Capitolo 80. Bossoli

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La villa dei Guerra era avvolta nel silenzio della sera, come una fortezza che aveva visto troppi segreti sepolti sotto il suo tetto.
Il cielo, tinto di un arancio caldo e profondo, accarezzava i contorni delle antiche mura, ma Filippo non prestò minimamente attenzione alla bellezza di quel tramonto.

Entrò in casa con il passo stanco di chi aveva combattuto troppe battaglie senza mai trovare la pace.

L’ennesimo incontro con Giulia lo aveva destabilizzato, ma un chiodo fisso lo tormentava: Eugenio.
La sua morte, il ricordo di quella notte, continuavano a fagocitare i suoi pensieri. Salì le scale, diretto verso lo studio. Un luogo per lui rifugio, controllo. Ma quella sera la sensazione di sicurezza restava solamente un'illusione.

Ivan, il suo braccio destro, lo aspettava seduto dietro lo scrittoio in mogano. Era un uomo dalla pelle olivastra, con la barba curata e un aspetto che tradiva l’esperienza di chi aveva vissuto nel buio del mondo criminale. Gli occhi scuri e penetranti non lasciavano spazio a incertezze, e la sua presenza, quieta e implacabile, riempiva la stanza.

Filippo non parlò subito.
Non si aspettava di trovarlo lì.
Si appoggiò allo stipite della porta, le spalle pesanti, come se portasse il peso di tutto il mondo.

"Capo, dobbiamo parlare," esordì l'uomo con una calma glaciale.

"Cosa c'è?" chiese lui, la voce roca, controllata a stento.

L'uomo gli fece cenno di avvicinarsi, tirando fuori dalla tasca un piccolo sacchetto di plastica trasparente.
Lo posó sul legno lucido della scrivania: all’interno, alcuni bossoli scintillavano alla luce fioca della lampada. Un frammento di verità che non poteva più essere ignorato.

"Questi," disse, con un tono che tradiva una certa cautela, "sono stati ritrovati accanto al corpo di Eugenio. Avrei dovuto analizzarli prima..." sospirò.

"E quindi?"

"La pistola che lei impugnava quella sera, non è la stessa da cui sono stati sparati questi proiettili. I numeri di serie, la fattura, tutto non coincide."

Il giovane rimase in silenzio, come se il tempo si fosse fermato.
La pistola, quella maledetta pistola, era stata usata per far si che fosse sua la colpa. Qualcuno aveva architettato tutto nei minimi dettagli per farlo apparire colpevole. La sua mente tornò subito a quella notte: luci confuse, urla, la confusione che aveva avvolto ogni gesto e respiro.

"Siete stato incastrato, e chi lo ha fatto ha manomesso le prove."
Il tono di Ivan era deciso, tagliente come un coltello.

Filippo scosse la testa, gli occhi umidi dall'emozione. Anni di sensi di colpa, di autodistruzione… e ora la verità che gli esplodeva dritta in faccia, crudele e inesorabile.

"Ma... chi sarebbe stato? Perché?"

"Ci sono molti giocatori in questa partita. E non tutti sono dalla vostra parte. Lei è solo un capro espiatorio in questo gioco di potere."

"Troveremo il colpevole," sibilò il giovane, la voce bassa e pericolosa.

Ivan annuì.
"Lo faremo, capo. E questa volta, nessuno ci fermerà."

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