64

136 14 8
                                        

[Emma]

Immagino la mia vita tra qualche mese, conto i mesi che rimangono, le cose che mancano. Giro per i negozi a cercare cose che forse non comprerò mai, giusto perché ho tutte le cose usate da Nicco, Leo e Chloe e potrei riusarle per i miei due nuovi regali. Poso una mano sul mio leggero rigonfiamento di tre mesi mentre fisso una vetrina. Ho la collana con la sfera che ho usato anche per le altre gravidanze che passa ogni tanto, quando mi muovo, sulla mia pancia. Entro in questo negozio per la casa, abbastanza generico, con cose sia e sopratutto per grandi ma anche per piccoli e mi immagino le mie due bestioline giocare su un tavolino con la lavagnetra.
«Ha bisogno di una mano?» la domanda è tranquilla ma la voce la riconoscerei su mille. Alzo lo sguardo e mi pietrifico. Lui mi guarda, riconoscendomi solo adesso. Non è cambiato molto, a differenza mia. Sono diventata mora, capelli più lunghi, ho preso qualche giusto chilo visto che a vent'anni non mangiavo chissà cosa. Ora sto bene.
«Io... no grazie» rispondo tornando a guardare. Lui non si allontana e cerca di scrutarmi. Tocco la mia pancia quasi per proteggerla e faccio finta di guardare altre cose
«Riccardo ha bisogno la signorina?» sento ora una voce dolce e calda femminile che viene verso di me.
«No, tutto ok» dice Riccardo. Già lui. Il mio vecchio capo, colui che abusò di me, del mio corpo. Mi vendeva agli altri e poi mi usava per se stesso.
«Emma?» la donna dice il mio nome e solo ora la guardo e la riconosco.
«Fede!?» pronuncio. È la mia ex collega.
«Oddio quanto tempo!» sorride e mi abbraccia e solo ora mi sciolgo e la abbraccio.
«Come stai?» chiede lei.
«Ora bene» rispondo sorridendo e lei sorride notando il mio rigonfiamento.
«Ci facciamo due chiacchiere? Mi prendo 5 minuti di pausa» dice mostrandomi la sigaretta.
«Due chiacchiere si, ma non fumo più» le spiego e sorride. Usciamo dal negozio e ci sediamo nella panchina di fronte.
«Ma sei incinta, di nuovo?» domanda felice e annuisco.
«Sì.. sono due» le intimo toccandomi il ventre.
«Pensa che io ero rimasta a Niccolò, ora sarà grandissimo» continua lei.
«Già» la guardo «Ha venti anni il mio bambino adesso. Poi ho avuto Leone e Chloe.. ora aspetto loro due» le racconto.
«Ma che bello amore.. mi sei mancata.. ci siamo completamente perse.» ammette lei mentre mi stringe con una mano, mentre con l'altra ispira il fumo.
La guardo e già sa cosa voglio chiederle.
«Si è Riccardo» mormora. «È uscito dopo anni dal carcere e ora mi sono ritrovata di nuovo a lavorare con lui, fortuna che non è più il mio capo ma è un semplice dipendente come me»
«Ma.. non hai un po' di timore?» chiedo.
«A quanto so convive con una tipa, è cambiato e da quando lo avevano messo dentro è continuamente seguito da psicologo e servizi civili.. insomma era drogato fino al collo. Si era mangiato completamente il cervello» parla lei tranquilla.
«Menomale dai.. almeno stai serena anche tu.. invece di te? Che mi dici? Le altre le hai risentite?» le domando.
«Poco e niente amo, mezze si sono trasferite, sempre Roma ma fuori a quanto mi ricordo e io tutto bene, ho una bambina di nome Mia che ha 5 anni» sorride mostrandomi una foto.
«Cavolo ti somiglia tanto» le confesso guardando la foto «È bellissima»
Ride ribloccando il telefono «È una peste, però si è bella la mia bimba» spegne la sigaretta «Devo rientrare a lavoro» dice alzandosi e la seguo «Qualsiasi cosa sono qui» ci salutiamo e rientra.

[...]

«Quindi è uscito..» riflette Ste dopo che gli ho raccontato tutto «Effettivamente si, i tempi tornano» dice calcolando gli anni di carcere. «In qualsiasi caso tu dimmi tutto ok? Non ti farà più niente ci sono io, ma parla» mi prende dai fianchi e mi bacia.

[Niccolò]

Finisco l'allenamento e una volta faccia la doccia esco.
«Sei Niccolò Marrone?» mi sento chiamare e mi volto notando un uomo sulla quarantina.
«Si..chi è lei?» domando all'uomo. Il mio cognome effettivamente è quello di mamma che ho dalla nascita ma in realtà ora sono riconosciuto anche come Bocci. Ma quando mi chiamano solo con il cognome di mamma mi va bene lo stesso.
«Io.. nessuno.. è che ti seguo tanto e sei bravo» ammette lui.
«Grazie» rispondo però con un po' di ansia. Mi piace essere seguito in senso metaforico dalle persone, ma ho paura dei fan morbosi.
«Vuoi?» tira fuori un pacchetto di Camel e me ne passa una.
«No grazie, sto cercando di smettere» spiego, ed è vero. Ormai è tanto che fumo una volta ogni tanto.
«Eddai una, che vuoi ti faccia» incita e annuisco però un po' disturbato. Mi metto seduto alle panchine esterne dello stadio affianco a lui, un po' titubante.
«Sai che ti conosco da tempo in realtà? Tuo padre anche» dice e lo guardo. Ha gli occhi azzurri, e un'espressione gelida e lontanamente mi ricordano qualcosa o qualcuno.
«In che senso?» chiedo spegnendo la sigaretta senza finire di fumarla. Ormai non mi piace più, trovo anche un sapore diverso che non mi rappresenta più.
«Quando eri piccolo, tua mamma stava con me e sono il cugino di secondo grado di Marco» mi pietrifico un po' guardandolo e cercandomi di ricordare «mi chiamo Riccardo» nella mia mente passano davanti mille cose ma zero su di lui. Se non una volta che mi ricordo ero a giro con mamma e si salutarono ma non ricordo niente.
«Non ricordo scusami» ammetto «Ma cosa vuoi?» chiedo leggermente piccato. Mi passa una locandina vecchia e stropicciata e vedo mamma irriconoscibile, con una parrucca Argento e quasi completamente svestita con altre ragazze vicine. Nella locandina c'era scritto "Exit" e una data di qualche anno fa e passa. Un mio amico mi disse che trovò un video di mamma e io la riconobbi subito, e infatti litigai con lei che poi mi spiegò qualcosa, e ora capisco. Credo sia il suo ex capo, che la sfruttava. Adesso rifletto e lo guardo un po' intimorito.
«Niente.. se non che tuo padre manco mi saluta più e tua mamma mi ha rovinato la vita» mi alzo tremando un po' mentre lui parla e si alza anche lui.
«Mio padre è cambiato grazie alla sua nuova ragazza e mamma sta bene, ora devo andare» dico in fretta e furia facendo per andare ma mi prende da un braccio e mi rigira.
«Io non voglio fare niente ma sappi che non sopporto né te né la tua famiglia» ammette togliendo la sua mano dal mio braccio.
«Nemmeno io sopporto te» bisbiglio ma sente.
«Allora ti ricordi ora? O fai il finto tonto» domanda duro.
«Qualcosa» rispondo «Tu hai fatto del male a mamma, sono io che non ti sopporto e vorrei tu te ne andassi da qui»
«Io ora sono libero e fuori dalle sbarre. Ho visto Emma ieri, sempre bella lei» parla di mamma e le mie vene diventano tese «Non farò niente a lei, convivo felicemente adesso, ma dopo tutto ciò che mi ha fatto, mi ha tolto il lavoro, la vita.. perché non rompere il cazzo alla sua di vita?» mi fissa e deglutisco.
«Io devo andare» replico «E rompimi pure il cazzo» ammetto perché tanto so bene che si riferisce a me «basta che non nomini più mia mamma» dico secco e me ne vado.

Senza Averti Mai Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora