Capitolo 90. Ceneri

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La giornata scivolava via con la lentezza impietosa delle ore morte.
Il cielo grigio pesava come cemento, immobile sopra i tetti sfatti della campagna veneta.
Il casolare era un relitto di pietra e ruggine, isolato, dimenticato da Dio e dagli uomini.

Rocco Marini stava appoggiato alla porta sfondata, le spalle larghe che si stagliavano contro il legno marcio.
La barba non rasata gli ombreggiava il viso, gli occhi erano due fenditure fredde, immobili.
Tra le dita, una sigaretta accesa tremolava nel vento.
Inspirò a fondo.
Il fumo lo avvolse come una nebbia familiare, l’unico rifugio in quella condanna silenziosa.
Il quartier generale era stato messo sotto sequestro da giorni, e lui non aveva avuto altra scelta che sparire, braccato dalla polizia.
Tutto per colpa di una donna.

Giulia.

La vedeva ancora, nella sua mente, mentre fingeva. Mentre lo conduceva dritto in trappola con quelle labbra che sapevano mentire meglio di chiunque altro.
Era stato un gioco, una messinscena.
Un’illusione.
E lui, ci era cascato.

"Mi hai fregato stronza," sibilò tra i denti, scagliando il mozzicone in mezzo al fango.
"Ma non finisce così."

Voltandosi verso l’interno del casolare, fece un cenno secco.
Due uomini uscirono dall’ombra: gente dura, occhi affilati, giacche lise e pistole sotto il braccio.
Uno di loro masticava un chewing gum con fare annoiato.
L’altro, un omone dallo sguardo gelido, si sistemava i guanti di pelle. Marini li fissò uno per uno.

"Trovatela."
La voce era piatta, ma carica di veleno. "Voglio la signorina Fini viva. E qui. Subito."

I due annuirono e svanirono nel nulla. Come segugi affamati lanciati su una preda.

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Nel frattempo, Filippo era chino sulla scrivania del suo studio, le dita intrecciate e lo sguardo perso nel vuoto. La luce del pomeriggio filtrava fioca dalle tende tirate.
Le sue notti erano popolate da incubi, i suoi giorni, ormai, da ombre.
Ivan bussò due volte, poi entrò.

"Abbiamo localizzato Marini. Si nasconde in un vecchio casolare fuori città. Sta radunando i suoi. Aspetta istruzioni."

Il giovane alzò lo sguardo, immediatamente all’erta.
"Giulia?"

L'altro esitò un attimo.
"Non sappiamo dove sia finita. Ma se lui la trova per primo…"

Filippo si alzò bruscamente, la sedia cascó all’indietro sul tappeto.
Una vena gli pulsava alla tempia.
"Devo trovarla io. Subito."

L'uomo gli si avvicinò.
Tirò fuori dal giubbotto un foglietto bianco, sporco, spiegazzato, con macchie scure che sembravano vecchie di anni.
Glielo porse.
"Me lo ha dato lei. Prima che tutto crollasse. Non sapevo se crederle. Ma… è tuo."

Filippo lo prese con mani tremanti. Lo riconobbe subito.
"È… è il foglio che Eugenio voleva darmi, prima che morisse."

"Già."

"Perché non me lo hai consegnato prima?"

"Aspettavo il momento giusto, capo."

I bordi erano consumati, il contenuto scritto con una grafia formale e scarna. I suoi occhi scorsero le prime righe, e un gelo lo colpì in pieno petto.

> Certificato di adozione – Tribunale dei Minori di Verona.
Il minore Filippo Guerra, nato il 5 maggio 1998, viene adottato legalmente da Aldo Guerra...

Il resto fu un vortice.
Le mani gli tremarono, e le gambe lo tradirono, costringendolo ad appoggiarsi alla scrivania.
Un vuoto si aprì nella sua mente, mentre le fondamenta stesse della sua identità venivano inghiottite.

"Non è possibile..." mormorò.
"Io non sono…"

"Il figlio di Don Aldo," concluse Ivan. "No. Non lo siete, capo."

Filippo strinse il foglio con forza.
Un altro inganno, un altro segreto tenuto nell’ombra.
La rabbia gli montava dentro, intrecciandosi alla paura in un groviglio soffocante.
Tutto ciò che era stato, tutto ciò che aveva fatto, sembrava ora costruito su fondamenta marce, sorretto da una sola, crudele verità: era tutta una menzogna.

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Lo trovò in giardino, sotto il grande albero di magnolia che faceva ombra alla villa.
La luce del pomeriggio filtrava tra le foglie, creando giochi di ombre lunghe sul terreno.
Il vecchio stava immobile, lo sguardo fisso sull'orizzonte.

Filippo lo osservò per un attimo, il cuore che gli batteva sempre più forte. Si avvicinò con passo lento, il certificato di adozione stretto tra le dita. Quando Don Aldo si voltò, notò un viso segnato dalla fatica e dalla preoccupazione.
Non sembrava il solito uomo di potere, traspariva in lui una certa fragilità, segno di una realtà che non poteva più ignorare.
Gli tese il foglio, quasi tremando.
Il vecchio lo prese, lo guardò un istante, poi sospirò.

"Era inevitabile che arrivasse questo momento."
Silenzio.

"Dimmi la verità," sibilò il giovane. "Tutta. Ora."

Lui lo guardò negli occhi, poi si sedette lentamente su una panchina di pietra, come se ogni parola che stava per pronunciare avesse un peso impossibile da sostenere in piedi.

"Tuo padre si chiamava Pietro Santi. Era un mio caro amico. Era un uomo onesto, orgoglioso. Aveva dei debiti con Alberto Fini… gravi, vecchie storie sporche che nemmeno io riuscii a sistemare del tutto. Ma una notte…"
Si interruppe un attimo, chiudendo gli occhi.
"Una notte, la casa fu incendiata. Lui e tua madre erano dentro. Tu eri solo un neonato, piangevi. Ti ho trovato tra le fiamme. Non ho fatto altro che prenderti in braccio e portarti via. Eri l'unico sopravvissuto."

Filippo arretrò di un passo, gli occhi lucidi di rabbia e smarrimento.
"Mi hai mentito per anni. Mi hai fatto credere che fossi tuo figlio."

"Volevo solo proteggerti. Sotto il mio nome, hai avuto potere, sicurezza. Una vita migliore..."

"Una vita costruita sull’odio, sulla violenza. Mi hai cresciuto per vendicare i tuoi nemici. E ora scopro che tutto è cominciato da un massacro."

Don Aldo si alzò con fatica.
Si avvicinò.
Per la prima volta, la distanza tra loro sembrava quella tra due sconosciuti.

"Beh, se proprio vuoi saperlo, adesso hai un motivo in più per odiare quella ragazza," disse piano.
"Credo che oramai tu abbia capito la vera natura dei Fini."

Filippo abbassò lo sguardo sul foglio. Il nome di suo padre gli bruciava negli occhi come una verità rimossa troppo a lungo.

Pietro Santi.

Un uomo morto per colpa di chi ora portava lo stesso sangue di Giulia.
E nel suo cuore, qualcosa si incrinò.

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