"Cosa c’è? Ti manca la tua amica?"
La voce di Marcello Fini risuonò alle sue spalle come un graffio, sottile, velenoso. Il tono era ironico, ma un filo di minaccia serpeggiava sotto la superficie.
Gisella si voltò lentamente, trattenendo un sospiro esasperato.
Il salone della villa era avvolto da un silenzio teso, le luci erano basse, fredde, e rendevano i volti più duri, gli angoli delle stanze più minacciosi.
L'uomo era appoggiato allo stipite della porta, aveva le braccia incrociate sul petto, lo sguardo pungente. Il completo scuro gli cadeva addosso con una compostezza quasi militare.
Gisella non rispose.
Abbassò lo sguardo, le dita si strinsero contro il tessuto della poltrona. L’ambiente, così curato e sontuoso, negli ultimi tempi non le sembrava altro che una prigione dorata.
"Dimmelo, Gisella. Ti manca? Condividevate tutto, no?"
Insistette lui.
C’era qualcosa nei suoi occhi che sapeva di dominio, di sadico compiacimento.
La giovane alzò lo sguardo, l’iride nera come inchiostro, lucida di rabbia contenuta.
"Sei davvero così meschino da provocare una donna sola in una stanza vuota?"
Un rumore secco alle loro spalle li interruppe.
Adelfio comparve sulla soglia, i passi misurati, l'espressione seria ma composta.
“Marcello.”
La sua voce fu un comando mascherato da richiamo.
Il cugino si voltò, la tensione nei muscoli tradiva un’insofferenza a malapena trattenuta.
“Sto solo conversando,” mormorò.
“Non mi pare,” replicò l'altro con freddezza.
"Lasciala in pace."
La sua voce era pacata, autorevole.
"I nostri uomini la stanno cercando. Stanno setacciando ogni ingresso, ogni strada, ogni vicolo. Se Giulia mette piede in città, la troveremo," proseguì, tentando di placare quella sua frustrazione.
Marcello lo fissò per un istante, poi fece una smorfia, abbandonando la stanza senza aggiungere altro.
I suoi passi si persero nel corridoio, secchi come colpi di pistola.
Adelfio rimase per qualche secondo immobile, poi si voltò verso Gisella.
Il suo sguardo si ammorbidì.
"Andiamo fuori. L’aria è irrespirabile, qui dentro."
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La luce fuori era accecante.
Il sole alto batteva sulle pietre del vialetto con impietosa arroganza. Adelfio camminava a passi lenti lungo il pergolato, e Gisella lo seguì poco dopo, con passo incerto.
"È tua sorella, Adelfio..." sussurrò lei, fermandosi a pochi passi da lui.
Quando lui si girò il suo volto, per un istante, perse l'autocontrollo.
"Lo so benissimo."
"Allora come puoi anche solo pensare di riportarla qui? Sai cosa vuole Marcello. Non vuole la verità, vuole la sua vendetta."
"Ha tradito la nostra famiglia. Ci ha umiliati, sputando sul nome Fini."
Il tono di Adelfio si fece duro, ma sotto la voce si intuiva una frattura.
Lei si avvicinò, guardandolo dritto negli occhi.
"Giulia è sangue tuo. E nonostante tutto... io so che la ami ancora."
"Non è così semplice."
Erano vicini, e il sole filtrava tra le foglie del pergolato, gettando ombre sui loro volti.
"Tu non sei come loro, Adelfio."
Lui alzò lo sguardo, cercando di trovare le parole. Ma l'unica risposta fu il silenzio.
Poi, con un filo di voce, chiese:
"E tu? Tu cosa vuoi da me, Gisella?"
Lei lo fissò, il volto spigoloso illuminato dalla luce dorata.
"Voglio che tu scelga. Non tra Giulia e Marcello, ma sulla scia di chi sei realmente e non per il ruolo che ti hanno imposto."
L'uomo chiuse gli occhi per un istante, come se quelle parole lo avessero colpito fisicamente.
E dentro, il conflitto lo divorava.
Gisella lo guardava con occhi diversi: non sembrava più l’ereditiera manipolatrice, ma una donna spaventata da ciò che la circondava.
Una donna che, forse, aveva appena imparato ad amare davvero.
Il silenzio li avvolse, rotto solo dal fruscio del vento tra i rami.
Ma in quel silenzio, qualcosa si incrinò. E la tensione aumentò ancora.
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Era quasi mezzogiorno e, sul tavolo della scrivania, tra cartelle ingiallite, ritagli e foto, Filippo dormiva con la guancia riversa sul bordo del legno freddo. Aveva passato la notte in bianco, circondato da appunti, nomi, collegamenti. La sua mente era esausta, ma il cuore ancora più stanco.
Giulia lo osservava in silenzio.
Aveva i capelli sciolti, il viso ancora segnato dalle lacrime della sera prima. Si avvicinò lentamente.
Il petto del ragazzo si sollevava con un ritmo irregolare.
Accanto alla sua mano vi era un taccuino aperto, con poche parole cerchiate in rosso:
“Chiamare Alex Dogo.”
Esse erano seguite da un numero.
La grafia era di Eugenio.
Gli occhi di Giulia si strinsero.
Doveva agire, prima che lui la fermasse.
Quella pista doveva seguirla. Ora.
Con un gesto rapido, afferrò le chiavi della moto e la pistola che Filippo aveva appoggiato a lato.
Esitò per un istante, il fiato corto. Poi sparì nel corridoio.
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Quando lui si svegliò ci mise qualche secondo per mettere a fuoco l'ambiente circostante.
L’ombra della notte aleggiava ancora nei suoi occhi, il corpo pesante.
Ma qualcosa non andava.
Si alzò di scatto.
Le chiavi non c’erano.
Nemmeno la pistola.
"Giulia?" chiamò.
Silenzio.
Il taccuino era ancora lì, aperto su quel nome: Alex Dogo.
Giulia stava agendo da sola. E forse, si sarebbe messa davvero nei guai.
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Prega per me
Ficción GeneralNella Verona più oscura, dominata da segreti e rivalità famigliari, Giulia Fini, una giovane donna dalll spirito ribelle e dall'indole fiera, si trova improvvisamente trascinata in un gioco di potere. Una sera, per caso, si scontra con Filippo Guerr...
