CAPITOLO 52

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ATTENZIONE 🔞 : Questa storia contiene il linguaggio esplicito e scene forti e si consiglia una lettura consapevole e adeguata al genere.

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La prese per i fianchi e la piegò sul letto senza pochi complimenti.

Fu una stretta rude.

Dovette reprimere un ansito di sorpresa e si limitò a inspirare e respirare diverse volte mentre la camicia le veniva strappata di dosso con le dita agli ed esperte e con un strattone le calarono giù le mutandine.

La pressione intorno ai fianchi aumentò e serrò le mascelle in una smorfia dolorosa a contatto con la mano che le strinse i capelli e la spinse con la faccia in giù, sul lenzuolo.

Il suo cuore prese a battere come un forsennato tanto che avrebbe voluto mettersi a urlare.

Singhiozzò silenziosa e chiuse gli occhi, aspettando il momento in cui l'avrebbe presa.

Sentì il rumore della lampo che veniva tirata giù e immaginò benissimo cosa stesse per accadere.

S'irrigidì a contatto con il suo membro che vi premeva contro la sua vagina tremante, provò a serrare le gambe, ma era così debole e priva di forze che falli miseramente.

«Ti p-prego, no»

Lui la punì senza alcuna pietà e con una stoccata glielo infilò tutto dentro, le si mozzò il respiro e spalancò gli occhi.

Inspirò per contrastare tale l'invasione e lottò per non gridare, lacrime calde e salate scendevano a ogni stoccata.

Una voce continuava a chiamarla e tornò in sé bruscamente come se qualcuno le avesse gettato l'acqua ghiacciata addosso.

L'aria entrava e usciva dai polmoni lentamente, eppure non riusciva a respirare.

Non c'era abbastanza l'ossigeno in quella maledetta sala .

«Signora, Volkova, non le piacciono i biscotti che ho preparato? Ne vuole altri di un tipo diverso?» Esclamò la voce familiare con un tono preoccupato dietro alle sue spalle.

Sussultò dallo spavento e scosse la testa. Negò  e lasciò che  l'immagini di quella notte insieme alla sua grida sparivano davanti ai suoi occhi, lentamente, troppo lentamente.

Deglutì con difficoltà e si mosse a disagio sulla sedia, attirando l'attenzione della signora Elisabeth che si mise davanti a lei.

«Perché sta piangendo, signora?» Domandò dolcemente e poggiò una tazza col tè caldo. «Cosa posso fare per farla stare meglio!?»

Non si era nemmeno accorto che stesse piangendo, notò. Si asciugò il viso e sorrise incerta dianzi quella compassione e premura, era la prima persona che la trattava in quel modo come se fosse delicata come un fiore.  «Non è niente. Niente e nessuno potrà  rendermi felice qui . Mi manca la mia famiglia e ho disperato bisogno di sentirli. Sono mesi che non so niente di loro e non voglio neppure immaginare quanto stessero male per colpa mia e di quanto dolore abbia causato la mia scomparsa. » Rispose e spostò lo sguardo sulla grande vetrata che dava sul giardino. «La prego, la smetta di chiamarmi signora Volkova»

ALEXANADAR, LO ZAR DELLA RUSSIALa tua prossima ossessione. Scoprilo ora