emotivamente a qualcuno, e mai avrebbe pensato sarebbe accaduto proprio con quel ragazzone supponente e antipatico che aveva sempre considerato quanto di più diverso da lui.
Gerardo voleva uccidersi. Aveva scelto di farlo lanciandosi da una finestra e non tagliandosi i polsi o conficcandosi un coltello nel torace, ma quello era solo un dettaglio. La sua anima doveva essere ancora più a brandelli della sua, se era sul punto di saltare giù, e non soltanto fantasticando su come farsi fuori senza poi passare ai fatti. 

Era giusto salvarlo? Al posto suo, avrebbe voluto che qualcuno si intromettesse nella decisione più importante della propria vita? Avrebbe dato ascolto a chi gli avesse detto di non farlo?

«Gerardo, sei sicuro di voler morire

Gerardo si voltò. Parve sorpreso, e infastidito.

«Tu cosa cazzo vuoi?»

«Voglio che ci pensi bene, non è come scegliere che gusti di gelato vuoi nel cono. Se cambi idea mentre stai cadendo non puoi tornare indietro, lo sai?»

«Non parlarmi come se fossi un coglione solo perché non ho i tuoi voti perfetti.»

Alessio si impose di mantenere la calma. Non sapeva cosa fare, non era sicuro fosse giusto intromettersi in qualcosa di così delicato e personale, ma nel dubbio decise che avrebbe detto la sua, a cuore aperto. Respiro a fondo e continuò:

«Lo sai che non è detto tu muoia? Potresti rimanere paralizzato o finire in coma, sei disposto a correre questo rischio? Se vuoi morire non devi improvvisare, il secondo piano potrebbe non essere abbastanza.»

«Alessio, ma sei pazzo?»

Manuel scosse la testa, sbalordito. Accanto a lui, Sergio stringeva la croce che portava al collo, e pregava ad alta voce. Era pallido da far paura. La bidella, disperata, disse ai tre ragazzi che sarebbe scesa a chiamare aiuto.

«Perché non ve ne andate tutti a fare in culo?» Gerardo si avvicinò ulteriormente al davanzale. I banchi sotto di lui scricchiolarono con un rumore sinistro. «Soprattutto tu, Speranza de 'sta minchia. Lo sappiamo tutti che hai tentato di ammazzarti, vuoi farmi la predica?»

«Credi davvero che volessi suicidarmi?» Sul volto di Alessio apparve un sorriso sarcastico.  «Se l'avessi voluto l'avrei fatto e basta, senza farmi scoprire.»

«E allora sta' zitto,  non sai come mi sento.»

Un altro scricchiolio. L'ultimo banco della pila era sul punto di ribaltarsi, e se Gerardo non fosse finito per terra, rompendosi un braccio o una gamba, rischiava di precipitare nel vuoto, che lo desiderasse davvero o no. Doveva farlo scendere, ma ogni movimento poteva essere fatale.

Cosa devo fare?

Alessio si voltò verso Manuel, sperando avesse una soluzione. L'amico gli rispose con uno sguardo terrorizzato. Sergio si mise a piangere, sforzandosi di continuare a pregare tra i singhiozzi.  Si trovavano in una situazione decisamente difficile da gestire e, Alessio se ne sarebbe reso conto solo più avanti: gli adulti non erano dei punti di riferimento affidabili. La bidella aveva scelto di aiutare nel modo più semplice, lasciandoli soli con un aspirante suicida.

Devo parlargli. Fino a trovare la frase che lo farà capitolare e nel frattempo lo avrò tenuto distratto. Non vuole morire. Vuole essere aiutato, ma sta rischiando grosso.

«Non è quel maledetto cinquantotto. Quello è la goccia che ha fatto traboccare il vaso e adesso pensi che non ti è rimasto più niente a cui aggrapparti, vero? Lo sai che al posto tuo farei i tuoi stessi pensieri? Lo sai che avrei paura di tornare a casa e prendere tante di quelle botte da rimanerci secco? Lo sai che neanche la mia vita è perfetta? No, non lo sai, come io non so quali siano i tuoi veri problemi. Ecco perché stiamo male: perché nessuno può capirci. Nessuno ci ha insegnato ad amarci e siamo due insopportabili stronzi, sembra che ci divertiamo a farci odiare.»

Gerardo si girò, dando le spalle alla finestra. Qualcosa sembrava essersi smosso dentro di lui. Alessio lesse nei suoi occhi la richiesta d'aiuto che aveva intuito esserci, un improvviso interesse nei suoi confronti.

«Io non ti odio. Ti... ti... Ti invidio.»

Se mi conoscessi davvero, cambieresti idea.

«Devi scendere da lì, ti aiuto io.»

«Non voglio scendere, voglio morire.»

«No che non vuoi morire. Vuoi che qualcuno ti ascolti, sei stanco di fingere che vada tutto bene e ancora di più sei stanco del fatto che tutti credano a questa finzione.»

«Lasciami in pace.»

«Scendi da lì e parliamone con calma. Hai tutta la vita per ammazzarti, e comunque rimandare di venti minuti non ti cambia nulla.»

«Io non so come fare. Ho paura.»

«In qualche modo faremo.»

Alessio era risoluto.  L'avrebbe allontanato da quella maledetta finestra, a costo di raggiungerlo e rischiare la sua stessa vita (che ora gli sembrava quanto di più prezioso avesse), convinto fosse la cosa migliore da fare, che dietro a un impulso così distruttivo non c'era un reale desiderio di morte bensì la frustrazione di non riuscire a vivere e soprattutto il bisogno di essere salvato per capire che al mondo c'era qualcuno a cui fregava di loro, che li vedeva e che non si limitava a dire che erano fuori di testa.

«Forse devo buttarmi e farla finita.» Gerardo fece un passo indietro. Dava ancora le spalle alla finestra, non aveva pieno controllo di quanto potesse spingersi verso il davanzale senza finire di sotto.

«No. Puoi sempre farlo domani, tra un mese, tra un anno o mai, ma adesso non sei sicuro di volerlo fare e devi scendere da lì.»


 Alessio avvicinò un altro banco alla pila su cui era salito il compagno e, intuendo le sue intenzioni, Manuel e Sergio fecero lo stesso, aiutandolo a creare una sorta di scala.

«Non riesco a saltare.» Gerardo era come pietrificato, aveva il volto madido di sudore e lo sguardo terrorizzato. Sembrava essersi reso conto solo ora di cosa stesse facendo.

«Non devi saltare. Inginocchiati e poi piano piano allunga le gambe verso di me, mettiti a sedere e scendi. Non cadrai, ci sono io, e loro terranno fermo il banco dove sei ora. Ti fidi di noi?»

«Se ti cado addosso ti ammazzo. Sono pesante.»

«Davvero?» Alessio, in piedi sul secondo gradino di quella scala improvvisata, sorrise. «Secondo me non sei grasso, sei solo un pallone gonfiato supponente e cagacazzo.» Tese le braccia e aiutò il compagno, mentre il silenzio della stradina di periferia veniva rotto dalle sirene dei soccorsi.

«Sei un tossico rotto in culo.»  Anche Gerardo sorrise. Poi, quando finalmente fu con i piedi sul pavimento, gli buttò le braccia al collo e si mise a piangere. Gli altri due ragazzi li circondarono, e si unirono tutti e quattro in un abbraccio stretto, come se fossero stati grandi amici da sempre.

AlessioDove le storie prendono vita. Scoprilo ora