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LA RESA DEI CONTI È VICINA⏳

Mi veniva da piangere, ma non ci riuscivo. Provavo solo un'amara stanchezza, una nausea triste: quando ti senti giù, che più a terra non potresti

Charles Bukowski

(Canzone consigliata: Labour - Paris Paloma)

Brandon

«Che ti ha fatto Ryan?»

Non credevo che avrei mai sentito quel nome uscire proprio dalla bocca di Elizaneth, ma era successo.
Tuttavia ero riuscito a captare solo quello, della conversazione tra lei e Roxy, mentre scendevo la rampa di scale del seminterrato.

Bastò però il solo pensiero di una qualsiasi possibile connessione tra lei e quel pezzo di merda a gettarmi addosso confusione e agitazione. E ad allarmarmi ancora di più fu proprio Beth, che non appena mi vide impallidì seduta stante, come colta in contropiede.

Una serie di domande cominciarono allora a spuntare nella mia testa, ma non riuscii a scandirle adeguatamente, poiché concentrato solo e unicamente sugli occhi lucidi della bionda davanti a me.

E quando scorsi anche le sue mani tremolanti, capii che qualcosa era effettivamente successo. Qualcosa che però non aveva il coraggio di dirmi.

«Che ti ha fatto Ryan?» Ripetei allora, facendo un altro passo nella sua direzione.

Il suo petto si gonfiò di riflesso, per poi riabbassarsi subito dopo, come se il suo cuore avesse appena perso un battito.

«Non credo che vorresti saperlo davvero.» Rispose Roxy al posto suo, sollevando il viso sporco e stanco su di me.

«Beth.» La richiamai a quel punto, con un cipiglio in fronte, ancora più confuso.

«Io... Lui...» Balbettò in difficoltà, passandosi una mano tra i capelli e guardandosi intorno con aria spaesata.

Poi, senza dire nulla, emise un profondo sospiro e si affrettò a uscire da lì.

Mi superò di fretta, come se quell'ambiente fosse diventato improvvisamente troppo piccolo e soffocante, e iniziò a salire di corsa le scale.

E quando provai a metterle una mano sul braccio per fermarla, lei si voltò di scatto e disse: «Lasciami. Devo uscire da qui.»

Così, senza opprimerla, la seguii a ruota, in silenzio, con lo smarrimento dipinto sul volto e il cuore che tamburellava pesantemente nel petto.

Non appena riaprimmo la porta del seminterrato e sbucammo nuovamente nel soggiorno, la musica a palla delle casse riprese a rimbombarci nelle orecchie, ma tutta quella confusione evidentememte fu troppo per Elizabeth, poiché si precipitò subito nel corridoio.

Il suo comportamento mi allarmò, ma non dissi nulla e continuai a starle dietro, in attesa che si fermasse. Fortunatamente, quando arrivò davanti alla mia stanza, spalancò la porta e si ci fiondò dentro, così la seguii, grato di poter stare lontani da tutti.

I suoi respiri affannati cominciarono subito a riempire il silenzio della stanza, così chiusi la porta a chiave, per evitare che entrasse qualcuno, e mi avvicinai a lei.

«Beth, che cazzo succede?»

Le presi il viso tra le mani e affondai gli occhi nei suoi, ma dentro alle sue iridi scorsi talmente tanta agonia che mi irrigidii.

Ogni poro del suo corpo infatti in quel momento sembrava gridarmi 'aiuto', ma apparentemente lei rimaneva così maledettamente fredda e indecifrabile che non ci capii un cazzo.

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