Capitolo 27. Tra due mondi

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La notte brillava sotto il bagliore intermittente dei neon, riflessi tremolanti sull'asfalto scuro, ancora umido dalle recenti piogge.
Filippo uscì dal locale, il passo nervoso. Accanto a lui Rocco Marini fumava con indolenza, il sigaro che gli ardeva tra le labbra come un marchio di potere. La fiammata illuminò per un istante i suoi occhi celesti, spietati, e il sorriso tagliente di chi non conosce esitazione.

"Devo dire, Guerra," iniziò con il tono di chi si diverte a giocare con le parole, "hai una visione ambiziosa. Questo colpo sui Fini potrebbe davvero consolidare la tua posizione. E la mia, ovviamente."

Filippo non rispose subito.
La sigaretta gli bruciava tra le dita, consumandosi lentamente, mentre fissava il vuoto.
"Ci saranno altri incarichi, altre operazioni," rispose, con un tono secco.

"Spero per te che non ci siano intoppi, visto la tua vicinanza la ragazza dei Fini." 

"Non ci saranno."

"Devo dire," proseguí il biondo, con un tono più basso, quasi un sussurro, "non riesco a togliermi la tua Giulia dalla testa. Bella, fragile, combattiva... è un peccato si trovi nel bel mezzo di tutto questo trambusto."

Il ragazzo si fermò, fissandolo con uno sguardo gelido.
"Non nominarla."

L'altro rise, il fumo che usciva dalle labbra come un insulto.
"Dai, non essere geloso... era solo un complimento. Anche se devo ammettere, che a volte ti comporti come se non fossi tagliato per questo mondo. Sei sicuro di essere un Guerra?"

Si chiese se l'ingenuità del ragazzo fosse dovuta alla loro differenza di età: Filippo, ventisette anni, di ben dieci anni più giovane, risultava più impulsivo, meno calcolatore per essere un boss.

Il ragazzo serrò i pugni.
Non replicò. Accelerò il passo verso la Maserati in fondo alla strada.
Fu allora che la vide.

Giulia.

Dall’altro lato del marciapiede, sotto un ombrello nero, la pioggia che le bagnava i capelli castani. I loro occhi si incontrarono. Nel suo sguardo c’era delusione, rabbia… dolore.

"Giulia," mormorò Filippo, avanzando verso di lei.

Lei si irrigidì, stringendo il manico dell'ombrello con forza.
"Dove sei stato?", disse, la voce tremante.
"Sei sparito da giorni, e ti ritrovo qui, a girare con lui."

Filippo deglutì, le parole che si incastravano in gola.
"Non… non potevo venire da te. Non subito."

"Non credere che non abbia capito il tuo gioco, mi hai preso solo in giro... Avevi detto che per me avresti abbandonato tutto, ma lavori ancora con uomini del genere," replicò indicando Marini con disprezzo.
"Mi avevi fatto credere di essere diverso."

"Giulia… io…"
La voce di lui si spezzò, il rimorso che lo divorava.
"Dopo… dopo quella notte… non riuscivo a guardarti negli occhi senza… senza sentirmi sporco. Non per quello che abbiamo fatto, ma per quello che il mondo intorno a noi è. Non volevo trascinarti nel mio inferno."

Gli occhi della ragazza si velarono di lacrime, ma la voce rimase dura.
"Il tuo inferno fa parte della tua natura. Sono stata solo una stupida a credere che potessi amarti senza paura."

"Giulia, ascoltami," protestò Filippo, ma lei alzò una mano per fermarlo.

"Mi dispiace, ma non posso più fidarmi."

Marini rise piano dietro di lui, un suono sprezzante.
"Vedi, tesoro? Questo è un Guerra. Puoi scaldargli il letto, certo, ma non puoi salvarlo. Non puoi cambiare un uomo nato per sporcare di sangue la sua strada."

"Stai zitto!" urlò il giovane, voltandosi di scatto, gli occhi pieni di furore.

L'altro sollevò le mani, un sorriso gelido sulle labbra.

"Calmati, Guerra. Solo un'osservazione."

Giulia fece un passo indietro, la pioggia le colava sul volto.
"Preferisco perderti, Filippo. Non sei poi così diverso da lui."

Il cuore del ragazzo si frantumò.
"No! Io non sono come lui!" fece un passo verso di lei, disperato.
"Non voglio perderti!"

"È tardi," disse lei, voltandosi. L’ombrello nero la inghiottì nella pioggia, passo dopo passo, finché sparì.

Lui rimase immobile.
La pioggia lo inzuppava, ma non sentiva più nulla. Marini gli si avvicinò, posandogli una mano sulla spalla.

"Le donne vanno e vengono, ragazzo. Gli affari restano."

Lui lo spinse via, con un gesto brusco.
"Tu non capirai mai."

"Sei sicuro che non sia tu a non capire?" replicò l'altro, accendendo un altro sigaro.

Filippo non rispose.
Il destino gli aveva giocato l'ennesimo scherzo, ma stavolta non era sicuro di poter vincere.

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