Capitolo quarantadue

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*** CAMILLA ***

<<Sai che il mio cellulare si è rotto>>affermo.

<<Ma questo non significa che dovevi dare il mio numero a quello stronzo>>borbotta scocciata.

<<Str...stronzo>>ripete Sammy che è appena entrato in cucina.

<<Non si dice a mamma...>>intervento sperando di salvare il salvabile del linguaggio di Sammy da quando vive con Sophie.

<<Vieni andiamo,dove è il nostro bel micione?>>domanda in soccorso Lucy,distraendo Sammy e zoppicando insieme a lui nel salone alla ricerca del gatto.

<<Cosa ti ha detto?>>chiedo di botto.

<<A me nulla. Voleva parlare con te.>>

<<Puoi prestarmi il cellulare? Devo chiamarlo>>mormoro.

<<Spero proprio di non doverti dire un giorno: "te l'avevo detto">>conclude.
Lascia il cellulare sul tavolo e si allontana sbuffando blaterando chissà quale imprecazione delle sue.
Do un'occhiata alle mie spalle per confermare di essere sola e afferrò il telefono sul ripiano in legno.
Clicco il tasto delle chiamate e cerco nel registro l'ultima effettuata.
Non perdo altro tempo e con il cuore in colgo aspetto che gli squilli termino facendomi sentire la sua voce.

<<Pronto?>> il timbro della sua voce sembra essere più rauco dal cellulare. Ho la gola secca e spero di riuscire a biascicare parola o finirò per rendermi ridicola.

<<Ciao. Sono Camilla,Sophie mi ha detto che...>>

<<Che mi ha aggredito come una pizza furibonda?>>mi ferma sarcastico.

<<Più o meno>>sorriso debolmente,perché so che non può vedermi. Sembra essersi calmato,anche se il suo umore è imprevedibile o stesse semplicemente mentendo.

<<Tralasciando il fatto che tu mi abbia lasciato il numero della rossa...ho bisogno di parlarti. Quando possiamo vederci?>>continua serio.

<<Quando sei disponibile?>>

<<Anche adesso.>>

<<Va bene. Dimmi dove incontrarci e...>>

<<Ci vediamo tra mezz'ora. Aspettami giù al palazzo.>>
Stacca repentino la telefonata lasciandomi interdetta e in preda al panico.
Non ho nemmeno preparato un discorso o altro,avrei dovuto rifiutare. Anche se pensandoci non sarebbe servito a nulla,avrei dimenticato ogni parola memorizzata anche questa volta.
Vado al bagno e mi do una sistemata rapida. Lego i capelli in una coda alta evitando di sudare per il caldo eccessivo e decido di rimanere il fresco vestito a pois bianco e rosso.

<<Stai uscendo?>>domanda Sophie guardandomi dall'alto verso il basso.
La sua faccia contrariata rende ben chiara la sua idea,ma ho l'opportunità di dare a Sammy il padre che ha sempre voluto. Il suo vero padre. Non posso sottrarmi proprio adesso,sarebbe una mossa da pazzi.

<<Vuole parlarmi. Devo vederlo. Sai anche tu che è la cosa giusta da fare>>esclamo.

<<L'unica cosa giusta da fare è allontanare tuo figlio da quella famiglia. Non dimenticare le mie parole all'ospedale...>>risponde secca<<ci occupiamo io e Lucy di Sammy,non preoccuparti>>conclude lasciandomi sola.


***

Sono quasi più di dieci minuti che sono sotto casa ad aspettare che arrivi. L'idea che Stefan mi stesse prendendo in giro comincia ad albergarsi nel mio cervello aumentando la mia inquietudine.
Saltello da un piede all'altro agitata,sto sudando e l'ansia non fa altro che peggiorare la situazione. Non indosso gli occhiali da sole,con gli anni ho scoperto quanto io li detesta e mi diano fastidio. Per questo,quando in lontananza sento il rombare di un auto potente devo usare la mano per coprire la visuale dai raggi bollenti.
L'auto si ferma proprio al mio fianco,il finestrino si abbassa e Stefan mi osserva nascosto dietro le sue rayban nere.

<<Sali.>>
Diretto e scortese come solo lui sa essere,ma decido di sorvolare questa sua superbia e lasciare spazio alla riconciliazione.

