Capitolo 95. Informatore

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"Un informatore della polizia… non ci posso credere."
Filippo rise, ma era una risata amara, disillusa, quasi disperata.

Davanti a lui, nella penombra di un locale sotterraneo dal soffitto basso e l’intonaco scrostato, Alex Dogo non mosse un muscolo.
Lo fissava senza batter ciglio.
Aveva il volto scavato, la pelle cotta dal tempo e dalle delusioni, e gli occhi fissi, neri come carbone.
Le mani callose stringevano il cappuccio di un sigaro cubano ancora integro. Non aveva paura, nemmeno con una pistola puntata contro.

"Non c’è molto da ridere," lo ammonì con voce roca.

Accese il sigaro con lentezza, l'accendino metallico schioccò nel silenzio. La brace arancione illuminò per un istante le rughe profonde intorno alla bocca.

"Eugenio non era come te. Non cercava vendetta. Cercava la verità. E la verità…" esalò lentamente, "…è una condanna, Guerra. Sempre."

Filippo non rispose subito.
Aveva il braccio teso.
La pistola puntata dritta al cuore dell’ex ispettore.

"Perché non me l’ha mai detto?" mormorò.

Alex scrollò le spalle, impercettibile.
"Perché era bravo. Perché sapeva cosa avrebbe comportato."
Alzò lentamente gli occhi.
"E perché si fidava di me."

Il giovane boss strinse la presa sull’arma.
"In realtà so che sei stato cacciato...licenziato dopo la sua morte."

Dogo fece un cenno col capo.
"Mi hanno tolto tutto. Il distintivo, la pensione, la credibilità. Perché ho osato scavare. Ho chiesto i nomi, ho aperto faldoni chiusi da ben dieci anni."
Una pausa.
"E ho trovato marciume. Così tanto marciume che ad un certo punto… mi sono chiesto se ne valesse davvero la pena."

Filippo lo fissava, gli occhi accesi.
"Eugenio… lavorava per voi?"

Lui annuì.
"Era uno dei migliori. Ci dava delle soffiate su operazioni interne. Roba grossa. Soldi che passavano da mani pulite a mani sporche. Traffici. Protezioni politiche. Un giorno mi lasciò un fascicolo sul parabrezza dell'auto. Non ci parlavamo mai di persona. Diceva che così era più sicuro."

Un altro tiro.
Il fumo si arricciò tra di loro come la sagoma di un serpente.
"Poi è morto. E il giorno dopo mi hanno fatto sparire."

Il ragazzo serrò le labbra.
Non poteva più fidarsi di nessuno, ma sentiva che le rivelazioni di quell'uomo, per quanto logorato, erano un tassello fondamentale in quella storia.

"Perché ti hanno licenziato?" chiese.

L'uomo lo fissò.
"Perché ho fatto troppe domande. Sulle stesse persone che ora siedono a tavola con tuo padre."

"Tu lo sapevi. Sapevi chi lo voleva morto."

Filippo deglutì.
Il respiro corto.
Ripensò con rammarico al suo vecchio amico, un uomo in bilico tra giustizia e corruzione, un’anima tormentata dal bisogno di verità.

"Dammi i nomi. Ora."

Dogo sospirò, lasciando una scia di fumo che andò via via dissolvendosi nell’aria stantia.
Aprí la bocca per rispondere… quando un boato fece tremare le pareti.

Un istante dopo, la porta in cima alla scala esplose verso l’interno.
Due uomini armati irruppero nel sotterraneo, i volti coperti da un passamontagna, fucili semiautomatici in pugno.

Il giovane fece fuoco per primo, il colpo riecheggiò nella stanza.
Uno dei due sicari si piegò su un ginocchio, ricadendo su se stesso. L'altro rispose con una raffica, colpendo le pareti e costringendolo a cercare riparo dietro un pilastro.
Un proiettile sibilò vicino al suo orecchio. Il secondo lo mancò di pochi centimetri.
Alex provò a estrarre qualcosa dalla giacca, ma un colpo secco lo centrò dritto al petto.

"Alex!" gridò Filippo, mentre l’uomo cadeva all’indietro, il sigaro ancora acceso rotoló via, disegnando una spirale di brace sul pavimento sporco.

Il sicario rimasto avanzò, puntando l’arma verso di lui.
Era finita.
L’unico caricatore nelle mani di Filippo era quasi vuoto.

Ma un tonfo improvviso risuonò alle sue spalle. L'uomo barcollò.
Seguì un secondo colpo.
Il casco di una moto si abbatté sulla testa dell'aggressore, che crollò al suolo come un pupazzo.
Filippo si voltò di scatto.

Giulia era lì, ansimante, gli occhi verdi incendiati da qualcosa che sembrava rabbia… o paura.
Indossava una giacca di pelle scura e dei pantaloni che le scivolavano aderenti lungo il corpo nervoso.
Il viso era segnato dalla corsa e dalla tensione.

La guardò, scioccato.
Lei gli restituì lo sguardo senza parlare.

"Come…?"
Si alzò lentamente.
Guardò i corpi a terra, poi nuovamente lei.
Era furioso. Ma dentro… qualcosa si era spezzato. O forse, ricucito.

"Hai rischiato la vita per me."

La ragazza abbassò lentamente il casco. Lo lasciò cadere a terra con un tonfo.
"No," rispose.
"Per Eugenio."

Si guardarono.
Lunghi secondi di tensione compressa, come se il tempo avesse smesso di scorrere.
Filippo distolse lo sguardo.
Si chinò sul corpo dell'ex ispettore, controllò il battito.
Nulla.

"È morto."

Giulia si avvicinò, passandogli accanto.
"Allora dobbiamo andar via. Adesso."

"Già. Prima che arrivi qualcun altro."

Salirono le scale, una dopo l’altra. Uscirono nella notte.

Prega per meDove le storie prendono vita. Scoprilo ora