La luce fioca della lampada illuminava a malapena i contorni del volto di Filippo, segnato dalla stanchezza e dal dolore. Sedeva alla scrivania del suo studio, la camicia bianca sbottonata sul collo, un bicchiere di whisky stretto tra le dita. La giacca giaceva buttata su una sedia nell’angolo, inutile e pesante come il mondo che lo circondava.
Ogni sorso del liquore bruciava, ma non abbastanza da cancellare le parole di Giulia. Le sue accuse, taglienti come lame, gli avevano scavato l’anima fin nel profondo.
Eppure, ciò che lo tormentava di più era il ricordo di Eugenio, il fratello che non aveva mai avuto e l’amico che aveva perso.
Ricordava distintamente l’estate in cui tutto era iniziato. Aveva quindici anni, pieno di energia e arroganza, quando la sua palla rotolò ai piedi di un ragazzo più grande in un parco assolato.
"Ehi, passami quel pallone!" aveva gridato, sicuro di sé.
Eugenio lo osservò con sorpresa e disapprovazione. Ma invece di allontanarsi, raccolse la palla e, con un sorriso complice, lo sfidò a una partita improvvisata.
Quel giorno, sotto il sole cocente, aveva scoperto qualcosa che non aveva mai conosciuto: la sensazione di essere visto davvero, di contare per qualcuno. Eugenio era più che un amico, era un confidente, una guida.
E lui lo ammirava, desideroso di essere degno della sua attenzione.
Nei mesi e negli anni successivi, tra risate, segreti sussurrati tra le mura di una vecchia casa abbandonata e corse furtive per evitare occhi indiscreti, aveva imparato cosa significasse avere qualcuno di cui fidarsi. Nonostante la rivalità tra le loro famiglie, avevano trovato un rifugio, un mondo parallelo dove i giochi di potere e il sangue non potevano toccarli.
"Non doveva andare così..." pensò, serrando i denti.
La nostalgia e il rimpianto gli bruciavano dentro.
L’amicizia con lui era stata pura, un’oasi di luce prima che la crudeltà del mondo li travolgesse.
Il ricordo della notte in cui il suo amico fu ucciso lo travolse.
Aveva solo memoria delle urla, del suono secco degli spari e del sangue sulla strada. Ogni volta che cercava di mettere insieme i frammenti, il dolore lo schiacciava, un’emicrania feroce che gli serrava le tempie.
Sapeva solo che qualcosa durante il loro ultimo incontro era andato storto...
Il sospetto, il dubbio, il senso di colpa: tutto si era radicato dentro di lui, divorandolo lentamente.
"È tutta colpa mia", sussurrò con un filo di voce, mentre osservava il bicchiere vuoto tremare tra le sue dita.
All’improvviso, la porta dello studio si aprì. Ivan, il suo bracciodestro, entrò con passo sicuro, lo sguardo fermo. Era uno dei pochi uomini di cui lui si fidava ciecamente.
"Capo, tutto bene? Suo padre vuole vederla."
Nonostante gli anni di collaborazione, l'uomo continuava a dargli del lei, un formalismo che Filippo trovava irritante e rassicurante allo stesso tempo. Non rispose subito, si alzò dalla sedia sistemandosi con cura la camicia. Il dolore nel suo sguardo fu sostituito da una maschera di gelo.
"Digli che arriverò tra un po'," la voce dura come l’acciaio.
Ivan annuì, per poi allontanarsi velocemente. Filippo rimase solo, con un fuoco che gli bruciava dentro.
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Prega per me
General FictionNella Verona più oscura, dominata da segreti e rivalità famigliari, Giulia Fini, una giovane donna dalll spirito ribelle e dall'indole fiera, si trova improvvisamente trascinata in un gioco di potere. Una sera, per caso, si scontra con Filippo Guerr...
