Capitolo 54. Il velo della malinconia

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La sera era calata da un pezzo, e il tempo sembrava essersi fermato per Giulia, intenta ad osservare il suo riflesso allo specchio.

Il velluto dell’abito scuro le aderiva al corpo con una dolcezza crudele, un abbraccio elegante che sapeva di resa. Lo aveva scelto con attenzione per la cena di famiglia, consapevole che avrebbe dovuto apparire impeccabile. E lo era. Perfetta fuori.
Dentro, però, qualcosa continuava a sgretolarsi in silenzio.

I capelli, solitamente sciolti, liberi di incorniciarle il volto, erano raccolti in un'acconciatura sofisticata.
Eppure, la sua mano tremava mentre cercava di sistemare alcune ciocche con un fermaglio argentato.
Quel tremore tradiva la lotta interna, la spirale di inquietudine e angoscia da cui non riusciva a fuggire.

La porta si aprì all’improvviso.

Adelfio entrò senza bussare, portando con sé la tensione che lei ormai riconosceva come una presenza costante. La fronte corrugata, lo sguardo duro. Indossava un completo scuro impeccabile; la cravatta color vinaccia, annodata con precisione ossessiva, sembrava l’ennesima prova del bisogno disperato di controllo che lo divorava.

"Ci stai mettendo troppo tempo, gli ospiti sono già quasi tutti arrivati."
La voce era secca, priva di qualsiasi sfumatura.

Giulia si voltò lentamente, come se anche quel movimento le costasse uno sforzo immenso.
"Ti ho detto che la mia presenza non è fondamentale. Non ho voglia di scendere."

"Non è una richiesta. Lo zio vuole che tu ci sia, sai quanto tiene a impressionare i De Falco. E poi..."
Fece una pausa, breve, studiata.
"La tua relazione con quel bastardo ha già destato abbastanza scalpore. È ora di comportarti come si deve."

Le sue parole risuonarono nella stanza come un'eco. E Giulia si sentì schiacciata, soffocata da quel giudizio.

"Comportarmi come si deve?" ripeté, con voce rotta, velata da un sarcasmo amaro che nascondeva a malapena la sofferenza.
"È questo che volete da me? Una versione addomesticata, silenziosa?"
Scosse appena la testa.
"La verità è che non è mai stato abbastanza per voi. Mai."

"Questa serata è importante. Basta scenate."

Lei lo guardò dritto negli occhi, un lampo di sfida che brillava nei suoi.
"Sono solo stanca di essere controllata, Adelfio."

La porta si chiuse con un tonfo secco, lasciandola sola con il cuore stretto da un dolore che sembrava non avere fine.

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Nel frattempo, Filippo era in un vecchio deposito adibito a magazzino, una delle tante tane di Rocco Marini. Camminava avanti e indietro, il cappuccio della felpa calato sulla testa, le mani affondate nelle tasche del giubbotto.
Il freddo lo attraversava, ma non veniva dalle pareti umide o dall’aria stagnante.
Era dentro di lui. Radicato, ostinato.
Il pensiero di Giulia tornava a tormentarlo, insistente, ossessivo.

Il capannone era immerso in un silenzio sporco, spezzato solo dal rumore dei suoi passi e dal ronzio lontano di un neon difettoso.
Uno degli uomini di Marini si avvicinò, le mani sporche di polvere da sparo, il fiato ancora corto.

"Poco fa c'è stata una sparatoria. La polizia è ovunque, ci stanno addosso come segugi."

Rocco, seduto su una vecchia cassa di legno, si accese una sigaretta sorridendo con noncuranza.
"E allora? Non è nulla che non possiamo gestire."

Filippo si voltò di scatto, il volto teso. Quel sorriso lo fece ribollire.
"Non coinvolgere anche me in questo casino. Stai giocando con il fuoco e non intendo bruciarmi per le tue ambizioni."

L'uomo si alzò lentamente, spezzando la distanza tra loro con passi lenti e misurati. Il tono velenoso.
"E tu, Guerra? Credi per caso di essere un santo? Non dimenticare che siamo sulla stessa barca."

L'altro fece un mezzo passo indietro, ma si fermò.
Serrò la mascella.
"Non confondermi con te, Marini. Io ho i miei limiti. Tu, invece, non ne hai."

Ma lui gli si avvicinò ancora, fino a sfiorargli la spalla. Parlò sottovoce, quasi con complicità.
"No, certo che no. Tu sei il bravo ragazzo. Il figlio del generale. Il principe tormentato. Ma non dimenticare una cosa: sei qui, con me. E ogni tua scelta ti ha portato esattamente in questo fottuto posto."

Un silenzio tagliente calò tra i due, mentre il fumo della sigaretta disegnava spire lente nell'aria densa del capannone.
Filippo abbassò lo sguardo solo per un istante. Poi si girò, secco, allontanandosi a passi rapidi verso l'uscita.

Marini restò immobile, con un sorriso appena accennato sulle labbra.
"Prima o poi, Guerra, il fuoco lo accenderai tu. E allora voglio essere lì a guardarti bruciare."

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