Capitolo 93. Ansia

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Si era fatta sera.
Le luci della città filtravano a malapena dalla finestra, in un chiarore smorto.
L’aria odorava di legno umido e pioggia.

Lo studio era immerso in una penombra dorata, scaldata appena dalla luce di una lampada storta. Filippo rientrò con un sacchetto in mano, silenzioso come un'ombra.
Il volto era teso.
Quando sollevò lo sguardo, si bloccò.

Giulia apparve sulla soglia del bagno. Gocce d’acqua scivolavano lungo le sue spalle, seguendo il profilo delicato della schiena.
I capelli bagnati le si incollavano alla pelle candida, a malapena coperta da un asciugamano bianco, troppo piccolo per quel corpo sottile ma pieno, per quel seno che cercava di sfuggire alla stoffa.
Le gambe erano scoperte, il collo ancora arrossato dal calore del vapore.
Gli occhi di lei lo trovarono, esitanti.

Il giovane la guardò, rapito da quella visione fragile e conturbante.
L’aroma agrumato del sapone lo investì all’improvviso, intenso, come una scossa.

"Mettiti qualcosa addosso," disse, distogliendo lo sguardo.
Cercó di nascondere l'attrazione, ma il tono lo tradiva.

Lei deglutì.
Si strinse l’asciugamano attorno al petto, ma non si mosse.
"Ti dà fastidio?"

Lui non rispose.
Appoggiò il sacchetto sul tavolo con un gesto secco.
"Ho preso qualcosa da mangiare. Non so nemmeno se ti va."

Giulia lo fissava.
Il tono, il muro che alzava… era peggio della distanza.
"Perché sei così?"

"Così come?"

"Freddo. Ostile. Come se stessi solo aspettando un mio passo falso per punirmi."

Il giovane si passò una mano tra i capelli, visibilmente irritato.
"Non sto aspettando niente. Voglio risposte. E finché non le avrò, non ci sarà altro."

Il silenzio che seguì tra loro divenne un campo minato.
Giulia si morse il labbro, poi si voltò lentamente, lasciando cadere l’asciugamano.
Fece scivolare sulla pelle una delle sue poche maglie pulite.
Lenta, senza fretta.
Lo fece per lui, consapevole del suo sguardo su di lei.
Filippo la osservava in silenzio.
La trovava bellissima, sensuale in quella quiete sospesa. Eppure rimase fermo, distante, come se ogni suo gesto fosse un veleno dolce da cui guardarsi.

"Cosa hai scoperto?"
La voce di lei ruppe il silenzio, mentre si avvicinava a passi lenti.
Filippo si versò un bicchiere d’acqua. Lo tenne tra le dita senza berlo.

"Ho setacciato ogni cassetto, ogni foglio. Ma ancora niente."
Poi si voltò. La sua voce si abbassò.
"Solo una cosa mi è chiara. Qualcuno voleva incastrarmi. Voleva che credessi che fossi io l’assassino di Eugenio. E per tre anni… ci è riuscito."

Giulia impallidì.
"Cosa…?"

Il giovane posò il bicchiere.
Camminò verso di lei, lento.
I suoi occhi non le lasciavano scampo. Fissi nei suoi, come se cercassero verità sotto pelle.

"L’ho rivisto mille volte quel momento. Il sangue, il rumore. Le mie mani che tremavano, il buio… Ma ora ho capito. Non ero io, non sono stato io a sparargli. Me lo hanno fatto credere. Mi hanno manipolato. E voglio sapere chi."

Un brivido le corse lungo la schiena, gelido come una lama.
La stanza sembrò inclinarsi, girare su se stessa. Un ronzio ovattato, lontano, le riempì le orecchie, soffocando ogni altro suono.
"Filippo… io… mi dispiace per averlo pensato. Davvero."

Lui si accigliò, scuro in volto.
"Ma lo hai pensato. Hai avuto paura di me. E mentre io cercavo di non impazzire, tu… eri con lui."

Il nome non fu pronunciato, ma aleggiava tra loro come una sentenza.
Marini, l’ombra che li divideva.

Giulia indietreggiò.
Cercò di parlare, ma le parole le si aggrovigliarono in gola.

"Io… non è stato…"
Il respiro accelerò.
Troppo.
Il petto si stringeva, come se le mancasse l’aria.
Lo sguardo si annebbiò.
"Non… respiro…"

Filippo si mosse di scatto.
"Giulia?"

Lei crollò in ginocchio.
Gli occhi sbarrati, le mani sul petto. Un sibilo uscí dalle sue labbra.
Il corpo era scosso da spasmi involontari.

"Calmati! Guardami!"
La prese per le spalle.
"Respira. Respira, cazzo. Con me. Uno… due…"

Giulia singhiozzava.
Le lacrime le scorrevano sul volto senza che potesse fermarle.
Le gambe non rispondevano.
Il cuore sembrava impazzito.
"Ti prego… non riesco…"

"Ci riesci, maledizione! Respira con me!"

Filippo la attirò contro di sé.
Le avvolse le braccia attorno alla schiena. La sentiva tremare ovunque, come se il suo corpo stesse cedendo.

"Guardami. Sono qui."
Le prese il volto tra le mani.
Le loro fronti si toccarono.
"È passato. Non sei sola."

Lei annuì appena.
Poi, pian piano, la crisi rallentò.
Rimase rannicchiata contro di lui, le labbra sulla sua spalla.
I singhiozzi si fecero più lenti.
Il fiato, meno spezzato.
Restarono così, per minuti interi.
Un silenzio sporco di ansia e verità.
Poi lo abbracciò, forte, con disperazione.
"Non volevo ferirti… non sapevo più a chi credere…"

Lui non rispose.
Il suo petto si muoveva piano, il mento contro i capelli bagnati di lei.

"Non voglio perderti…" la sentì sussurrare, mentre le sue dita sfioravano con delicatezza la pelle tesa sotto la sua maglia.
Restò immobile, ma sentiva il corpo rispondere, il sangue impazzire.
Giulia sollevò il viso verso di lui.
Le labbra tremavano ancora.
Ma lo guardava con una fame che non era solo dolore.

Si baciarono di nuovo.
Fu un bacio lento, più doloroso che erotico. Ma poi si fece più profondo. Più spietato. Lui la sollevò da terra.
Lei si strinse a lui come se avesse atteso quel momento da sempre.
Il bacio esplose, ruvido e urgente, una guerra silenziosa fatta di labbra e sospiri.
Le spinse la maglietta su, le mani scivolarono sul ventre caldo.
Giulia si lasciò andare, con un gemito spezzato, cercandolo ovunque, sulla pelle, nei battiti accelerati, nell’aria che li avvolgeva.
Le sue gambe lo strinsero, desiderose, tremanti, incapaci di nascondere il desiderio.

Poi, d’un tratto, Filippo si fermò.
Il respiro corto, gli occhi chiusi per difendersi da sé stesso.
"Giulia…" sussurrò, la voce incrinata.
"Tutto questo non ha senso...non così, non adesso."

La ragazza rimase immobile, ancora avvolta a lui, sospesa tra desiderio e disillusione.
Poi abbassò lo sguardo.
"Capisco."

Si separarono, lentamente, come se ogni movimento fosse una rinuncia.
Lei si voltò, rannicchiandosi sul divano. Una figura fragile, spezzata.
Filippo rimase a guardarla per un lungo istante, gli occhi persi su quel corpo che conosceva eppure sentiva lontano. Si allontanò, sedendosi altrove, nel buio della stanza, portandosi dietro il peso di ciò che non riusciva ancora a dire.

Fuori, la pioggia batteva ancora.
Dentro, l’ansia non aveva smesso di urlare.

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