Capitolo 45. Fuoco sotto la cenere

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Mancavano pochi giorni al Natale, ma nella villa dei Guerra non c’era alcun segno di festa. L’aria non profumava di dolci né di pini addobbati, ma di rancore trattenuto, di tensioni che esplodevano a intermittenza come micce troppo corte.

Filippo si era appartato in una sala laterale, una di quelle stanze semibuie che odoravano di legno antico e fumo stantio. Sedeva su una poltrona, il bicchiere di whisky vuoto stretto tra le dita, gli occhi fissi su un punto indefinito del pavimento.
Non serviva guardare per sapere cosa stava succedendo nella stanza accanto: le voci trapelavano dalla porta socchiusa, nitide, feroci.

"Non ci posso credere, avevi garantito che tuo figlio non si sarebbe tirato indietro!"
La voce di Richard De Falco esplose come un tuono, così forte che lui poté quasi immaginare il volto paonazzo dell’uomo, le vene gonfie sul collo.

Suo padre aveva fatto apposta a lasciare la linea in viva voce. Un’umiliazione velata, un avvertimento diretto a lui.
Filippo lo capì immediatamente: voleva che ascoltasse, che interiorizzasse fino in fondo la sua colpa.

"Ci vorrà del tempo per piegare quella testa calda di mio figlio, ma prometto che risolverò le cose," ribatté Don Aldo, con quella calma perversa che nascondeva un gelo implacabile.
"Non dovete preoccuparvi, Richard. Gli farò capire chi comanda."

Il giorno rimase immobile, ma le nocche sbiancarono attorno al vetro che stringeva. Ogni sillaba gli perforava il petto più di un pugno.
Era figlio di quell’uomo, sì, ma non era un suo burattino.
Giurò, in quel silenzio che sapeva di whisky e vergogna, che nessuno gli avrebbe mai dettato la vita.
Non suo padre, non Richard, non il mondo che volevano incatenargli addosso come una condanna.
La guerra era appena cominciata.

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