16. Notte di luna

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«Forza, siamo quasi arrivati.» Albert iniziò a remare con maggiore forza.

Eravamo immersi nella foschia mattutina e la barca procedeva lentamente, scivolando sull'acqua.

«Non so se ce la faccio a tornare.» mormorai sconsolata, inalando il profumo dell'erba e dei fiori, che crescevano lungo la riva del fiume.

La serata passata in compagnia di Albert e dei suoi animali era stata stupenda. Mentre eravamo avvolti dal calore del fuoco, avevo raccontato all'uomo molte cose di me. Nonostante lo avessi appena conosciuto, per qualche misterioso motivo sentivo di potergli confidare tutto. E infatti quella notte gli avevo parlato di come ero stata abbandonata e dell'infanzia trascorsa alla casa di Pony, dell'arrivo alla villa dei Legan in veste di compagna di giochi, del fatto che poi fossi stata costretta a occuparmi della stalla. E ancora, del pericolo che al momento correvo di perdere anche quel poco che avevo, e del timore che, una volta tornata, mi avrebbero con tutta probabilità cacciata via.

«Però non devo tornare alla casa di Pony. Sarebbe bello, e so che mi accoglierebbero di nuovo a braccia aperte, ma non voglio essere di peso. Per questo, a costo di dover vivere in un porcile, preferirei che i Legan mi permettessero di restare...»

Per tutto il tempo, Albert si era limitato ad annuire, rimanendo in silenzio ad ascoltarmi fino a notte fonda, e ascoltandomi ancora adesso.

«Capisco... quindi non hai un posto dove andare. Allora siamo uguali.» mi confidò Albert, con un leggero sorriso ad incurvargli le labbra.

«Cosa? Anche tu?» esclamai sorpresa.

«Vedi, quella baia non è mia... l'ho trovata disabitata e mi sono permesso di occuparla.» replicò, grattandosi la testa pensieroso.

«Oh, capisco...» iniziai quindi ad intuire perché indossava dei vestiti dall'aria così poco pulita.

«Perciò, Candy, il nostro incontro...» cominciò a dire imbarazzato, continuando a remare.

«Rimarrà assolutamente un segreto!» conclusi per lui, annuendo comprensiva. «Quindi anche tu non hai una casa, Albert... ma sai, anche se sono sola, io sono felice!»

«E questa ti sembra una buona ragione per essere felici?» mi rispose, ridendo un po' perplesso.

Albert condusse la barca verso rive che ero in grado di riconoscere, probabilmente anche quell'imbarcazione non era di sua proprietà.

«Bene, da qui ce la fai a proseguire da sola?» annuii, e scesi dall'imbarcazione.

«Grazie, Albert... le parole non bastano per esprimere la mia riconoscenza.» esclamai, guardandolo con immensa gratitudine.

«Sono io a doverti ringraziare per aver pulito la casa e lavato i miei panni.» ridacchiò lui, sorridendomi con dolcezza.

«Stammi bene, Popi.» accarezzai delicatamente la testa della puzzola, seduta su una spalla di Albert.

Quest'ultimo mi salutò con un ultimo cenno di mano, e iniziò ad allontanarsi dalla riva.

«Albert!» esclamai di fretta, prima che si allontanasse di più. «Cosa devo fare quando ho voglia di scriverti?»

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