<<Possiamo anche parlare qu...>>non faccio in tempo a finire che sfreccia veloce incurante delle mie parole.
Non proferiamo parola durante il tragitto,qualunque sia il posto dove stiamo andando. Sono molto tentata dal domandarglielo,ma manco di coraggio anche solo per voltarmi dalla sua parte e guardarlo.
Così,provo a distrarmi osservando la città che scorre rapida davanti ai miei occhi. La confusione che c'è in giro a quest'ora rende la città ancora più viva di quel che è.
Una delle cose che ho sempre amato di New York è il non sentirmi mai sola,nemmeno quando passeggiavo per le vie caotiche con le cuffie nelle orecchie e la musica a palla,perché sapevo esattamente che dall'altra parte della strada c'era una persona che viaggiava con la mente proprio come me. A volte non basta avere qualcuno al tuo fianco per sentirsi meno soli,ma è sufficiente vedere gente che fa la tua stessa cosa,perché sai esattamente che si sente proprio come ti senti tu.

Arriviamo in un grande parcheggio,quello che tanto ricordo e reso inconfondibile dalle rumore delle onde del mare. È piena estate,c'è molta gente che affolla la spiaggia e non capisco perché abbia deciso di voler parlare proprio qui.

<<Forza. Scendi.>>
Faccio ciò che dice e lo seguo in silenzio mentre in lontananza si sente il bip della sua auto che mette la sicura.
Ci incamminiamo in un piccolo vialetto,sono costretta a togliere le mie converse rosse per via della fastidiosa sensazione che la sabbia mi provoca entrando nelle scarpe.
Raggiungiamo un piccolo cancelletto grigio che Stefan apre con un piccolo telecomando che caccia fuori dalla tasca. Ci troviamo in una piccola spiaggetta circondata da alte mura è una piccola casetta celeste con tanto di sdraio e un grosso ombrellone bianco che protegge dal sole cocente una brace e un lungo tavolo in legno.
Quello che mi sorprende di più,smorzandomi il respiro e facendo fare una capriola al mio cuore prima di tuffarsi nel mio stomaco provandomi la solita nausea da ansia e stress,è il grosso albero verde che affianca la casa facendole da scudo. È circondato da luci,che ora sono spente,e da piccole margherite che crescono dal terriccio sabbioso.
Qualcuno si è preso cura di lui,non lo ricordavo così imponente e brillante o ,forse,ero semplicemente impegnata ad ammirare altro e a godere della mia prima volta con l'amore della mia vita.

<<Cosa è successo a questo posto?>>domando curiosa.

<<Vedo che te lo ricordi...>>constata con una lieve soddisfazione che non si cura di nascondere.

<<Credo che questo sia uno dei posti che non dimenticherò mai>>sussurro più a me stessa che a lui.

<<Io invece vorrei dimenticare molte cose...>>allude guardando il mare.
<<Andiamo,sediamoci all'ombra. Questo sole comincia a darmi su i nervi.>>
Raggiungiamo la piccola casetta accogliente e ci accomodiamo vicino al tavolo. C'è un piccolo frigobar dal quale Stefan caccia due bottiglie di birra.
Me ne porge una,poi apre la sua con i denti e ne tracanna una lunga sorsata.

<<È tuo questo posto?>>chiedo notando con quanta disinvoltura si muove.

<<L'ho comprato qualche mese dopo che te ne sei andata>>mormora.

<<Perché?>>

<<Era l'unico posto che mi ricordasse di te. Che sapeva di te.>>
Sento la pelle andarmi a fuoco e il sangue scorre e accumularsi dritto sulla mia faccia.
Sto arrossendo come un peperoncino,ma per fortuna posso dare la colpa al sole per via del caldo eccessivo.
Si siede sul tavolo,poggiando le gambe divaricate sulle sedie e guardando il mare.
In questo momento sembra quel ragazzo di tanti anni fa,così libero e disinvolto incurante delle buone maniere e dei modi da signore.

<<Cosa devi dirmi Stefan>>esclamo cambiando argomento.

<<Da dove cominciamo?>>finge di pensarci e fa un altro sorso di birra ghiacciata. <<Oh,si. Voglio che Sammy sappia che sono suo padre.>>

Amami Adesso                                                    Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora