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[Ginevra]

Conto i secondi come se fossero infiniti, mi guardo allo specchio trovando costantemente difetti e mi sento una ragazzina al suo primo appuntamento. Ma questo non è un appuntamento, è il vederci per parlare, per guardarlo negli occhi senza urlare, senza incalmarmi.
È il primo giugno, il 5 parte la crociera e io sono ancora in forse. Emma mi consiglia di andare, che per qualsiasi cosa c'è lei, ma devo andare per me, per staccare la spina da questo posto. Io sto pensando tanto, ne ho parlato anche con i miei e anche secondo loro dovrei andare. Ci penso.
Oggi ho messo su una polo a maniche corte normale, bianca e un pantaloncini di jeans, mi sento un po' a disagio, perché si vedono le mie gambe e da quel giorno vedere e toccare il mio corpo è una tortura. Ricordo la sera stessa che mi sono lavata, piangevo di continuo, odiavo toccarmi, ma volevo lavarmi. Mi sono lavata 10 volte di fila, mi sono svegliata anche durante la notte e mi sono rilavata, ma niente toglie quell'odore dal mio corpo. Lo sento ancora, come se fosse ancora impregnato sul mio corpo. Il campanello stoppa i miei pensieri. Sussulto con il cuore a mille e alzo la cornetta.
«Chi è?» chiedo.
«Sono io, Leone» dice. Di Cristian non so più niente, so che Alberto l'ha ovviamente licenziato e che Stefano sta pensando al caso con la caserma. Probabilmente va ai domiciliari ma sorvegliato 24h su 24h e non può uscire né fare troppe cose, ma meriterebbe il peggio.
Apro il portone senza risponde e dopo poco me lo vedo spuntare dalla porta.
«Buongiorno» mormora entrando.
«Ciao» dico imbarazzata. Cosa si fa in questi casi? Mi sento impacciata, una che non sa più abbracciare, nemmeno salutare.
«Posa la roba dove vuoi» rispondo senza dare peso ai miei pensieri, o almeno ci provo.
Posa i due caschi sul tavolo dell'ingresso, uno per lui e uno per me, è il mio casco quello ormai, l'ho sempre usato io, in ogni nostra uscita. È a mezze maniche, diciamo che mettersi la giacca in motorino a luglio non è una buona idea, a meno che non faccia fresco o tiri troppo vento.
«Che famo?» chiese e il suo volto lo noto un po' più rilassato del solito. Cerco di far andare via le mie ansie e le mie paranoie e scrollo le spalle.
«Magari dopo usciamo, ti va di parlare un po' adesso?» domando.
«Non chiedere il permesso Gine, parla e basta, ti ascolto» dice ovvio e si siede sul divano.
«Vuoi qualcosa? Acqua, un the, un succo..» penso a mille cose.
«Gine sono apposto tranquilla, vieni qua» batte una mano sul divano. Annuisco imbarazzata e mi siedo accanto a lui, sono diventata molto più attenta ai particolari, chiedo mille volte scusa, chiedo altre mille volte se posso fare qualcosa. E lui ripete che non serve. Non mi metto troppo vicina, lascio un metro di distanza, giusto per non impappinarmi mentre parlo. Non è facile stare così addosso a lui per tanti motivi, due dei quali perché conosco il suo corpo alla perfezione e perché il mio corpo non è più lo stesso e non vuole più niente.
«Dimmi tutto» incita. Lo guardo e prendo un respiro.
«Mi dispiace» inizio.
«Gine.. non ti scusare non serve, non hai fatto niente» ripete lui.
«Leo un attimo per favore» si zitta e mi ascolta «Mi dispiace se non te ne ho parlato subito, se ti ho lasciato credere che ti avessi tradito ma non ci sono riuscita» mi guarda ma poco dopo abbassa lo sguardo «Io avevo paura, non solo di ciò che mi era successo ma anche che tu potessi soffrirci»
«Era inevitabile Gine, che venisse fuori la verità e che io potessi soffrire, chi ama soffre sempre un po', sempre» parla e il mio cuore martella «Ma ti ripeto che non te ne devi fare la colpa. Anche io mi chiedo sempre se avessi potuto fare qualcosa»
«Ma non sarebbe cambiato niente» diciamo insieme ci guardiamo.
«Doveva succedere e basta» dico io.
«No. Non doveva succedere ma ormai è successo e non c'è niente che possa farci tornare indietro» al contrario dice lui.
«No lo so, però devo, dobbiamo comunque cercare di andare avanti. Non voglio soffrire sempre, voglio tornare a ridere, a abbracciare a sentire di nuovo qualcosa» gli spiego io.
«Immagino» continua lui «Ma non ti fai nemmeno toccare» mormora.
«Vorrei ma è difficile, davvero Leo, vorrei provare a stringerti ma ho paura di rivivere altre cose mentre abbraccio te, non per colpa tua, e non me lo perdonerei» cerco di farlo entrare un po' nella mia testa. Lui deglutisce guardando altrove, gli prende un piccolo tremolio alla gamba e percepisco un po di nervosismo, quello che prova quando si parla di ciò. Di un altro che mi ha toccata.
«Mi sento ancora l'odore suo addosso, e mi fa schifo» sputo fuori «Credimi pagherei per avere il tuo profumo, per sentirmi tua e non di uno che mi ha scopata dentro uno spogliatoio»
Lui stringe gli occhi, cercando di scacciare brutti pensieri.
«Davvero Leo» dico e ora mi guarda.
«Non voglio toccarti senza il tuo consenso» dice in un soffio e mi fa sorridere il cuore.
