71

19.9K 532 270
                                        


Ciò che ero solito amare, non amo più.
Mento: lo amo, ma meno

ecco, ho mentito di nuovo: lo amo, ma con più vergogna, con più tristezza.
Finalmente ho detto la verità.

È proprio così: amo, ma ciò che amerei non amare, ciò che vorrei odiare.
Amo tuttavia, ma contro voglia, nella costrizione, nel pianto, nella sofferenza.

In me faccio triste esperienza di quel verso di un famosissimo poeta:

“Ti odierò, se posso
se no, t’amerò contro voglia”.

Petrarca

Canzone consigliata: Till forever falls apart - Ashe & FINNEAS)

🔴🔴

Elizabeth

«Beth...» Un gemito roco scivolò fuori dalle labbra di Brandon, mentre le sue mani mi stringevano come se avesse paura che potessi scomparire da un momento all'altro.

Completamente trascinati dalla foga di averci, entrammo nella mia stanza senza staccarci neanche per un secondo.

Mentre continuava a divorarmi la bocca, intensamente e impetuosamente, chiuse la porta con un calcio e mi prese in braccio, non lasciandomi neanche un attimo di fiato.

E quando mi spinse l'erezione contro il centro delle gambe, mi resi conto di quanto il controllo del mio corpo mi fosse completamente sfuggito. Una vera e propria guerra stava infatti avvenendo dentro di me. Il rancore, la rabbia e il dolore mi spingevano a riprendere la lucidità, ma senza alcun risultato.

La mia mente era infatti talmente annebbiata che non riuscivo più a vedere niente. Niente di tutto ciò che era successo, niente di tutto ciò che avevo passato.

E sebbene sapessi che non stavo facendo altro che ricascare nella stessa trappola in cui mi ero procurata le ferite più profonde della mia vita, in quel momento nessun freno riuscì a tenere... perché lì avevo Brandon. L'uomo di cui mi ero follemente innamorata e per cui il mio cuore avrebbe sempre lottato con ogni fibra del suo essere.

Era come un marchio che mi era stato inciso direttamente sui polmoni, su ogni ossa e su ogni singola cellula del corpo, e a cui sarebbe stato impossibile non arrendersi.

Le gambe infatti mi divennero molli, ma le sue mani che mi stringevano i glutei mi fecero rimanere avvinghiata a lui.

Con un respiro pesante mi poggiò sulla scrivania e mi spinse contro di lui, per fissare il mio bacino al suo.

In cerca di sollievo, presi a strusciarmi su di lui e a stringere le cosce attorno ai suoi fianchi.

«Mi sei mancata.» Mormorò a un certo punto, con la bocca incollata alla mia.

Anche tu. Avrei voluto dirgli.

Tuttavia, per quanto in quel momento stessi dicendo addio a ogni pensiero razionale, nel preciso istante in cui lui mi sollevò il vestitino sui fianchi e si slacciò la cintura, un flash mi colpì in pieno.

«È colpa sua. È soltanto colpa sua.»

Nella mia testa infatti presero a riecheggiare le parole che quel viscido schifoso di Ryan mi aveva sussurrato durante lo stupro, e di conseguenza ogni cosa si freddò.

ToxicDove le storie prendono vita. Scoprilo ora