Capitolo 2

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Poggio il vaso sul comodino al fianco del mio letto. E' stata una bella giornata, monotona ma serena ed è forse questo quello di cui ho bisogno per prepararmi all'ennesima notte in bianco. So già che sarà così, nulla è cambiato e nulla cambierà. Almeno non al momento.

Passo le dita fra i capelli, imprecando fra me e me per i classici nodi che si formano fra i miei inutili, sottili e lunghi capelli rosso scuro. Non mi piacciono, ma ho paura a tagliarli. Odio i cambiamenti, sopratutto quelli radicali, mi terrorizzano e preferisco rimandare, rimandare sempre. Infilo il pigiama, passandomi poi le mani sul viso stanco. Sto morendo dal sonno, fisicamente parlando, perchè mentalmente sono più che attiva. Scosto le coperte del mio piccolo letto attaccato alla finestra, infilandomici dentro e come da ormai dieci anni, mi fermo a guardare la sua finestra. Il fatto che questo palazzo abbia una struttura circolare, ha i suoi pro e suoi contro. Posso incontrarlo e vederlo in due momenti, ma ultimamente non ho fortuna ne in uno, ne in un altro caso. La mattina si sveglia troppo tardi per incontrarlo sul pianerottolo di casa e la sera, torna troppo tardi per incrociare il suo sguardo magnetico alla finestra. In pratica, è una vita che non lo vedo, o meglio che non lo vedo sul serio perchè di sfuggita lui c'è sempre come questa mattina, ma scappa. Scappare, non è forse il termine giusto per definire uno come Alexander. Sono più che sicura che nulla lo spaventi, neppure suo padre quando è incazzato, ma non mi affronta, non lo ha mai fatto. Ci sono due opzioni, teme la verità o non gliene frega assolutamente nulla di me. La seconda la odio, eppure mi sembra la più plausibile. In tutti questi anni, se avesse voluto, avrebbe avuto tante occasioni per parlarmi, per spiegare come davvero stanno le cose ma non l'ha mai fatto e questo mi spinge a pensare che per me non c'è posto nella sua vita, non più. Non lo accetto, ma oggi come oggi non ho più il coraggio di pretendere. Mi sono arresa, ci provo almeno.

Resto a fissare quella finestra chiusa, le tende che mi impediscono la visuale del suo interno. Le ha cambiate, ora sono più scure e se prima mi capitava di intravedere la sua sagoma, ora mi è impossibile. Altri segnali che mi fanno capire che ormai non posso fare più niente se non dimenticare una persona che in cuor mio ritengo importante. Ammetterlo sarebbe ridicolo, per me e per il mondo. Me ne ha fatte di tutti i colori, con gli anni peggiorava, poi si è stufato e a me manca. Ho dei seri problemi e mi sento sola, anche mentre leggo il messaggio di Ben nel quale mi dice che è stato benissimo con me questo pomeriggio e che non vede l'ora arrivi sabato per poterci rivedere. Rispondo, cercando di essere gentile, dolce...ma mi riesce male. Esco con Ben da tre mesi, due dei quali ho pensato al fatto che Alex si fosse stufato di me. Non è giusto per me, ne per Ben, ma sono due cose diverse. Lui è il mio ragazzo, Alexander un fantasma del passato che non riesco a dimenticare. Non provo nulla per lui, non in quel senso almeno. Per me è importante, lo è sempre stato....ma non c'è altro. E' diverso, è un'altra cosa. Con la consapevolezza che neppure quella notte lo vedrò mi stendo fra le calde coperte del mio letto fissando il soffitto e le stelle luminose che a sei anni mio padre fece attaccare. Il mio sguardo poi cade sul porta gioie posto sulla mia scrivania. Un unico ricordo che conservo gelosamente, dal quale non mi staccherò mai.

"Devi trovarti un lavoro".

"Cosa?". Raccolgo lo zaino da terra mettendomelo in spalla. Mio padre non c'è stamattina e mia madre ha deciso di sfogare su di me la sua menopausa.

"Stiamo cercando di risparmiare", non mi guarda mentre lo dice, non parliamo spesso ed io non so nulla della mia famiglia. Non chiedo nulla, se non quei pochi spicci per la colazione e per dei libri di testo.

"Papà ha problemi al negozio?". Vado al sodo, non mi piacciono i giri di parole. Lei trasalisce per un attimo, ma poi si ricompone. Ho l'impressione di essere finita in una sorta di compagnia teatrale, ognuno sa interpretare bene la propria parte, peccato che io sia stanca di fingere.

La cura [H.S.]Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora