Capitolo settantadue

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~~~ STEFAN ~~~

Proseguiamo per un lungo corridoio asettico, con pareti gialle e pavimento brillante sicuramente appena pulito. Sono al centro tra le due guardie, nessuno emette parola e il silenzio è asfissiante. Raggiungiamo l'ascensore, è uno dei due uomini pigia il tasto sul terzo piano. Osservo impaziente la schermata che mostra il salire dei piani. Uno. Due. Tre.
Le porte si spalancano, faccio un profondo respiro e continuo a seguire i due. In fondo, vedo Albert saltellare da un piede e l'altro per l'agitazione, appena nota la mia presenza si raddrizza sulla schiena e viene verso di noi.

<< Eccoci signor Howard, è pronto?>> domanda.

<< Si >> mento. Cazzo, se non lo sono. Mi guardo intorno, ci troviamo in un ampio corridoio luminoso e pieno di quadri raffiguranti fiori e altre cazzate a caso varie, come se essere qui dentro non fosse già uno schifo. Bhè, almeno ci hanno provato a renderlo meno inquietante. C'è un via vai di gente ovunque, ho intravisto anche qualche altro detenuto, ma per il resto tutta gente vestita per bene e in maniera impeccabile.
Molti di loro mi fissano con la bocca spalancata e incuriositi, e non nego che tra di loro c'è anche qualche finta perbenista che mi sono scopata in maniera del tutto romantica.

Albert annuisce, e si mette davanti per farsi seguire. Non dico nulla, ma cammino fiero a testa alta perché tutto questo è un maledetto equivoco e io sono più che innocente. Raggiungiamo altre scale, questa volta ne sono così poche che suppongo sia per questo che non abbiamo preso un ulteriore ascensore. Arriviamo in un altro corridoio, li odio, e giungiamo una grande porta nera. Entriamo nella sala e noto che non è del tutto vuota. Seduti, in ordine di gradi, ci sono la mia segretaria, qualche giornalista che non se ne perde una, alcuni amici di mio padre accomodati dal lato apposto al quale sarò io, poi noto con sorpresa che c'è anche la rossa, che si mordicchia le unghie e guarda in basso, solo che per camuffarsi indossa una parrucca scura di pessima qualità. Scuoto la testa, e fingo di non averla riconosciuta, scorgo anche Luke e Kelly, e per concludere dal lato opposto ci sono già mio padre e mia madre che mi scrutano indignati. Maledetti. Ve la farò pagare, mi ripeto in un loop continuo finché non giungo alla mia postazione vicino ad Albert e mi accomodo. È così umiliante, sono vestito con una tuta di merda da galera, per lo più con un colore che mi fa sembrare una grossa zucca e pure sporca. Le manette mi rendono impotente e mi mostrano per quello che non sono, colpevole.

<<Non badare a loro e ,soprattutto, le chiedo di non lasciarsi influenzare dai sentimenti che sente per loro. Dopo tutto capisco, sono pur sempre i suoi genitori...>> sussurra Albert.

<< Allora non ha capito molto bene per chi t stai lavorando Albert. Oggi, faremo di tutto per sbatterlo in galera quel bastardo e non mi darò pace finché non accadrà. Che si adesso o tra dieci anni>> rispondo duro.
Il mio avvocato annuisce fiero, mentre vedo dall'altro lato un uomo, penso con la stessa età di Albert, con un paio di occhiali giganti poggiati sul naso e i capelli grigi ricoperti di gel. Ci scruta impassibile, per poi riportare l'attenzione sui suoi clienti.
Lo guardo curioso, perché sono certo che non è un avvocato da quattro soldi. Non sarebbe nello stile degli Howard, ingaggiare un incompetente.

<<È Rufus Elmood...>> mi comunica Albert <<...so che quello che sto per dire andrà contro di me, ma è uno dei migliori in campo e si dice che non abbia mai perso nemmeno una causa. Insomma, è l'uomo che è riuscito a far ottenere la libertà a Steven Mcallen>> conclude.

<< Era lui il bastardo?>> domando freddo.
Annuisce, per poi proseguire.

<<Si. Steven era un assassino spietato, aveva testimonianze e prove che confermavano il suo assassinio della piccola bambina Katy, stuprata e poi strangolata con un laccio delle scarpe. Eppure, in qualche modo, grazie a Rufus ha ottenuto la libertà e ora si starà godendo la sua bella vita su una spiaggia ai Caraibi, mentre la famiglia dopo anni è ancora in pena per la morte della figlia>> termina.
Scuoto la testa disgustato e, cazzo, anche piuttosto spaventato. Il mio momento di pausa viene interrotto dall'ingresso del giudice, un uomo dai capelli folti castani, sicuramente tinti, e il viso paffuto colmo di rughe. La toga nera , e lo sguardo sicuro, danno il via a questa giornata che sembra non finire mai.

Amami Adesso                                                    Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora