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A volte non hai il tempo di accorgertene. Le cose capitano in pochi secondi. Tutto cambia.
Sei vivo. Sei morto.
E il mondo va avanti. Siamo sottili come carta.

Charles Bukowski

(Canzone consigliata: epic dramatic violin music - Lethe)

Brandon

«Beth, no!» Fu l'urlo che mi scivolò fuori dalle labbra e che trascinò con sé tutto il terrore che la visone di lei che veniva sballottata in avanti per già dell'esplosione mi aveva provocato.

Quando vidi infatti i frammenti dell'aereo prendere fuoco, le fiamme cominciare ad avanzare e molti uomini lì intorno essere sbattuti a terra per via dell'onda d'urto della bomba, sentii le gambe tremarmi.

Per via del botto dell'esplosione le orecchie presero a fischiarmi, la testa cominciò a ronzare e ogni cosa attorno a me sembrò procedere a rallentatore.

Lucas che combatteva a mani nude contro due uomini di Clark, Kevin che urlava sul corpo di Amber, inerme e privo di sensi, steso a terra, e Kens, Maroni e Romanov che correvano verso Clark, per impedirgli di andare via.

Intorno, c'era il caos più totale.

Spari, sangue, fuoco, corpi feriti, cadaveri ammassati.

Era una carneficina.

Ma la mia priorità era Elizabeth.

Per tale motivo, nonostante a qualche metro da me gli uomini di Clark sparavano a mitraglia contro qualunque bersaglio, scattai in avanti e cominciai a correre verso la sua direzione.

«Brandon, no!» Sentii urlarmi da qualcuno dei ragazzi, ma anziché voltarmi o fermarmi, procedetti dritto verso Elizabeth.

A un certo punto la vidi dietro una macchina, stesa sull'asfalto, con del sangue che le colava dalla testa e una mano poggiata sul ventre, mentre tentava di strisciare via da un uomo che si avvicinava a lei, con un fucile in mano.

Senza indugio, sollevai la mia pistola e mirai contro di lui, prima di perforargli il petto con tre proiettili.

Istantaneamente il suo corpo ricadde inerme all'indietro e il viso di Elizabeth si sollevò di scatto verso la mia direzione.

«Brandon...» Mormorò dolorante, con gli occhi lucidi e il corpo tremante.

«Beth...» sollevato di vederla viva, mi precipitai su di lei e la trascinai ancor di più dietro l'auto per metterla al riparo dagli spari.

Dopodiché, crollai in ginocchio e la strinsi tra le mie braccia.

E poterla toccare e abbracciare mi tolse di dosso quel macigno che mi era piombato sul petto, facendomi tornare a respirare.

Quando avevo visto l'aereo esplodere e il suo corpo essere sbattuto in avanti, infatti, il cuore mi si era completamente fermato e ogni arto mi si era pietrificato dalla paura.

«Stai bene?» Le chiesi a un certo punto, con il respiro ancora affannato.

«S-sì...» Abbassò la testa verso il suo fianco. «Mi è entrata una piccola scheggia nella pancia, ma credo che non sia niente di grave.»

Subito aggrottai le sopracciglia e dirottai lo sguardo sulla ferita. Quando però tolsi la sua mano per vederla meglio, impallidii.

«Cazzo...»

Non era una piccola scheggia, quella.

Era un vetro che le si era infilato nel ventre e che sporgeva dalla carne, ricoperta di sangue.

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