Erano passate ormai due settimane da quando ero in quella scuola, ma mi sembrava di essere lì da molto più tempo. I giorni trascorsero tutti uguali, mi sentivo una specie di marionetta, animata solo dal regolamento e dal suono della campanella. Mi capitava spesso di incontrare Stear e Archie all'interno della scuola, ma non potevo nemmeno rivolgere loro la parola.
Iriza era sempre più in forma, e grazie a lei non avevo amici, visto che tutti sapevano che venivo da un orfanotrofio. Sinceramente mi chiedevo cosa ci fosse di male. Le suore dicevano sempre che davanti gli occhi di Dio eravamo tutti uguali, ma anche loro mi trattavano con freddezza.
L'unica ragazza che mi rimaneva a fianco, era Patty. Infatti, pochi giorni dopo l'episodio della messa, era venuta da me chiedendomi umilmente perdono. Aveva solo paura di Iriza, ma era riuscita a capire che non doveva farsi mettere i piedi in testa da una persona del genere. Patty era una ragazza molto dolce e intelligente, e ovviamente le avevo detto subito di non preoccuparsi, mi piaceva avere la sua compagnia. Tuttavia quell'istituto aveva anche tanti aspetti positivi. La cucina della mensa era buonissima. Si lamentavano tutte, dicendo che i loro cuochi erano molto più bravi, ma a me sembrava che ogni giorno ci venissero serviti i piatti di un grande banchetto.
Con tutto quel buon cibo notai anche che il mio corpo iniziava a cambiare. Il petto aveva iniziato a riempirsi un pochino, i fianchi a prendere forma, e le mie braccia e le mie gambe erano snelle e sode come non mai. Finalmente non potevo più considerarmi uno stecchino, ma nonostante tutto mi piaceva come il mio fisico stava prendendo forma. Mi sentivo più energica, ma nonostante tutto sapevo che quella era comunque la mia costituzione e sarei comunque rimasta molto minuta.
Mi stavo impegnando al massimo nello studio, ma era importante anche avere qualche momento per riprendere fiato. La campanella che segnava la fine delle lezioni suonò, così mi diressi fuori dall'edificio, decidendo di andare a fare un giro su nella mia seconda collina di pony. Ma appena entrai nel bosco, qualcuno mi urtò violentemente da dietro, facendomi perdere l'equilibrio.
Mi voltai di scatto, e spalancai gli occhi.
«Neal!»
Neal Legan, spalleggiato dai suoi compagni, mi osservava sprezzante con gli occhi socchiusi. Era identico alla sorella, e anche lui non sembrava cambiato di una virgola.
«Mi stavo giusto chiedendo chi stesse camminando come una stupida per il bosco, e guarda caso eri tu, orfanella. Che faccia tosta a venire fino a Londra.» esclamò con disgusto.
«Questo vale anche per te.» risposi sdegnata.
«Che hai detto? Ehi, ragazzi, indovinate un po': questa qui si prendeva cura della nostra stalla! Non mi sembra il caso che gente del genere debba frequentare un posto come questo! È un'orfana raccattata per pietà dalla mia famiglia, e lavorava per noi!» Neal spiegò tutta la situazione ai suoi amici con una foga incredibile.
Alzai gli occhi al cielo.
«Mi sembra di sentire sempre le stesse cose... che noia! Se proprio devi parlare, perché non mi dici qualcosa da cui non riesca più a riprendermi?» suggerii, con voce tra il serio e l'annoiato.
«Pensi davvero di poterti rivolgere a me in questo modo? Gli orfani dovrebbero comportarsi da...»
Ma non riuscì a finire la frase, perché all'improvviso, da dietro un albero, comparve un'ombra che afferrò Neal per il bavero.
«Cos'hai da dire sugli orfani, moccioso di un novellino?» con la divisa da equitazione indosso, Terence fissò Neal con sguardo tagliente, incombendo su di lui. Trattenni il fiato. «Pensi che abbia deciso lei di nascere orfana? Sei un vigliacco a trattarla così! Mi fai venire la nausea!»
Terence strinse ancora più forte il collo di Neal, ansimante e incapace di replicare.
«Non... non riesco a respirare...»
Terence fece una smorfia.
«Sparisci!» intimò, guardandolo minacciosamente.
«Tu... me la pagherai!» urlò Neal, ormai libero dalla sua presa.
Poi corse via a tutta velocità assieme ai suoi amici. Io sbattei le palpebre più volte, cercando di riprendermi. Tutto era accaduto in un attimo. Poi, come se niente fosse, Terence si diresse al maneggio situato nel bosco. Non accennò nemmeno a voltarsi verso di me.
Mi affrettai a rincorrerlo.
«Aspetta!»
Il ragazzo si fermò, e seccato si voltò lentamente a guardarmi.
«Che c'è?» mi chiese imperscrutabile.
«Ecco... grazie, per prima...» cercai di dire.
«Non c'è bisogno che mi ringrazi.» disse con tono brusco.
Rimasi interdetta.
«Il fatto è che nessuno mi ha mai...»
«Non fraintendermi. Non sono intervenuto per difenderti.» mi interruppe lui. «Odio i tipi come quello. Tutto qua.»
Lo osservai, non sapendo come reagire a quell'atteggiamento freddo.
Ma a un tratto il suo viso parve addolcirsi.
«Bè, perché mi guardi così, signorina tutte lentiggini? Vuoi farmi una dichiarazione d'amore?»
«Cosa?» sgranai gli occhi dalla sorpresa.
Signorina tutte lentiggini? Allora si ricordava di me. Si ricordava di avermi già incontrata sulla nave.
«Stai... stai scherzando?» balbettai, non sapendo che altro dire.
Terence mi osservava con aria divertita.
«Quindi niente dichiarazione? Meno male, non mi sono mai piaciute le ragazze piene di lentiggini. Ci vediamo!»
Con in mano il cappello da equitazione, Terence s'incamminò. Ma mentre lo guardavo allontanarsi, sentii montare dentro la rabbia.
«Ma che vuoi?! E smettila di darti tante arie! Il mio nome è Candy White Andrew! Se la prossima volta te ne uscirai ancora con questa storia delle lentiggini, non la passerai liscia!» urlai a gran voce.
Lui non si voltò nemmeno.
«Candy, dici? Secondo me ti sta molto meglio il nome signorina tutte lentiggini.»
E con le mani in tasca, il passo elegante e allo stesso tempo disinvolto, sparì dietro un albero.
regalatemi un Terence🥰
-giuro solennemente di non avere buone intenzioni.
STAI LEGGENDO
White roses & freckles
RomansaAmerica, primi anni del Novecento. Mentre trascorre la sua infanzia presso un orfanotrofio, Candice White viene adottata da una ricca famiglia. Ma il suo ruolo tra le pareti domestiche è quello di compagna di giochi per i pestiferi figli dei padron...
