Capitolo 26. Eugenio

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La porta si chiuse dietro Filippo, lasciando Giulia in un silenzio che sembrava amplificare i suoi pensieri.
Rimasta sola, la ragazza si accasciò sul divano, lo sguardo perso nel vuoto.
La notte trascorsa con lui l’aveva destabilizzata: si era lasciata andare più del previsto, e ora il senso di colpa si mescolava al desiderio in un groviglio confuso.

Il volto di Eugenio, il fratello maggiore morto tre anni prima in un agguato, tornò nei suoi pensieri come un'ombra ingombrante. La sua morte era ancora avvolta nel mistero, ma c'era un dettaglio che non poteva ignorare: Filippo era stato l'ultimo ad incontrarlo.

Marcello glielo aveva riferito mesi dopo, con un tono che non lasciava spazio a incertezze.
"Eugenio è morto come un cane... e indovina chi è stata l'ultima persona a vederlo? Filippo Guerra. Qualcosa non torna in tutta questa faccenda."

Quelle parole erano rimaste conficcate nella mente di Giulia come spine.
Si sentiva divisa tra cuore e ragione. Permettere a Filippo di avvicinarsi era stato un rischio, mosso dalla vendetta, e mai avrebbe immaginato di cominciare a provare qualcosa di così intenso.

Con passi lenti si avvicinò alla finestra. Fuori, la città respirava calma, mentre dentro di lei il sangue ribolliva.

"Se è coinvolto, lo scoprirò," pensò, stringendo i pugni.
"Anche se dovessi rischiare tutto per farlo."

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Filippo rimase fermo davanti alla villa, il motore spento, la testa pesante di pensieri. L’ennesima lite con Adelfio gli aveva scavato dentro amarezza e rabbia, eppure, a tormentarlo ora, non era il fratello, ma lei.

Giulia.

Ne avvertiva ancora il calore sulla pelle, quella miscela fatale di fragilità e forza che lo aveva sedotto come un veleno dolce. Eppure, più la desiderava, più la temeva.
Sapeva che quella passione poteva trasformarsi in un vincolo mortale: in una guerra segnata dal sangue, l’amore era il più crudele dei tradimenti.

"Ora toccherà sorbirmi anche il vecchio" imprecó malamente, chiudendo la portiera con uno scatto secco.

La villa, con i suoi alti soffitti e i corridoi opprimenti, lo accolse con un freddo familiare. Don Aldo era in salotto, seduto su una poltrona di pelle scura, un bicchiere di brandy stretto tra le dita.

"Vedo che finalmente hai trovato il tempo di tornare," esordì con un sarcasmo velenoso.

"Non ero scomparso," replicò il giovane, accendendosi una sigaretta con mani tremanti, più per rabbia che per gesto.
"Solo che forse non rispondo al tuo guinzaglio come vorresti."

Il vecchio alzò gli occhi, e il suo sguardo sembrò perforare l'aria che li divideva.
"Ti sei indebolito, figlio mio. Quella ragazza ti sta consumando. E le distrazioni, in questo mondo, si pagano con la morte."   

"Giulia non ha nulla a che vedere con la mia capacità di gestire gli affari," replicò lui, tagliente.
"Ho sempre fatto ciò che mi hai chiesto. Non una parola di meno, non un'azione sbagliata."

Il vecchio rise, un suono privo di allegria.
"Oh, davvero? Allora spiegami perché sembri un uomo spezzato ogni volta che varchi questa soglia. Il figlio che ho cresciuto non avrebbe mai esitato davanti a nulla. Nemmeno davanti a un ordine che avrebbe... danneggiato una donna."

La tensione nell’aria era quasi tangibile, sporca, insopportabile.
Filippo serrò la mascella, lasciando che il fumo gli bruciasse i polmoni, come se fosse un atto di sfida.

"Ricorda chi sei. Ricorda chi ti ha reso ciò che sei" proseguì Don Aldo.

"Se devo perdere me stesso, allora forse è un prezzo che sono disposto a pagare."

Il silenzio cadde, denso come piombo. Ed ecco un lampo improvviso: un ricordo antico, sanguinoso, riemerse con violenza, memoria di un tragico epilogo che non sarebbe mai dovuto accadere.

Eugenio. 

L’ultima persona che aveva visto, morto in circostanze che lo perseguitavano. L’ombra del rimorso lo seguiva come una scia nera.
N

on poteva permettere che accadesse di nuovo, che un contatto con Giulia lo trascinasse nel vortice di emozioni, desiderio e… morte.


"Eugenio, cosa ho fatto..." mormorò, quasi senza accorgersene.

Il vecchio si irrigidì.
Il bicchiere tremolò leggermente tra le sue dita. Per un istante, lo sguardo si fece più cupo, intenso.

"Cosa hai detto?" chiese, la voce bassa ma carica di sospetto.

"Niente."

Filippo spense la sigaretta, uscì in fretta, la porta che si chiudeva come un verdetto. Don Aldo rimase immobile, lo sguardo inchiodato al vuoto, il nome di Eugenio che rimbombava nel silenzio, pesante, sospeso, come un fantasma che reclamava il suo debito di sangue.

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