"Si vuole analizzare a distanza il rumore presente in un ambiente. A tale scopo vengono installati in posizione opportuna tre trasduttori che forniscono in uscita segnali analogici aventi una dinamica compresa tra - 23dBmO e + 1 dBmO, che debbono avere un limite superiore di frequenza di 4.5 kHz. Attraverso le operazioni di campionamento... "
Alessio leggeva e rileggeva il testo del compito in classe, incapace di concentrarsi.
Quella roba lo annoiava mortalmente. Nonostante i suoi voti altissimi e l'apparente propensione per le materie tecniche, aveva l'anima dell'artista, era un creativo. Amava tutto ciò che suscitava ed esprimeva emozioni, e odiava tutto il resto.
Lo aveva fatto presente anche ai professori, più volte, e la reazione era stata quella che temeva, del resto anche ovvia: perché hai scelto quest'indirizzo di studi, allora?
Altrettanto ovviamente, perché i suoi segreti se li teneva ben stretti ma era incapace di mentire a meno non gli servisse, aveva sempre risposto che non si era trattato di una scelta sua. Gliel'avevano imposto.
Lui avrebbe voluto iscriversi al liceo artistico o al classico, ma Tommaso gli aveva riso in faccia. Quella era roba per ragazze, froci e figli di papà che non avrebbero dovuto preoccuparsi un domani di guadagnarsi da vivere. Doveva diplomarsi e trovare un buon lavoro, non aveva tempo per certi capricci da ragazzino viziato.
I primi tempi si era ribellato, rifiutandosi di studiare qualsiasi materia che non fosse lettere, inglese o storia, poi, dopo che ogni insufficienza gli era costata una scarica di cinghiate, un polso slogato o una notte nel ripostiglio, si era piegato ai voleri del suo aguzzino, arrivando ad essere il primo della classe. Beh, il secondo. Il primo era Gerardo Del Savio, un ragazzone tronfio e saccente che lo detestava, (poco) cordialmente ricambiato.
Gerardo incarnava in pieno lo stereotipo del secchione: supponente, asociale, un disastro con le donne (forse era anche per questo che detestava Alessio, un essere fastidioso capace di portarsi a casa un nove e la più carina della scuola nella stessa giornata, e con la faccia tosta di mettersi contro i professori più odiosi senza preoccuparsi delle conseguenze).
Quel sabato mattina, alzò la mano, dal primo banco, e iniziò a parlare prima che Esposito gli desse la parola.
«Questo è l'esercizio che è uscito alla maturità dello scorso anno, vero?» chiese, con l'aria di chi già conosceva la risposta.
Il docente annuì.
«L'avevo già fatto per esercitarmi. Non ne avrebbe un altro? Quelli che crea lei sono molto più difficili e quindi più utili.»
Alessio non riuscì a trattenersi.
«Questa leccata di culo è per assicurarti il dieci, vero?» chiese, sfoggiando la migliore faccia da schiaffi del suo repertorio.
Gerardo si voltò stizzito.
«Chiedilo a Valentini, lui è un esperto in queste cose.»
Gli altri compagni scoppiarono a ridere. Bastò però un'occhiata di Alessio ad ammutolirli e a farli tornare seri.
«Se volevi fare una battuta sui miei gusti sessuali ti è riuscita male» intervenne allora Manuel. In bocca a chiunque altro quelle parole sarebbero risultate risentite e acide, ma lui aveva un sorriso e un tono disarmanti, anche per una classe di adolescenti stupidotti e immaturi.
«È ovvio volesse deriderti. Nel caso non si fosse ingraziato per bene il professore, ha deciso di fare le sue stesse battute idiote» gli fece eco l'amico.
Gerardo non si scompose.
«Tu invece stai rischiando grosso, lo sai?»
«Lo so.» Alessio ridacchiò, divertito, e allungò le gambe sul banco. Si godette l'espressione esasperata di Esposito, in attesa di una reazione che non tardò ad arrivare.
«Mettiti composto e lascia che i tuoi compagni finiscano il compito.»
«Possono finirlo anche se mi metto a ballare sulla cattedra. È un esercizio così semplice e inutile.»
«Stai mettendo a dura prova la mia pazienza, porca... »
La bestemmia fece trasalire Gerardo e Sergio, il ragazzino occhialuto che stava valutando di entrare in seminario e che sicuramente sarebbe andato a lamentarsi col preside.
Alessio lanciò un'occhiata trionfante al professore. L'aveva portato esattamente dove voleva.
Decise di non infierire e provò di nuovo a concentrarsi sul compito, con scarsi risultati. La sua mente si rifiutava di collaborare, vagava tra la decina di idee per il prossimo quadro che aveva intenzione di dipingere, le forme procaci della cameriera del ristorante in cui era stato a pranzo con sua madre la domenica precedente, e la serata che aveva in programma con Ivanka, la vicina di casa bella e disinibita. Altro che trasduttori, segnali analogici e campionamenti. Non faceva sesso da quasi un mese e cominciava a non poterne più. Non riusciva a star fermo sulla sedia, le parole si muovevano sotto i suoi occhi e perdevano senso, aveva caldo e avrebbe voluto togliersi la camicia, ma sotto indossava una maglietta a maniche corte, non era il caso.
Anzi sì, chi se ne frega.
Manuel sussultò guardandolo sfilarsi la camicia. Notò prima il modo in cui la t-shirt nera gli aderiva a spalle, petto e fianchi, e solo in un secondo momento si soffermò sul braccio fasciato. Difficile potesse intuire cosa gli era successo, ma Alessio gli evitò un'eventuale domanda.
«La gatta di Ivanka. È una belva.»
Lo disse a voce abbastanza alta affinché lo sentissero anche i compagni della fila dietro, e si chinò per raccogliere l'indumento che era scivolato a terra. Nel farlo, gli cadde l'occhio su quello che stava accadendo tra le gambe dell'amico. Incredibilmente, la cosa lo imbarazzò. Che Manuel avesse un debole per lui non era certo un segreto, ma ogni volta che ne aveva prove così evidenti, si sentiva a disagio. Per lui, soprattutto.
Gli girava la testa, aveva bisogno d'aria. Tutto quello che provava gli arrivò in maniera esasperata e gli provocò un fastidioso senso di nausea. Fingendo di buttar giù una bozza di svolgimento del compito sul foglio a quadretti (in realtà stava scrivendo i versi di una canzone dei Bon Jovi), armeggiò con l'accendino per scaldarlo. Sarebbe poi bastato stringerlo in mano o farselo scivolare sotto la maglietta mentre nessuno lo guardava, per sentire un po' di sano dolore e mettere a tacere almeno per qualche minuto il caos che gli sconquassava l'anima, in mancanza di meglio.
Non appena Manuel tornò al suo compito, si concesse un briciolo di sollievo, appallottolò il foglio protocollo e ne prese un altro. Tre quarti d'ora dopo aveva finito, mancava solo il quarto punto, quello in cui si richiedeva di programmare un microprocessore. La sua bestia nera. La concentrazione l'aveva di nuovo abbandonato e ritrovarla sarebbe stato molto difficile. Neanche ci provò. Copiò l'esercizio in bella e fece scivolare la brutta copia sotto quello dell'amico, che continuava a lanciargli mute richieste d'aiuto. Ce l'avrebbe fatta anche da solo, ma, nel dubbio, preferì dargli una mano. Consegnò e si diresse verso la porta, mostrando il dito medio a Gerardo.
«Non hai finito» gli disse il professore dando una rapida occhiata al compito. «Torna al tuo posto.»
«Non ne ho voglia e ho bisogno di mangiare qualcosa.»
«Vuoi abbassarti la media?»
«Non me frega un cazzo. Otto o nove non fa differenza, mi basta diplomarmi e togliermi dai coglioni questa scuola di merda.»
«Se continui così agli esami non ci arrivi proprio.»
Alessio uscì sbattendo la porta, prese qualche snack dal distributore automatico e andò a gustarseli in cortile. C'erano un clima così piacevole e un'aria così dolce e profumata di gelsomino, che di rientrare in classe non aveva proprio voglia. Raggiunse il retro dell'edificio, stese la camicia sull'erba e si sdraiò al sole.
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Alessio
General FictionATTENZIONE! Storia ad alto contenuto di violenza, descrizioni crude e linguaggio spesso volgare. -5 luglio 1999- "(...) paziente non collaborativo, mostra ostilità e atteggiamento provocatorio verso il personale medico. Nega di aver tentato il suici...
