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Finirai per trovarla la via... se prima hai il coraggio di perderti.

Tiziano Terziani

Soffrivo di ansia sociale.

Era dura da ammettere, ma era così.
Avevo il costante timore del giudizio degli altri, di rimanere completamente da sola e non facevo altro che paragonare la mia vita a quella degli altri, in maniera quasi ossessiva e del tutto malsana.

Pensavo, pensavo e pensavo ininterrottamente, senza un freno, rimuginando sulle situazioni, riflettendo su ogni dettaglio di ogni situazione e costruendo nella mia testa scenari che non facevano che logorarmi.

Nessuna giornata mi soddisfaceva, ogni mattina mi svegliavo col desiderio che arrivasse la sera e ogni notte poi mi addormentavo sperando che il giorno dopo sarebbe stato migliore... che sarebbe stato quello giusto, in cui qualcosa sarebbe finalmente cambiato.

Ma alla fine non cambiava mai niente, e io diventavo sempre più stanca.

Per questo, se mi fosse stato chiesto, un giorno, che cosa desiderassi dalla vita, non avrei esitato neanche un istante a rispondere.

«Sentirmi completa» Avrei infatti risposto. «Poter guardare il cielo, durante l'alba o il tramonto e non dover pensare a nulla.» Avrei poi aggiunto. «Non desidero nulla, mi basta la speranza di poter trovare il mio posto nel mondo»

Aprii gli occhi, infastidita dai caldi raggi del sole che filtravano attraverso la finestra, dando il benvenuto a un nuovo giorno, ed emisi un lieve sbadiglio, godendomi la tranquillità di quel momento, fino a quando una figura scontrosa non fece capolino nella mia stanza, spezzando definitivamente il silenzio che, fino a poco prima, aleggiava nella stanza.

«Elizabeth.» Mi chiamò la voce di mia madre. «Non sei ancora pronta?» Il suo tono perentorio mi fece trasalire.

Voltai stanca il viso nella sua direzione, stiracchiandomi di poco. «Pronta per cosa?» Bofonchiai assonnata.

Inarcò di scatto le sopracciglia, incrociano le braccia al petto e guardandomi accigliata. «Per andare da Susan.» Rispose ovvia, avvicinandosi al letto e scostando poco delicatamente le coperte. «Tra trentacinque minuti dobbiamo essere da lei.»

Susan, certo, la madre di Nathan, nonché mio fidanzato - ammesso ovviamente che così fosse ancora possibile definirlo, considerando il modo sgarbato in cui, solo alcuni giorni prima, senza alcun ritegno o tantomeno rispetto, mi aveva mollata, a causa di una stupida litigata, sul ciglio della strada, per poi non farsi più sentire.

«Devo venire per forza anche io?» Mi misi seduta, passando una mano tra le morbide ciocche bionde che mi ricadevano su gran parte del viso a causa della notte passata a rigirarmi tra le lenzuola.

Mia madre mi rivolse il suo solito sguardo glaciale, emettendo un sonoro sbuffo. «Certo che sì, Elizabeth, non vedo perché non dovresti. È da tempo che non vi vedete. E poi, suo marito un giorno potrebbe diventare mio collega, ed è necessario mantenere sempre buoni rapporti con chi ha qualcosa da darti in cambio.»

Lei non sapeva nulla delle continue litigate avvenute tra me e Nathan nell'ultimo periodo e del fatto che avessi già da tempo intuito quanto lui si fosse stancato della nostra relazione, dopo ben nove mesi.

Era sempre piaciuto a mia madre, o forse era stata solo la possibilità di poter collaborare con un uomo di successo come suo padre e, di conseguenza, portare la sua azienda di yatch a livelli ancora più alti di quelli in cui già si trovava, ad aggradarla tanto e a farle tifare per noi due. Per quello non le avevo mai detto niente. Non avrei voluto deluderla.

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