«Lo so, e questo ti fa uomo» ammetto «Grazie» mi faccio coraggio e appoggio una mano alla sua, che era sulla stoffa del divano. Lui mi guarda, come un bambino.
«Se ci riuscissi ti chiederei di fare l'amore con me, adesso, per ripulirmi dalla merda, per non sentirmi più di quell'animale.. ma non ce la faccio Leo.. non sono pronta, ho solo altre immagini in testa» racconto e lui deglutisce, forse preso da un po' di voglia, forse turbato «e non voglio tu servi a dimenticare»
«Io lo farei per te, anche se dici di non amarmi più, se può servire a farti stare meglio, ma quando sarai pronta e se continuerai a volerlo» risponde lui e mi si accende una fiamma dentro. Forse qualcosa provo ancora, forse un domani rinizierò forse a sentire le emozioni a 360 gradi. Sorrido timida e mi avvicino, ci provo voglio provarci e lo abbraccio. Rigida, sono rigida ma mi appoggio al suo petto al suo cuore. Socchiudo gli occhi e lo sento spospirare. Ricambia l'abbraccio con le sue mani ma quando lo fa il mio cervello va sotto sopra. Vedo nero, sento le mani di Cristian addosso, sento il muro ghiacciato della doccia e lui che mi stringe. Mi sento soffocare.
Apro gli occhi di colpo e mi stacco respirando male.
«Io.. oddio.. io non ce la faccio» scoppio a piangere.
«Gine.. respira.. tranquilla.. sono io» mi guarda visibilmente preoccupato senza sapere cosa fare. Cerco di calmarmi, di guardarlo, di vedere che è realmente lui.
«Ora mi calmo.. promesso» cerco di riprendere aria e poi gli afferro nuovamente la mano «Scusa» mormoro davvero dispiaciuta.
«Gine basta, non scusarti più, davvero» mi ricorda e annuisco «È tutto ok.. ma ti va se invece di parlarne facciamo un giro?» mi propone e a stento annuisco.
«Ti porto a fare un giro in centro, poi potremmo andare a villa borghese, poi possiamo anche andare al gianicolo piu tardi e vediamo il tramonto, che dici?» chiede.
«Io.. bo tutto il giorno fuori? Anche a pranzo?» richiedo. Lui mi guarda sospirando.
«Se non te la senti non importa.. magari usciamo un'oretta e poi ti riporto» mormora e io penso.
«No dai andiamo, proviamoci» rispondo ora decisa.
Lui mi guarda e finalmente torna a sorridere.
Usciamo da casa mia dopo aver preso le chiavi e chiuso la porta e scendiamo.
Mi passa il mio casco e lo infilo mentre lui controlla scrupolosamente che lo metto bene mentre si mette il suo. Sale in motorino e mette in moto aspettando che salgo anche io.
Poso le mani nelle maniglie dietro e lui parte. È una bella giornata di sole, calda, luminosa. Tutto procede bene, a partire dal giro che facciamo a Roma centro, tra colosseo, fontana di Trevi, piazza di Spagna. Ogni tanto venire in centro mi fa felice, rivedo la vera Roma e non la solita periferia sfigata.
Leo cerca di farmi sentire a mio agio da inizio a fine, scatto qualche foto ai monumenti come se non fosse la millesima volta che li vedo, ma sono belli sempre e comunque.
Dopo mi porta a villa borghese e ci stiamo un po' bel po', è enorme ma molto romantica, mi ricorda un qualcosa di anni e anni fa, non so una corte medievale, immersa nel verde del parco.
«Facciamo il giro nella barchetta?» mi domanda Leo «Ormai che ci siamo»
«Oddio ma la sopra?» mormoro notando le barchette «E se si ribalta?» lui scoppia a ridere.
«Ma va Gineeee, dai andiamo» lo seguo e ci mettiamo dietro a una coppia di fidanzatini che salgono prima di noi e subito dopo arriva un'altra barchetta per noi. Saliamo e io veramente spaventata mi reggo a lui senza neanche rendermene conto e ci sediamo.
«Mo guido io» mormora afferrando i remi.
«Ora si che ho paura» rispondo lasciandomi sfuggire mezzo sorriso ma lui lo nota e mi sorride anche lui. Facciamo il giretto nel laghetto e si, mi piace proprio questo posto. Mi da un'estrema tranquillità. Non parliamo molto, ci godiamo un po' il momento ma io mi rendo conto che non faccio altro che guardarlo, che guardare i suoi capelli biondi scuri, sul castano chiaro, morbidi sulla sua testa. Non faccio altro che guardare i suoi occhi che stanno guardando gli alberi e il cielo. Non faccio altro che guardare le sue labbra e il suo pomo di Adamo.
«Vuoi provare?» mi fa uscire dai miei pensieri e sobbalzo.
«Eh, sì, cioè cosa?» chiedo balbettando e lui ridacchia passandomi i remi ma ancora sconcentrata quasi ne faccio cadere uno in acqua che lui riafferra al volo. «Ops» ridacchio non so dopo quanti giorni e ora provo a usare i temi.
«Ma dio sono pesantissimi!» mi lamentò cercando di spostare la barchetta.
«No piccina, è l'acqua che è pesante» mi spiega e rabbrividisco una volta che mi chiama così. Lo faceva sempre quando stavamo insieme. Cala il silenzio e io faccio finta di non aver capito.
«Io.. scusami» mormora «Mi è venuto spontaneo» si giustifica e torno con occhi. guardarlo.
«Cosa?» faccio finta di non capire «È tutto ok Leo» dico convinta e provo a riusare i remi «Ma questi non fanno proprio per me! Tienili» li riprende e guida lui.

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