Capitolo 73. Veleno

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Il casinò era un tempio del vizio, un luogo dove il denaro scivolava dalle mani dei ricchi come sabbia tra le dita, e il respiro affannoso dei giocatori si mescolava al tintinnio delle fiches e al suono sordo delle carte che venivano mescolate. La luce dorata delle lampade fluttuava attraverso l'aria pesante, densa di fumo e whisky, creando ombre sui volti delle persone che cercavano di mascherare le proprie intenzioni.

Filippo era uno di loro, ma non c'era nessuna maschera che potesse celare il gelo che gli si insinuava nel petto.
Appoggiato al bancone, aveva un bicchiere di whisky stretto tra le dita, mentre lo sguardo si soffermava su un punto preciso della sala: il tavolo di Marini. Suo padre ed Enrico gli erano seduti accanto, le espressioni imperscrutabili, mentre le carte venivano distribuite con gesti rapidi e precisi. Ma il gioco era solo un pretesto. Erano lì per affari.
Stringere nuove alleanze.

Il giovane li osservava da lontano, la mascella serrata. Aveva imparato a leggere il linguaggio del corpo, e il modo in cui Marini si atteggiava gli diceva che si stava divertendo a giocare con loro.
Posò il bicchiere sul bancone con un gesto deciso, il ghiaccio che tintinnava ancora mentre si allontanava.
Doveva scoprire fino a che punto suo padre stesse concedendo loro il controllo. Ma poi, qualcosa spezzò il ritmo della sua respirazione.
O meglio, qualcuno.

L'ingresso di Giulia fu un taglio netto nel caos dorato della sala.
Il rumore sembrò affievolirsi, le risate si fecero più basse, o forse era solo tutto nella sua testa.
Ma Filippo la vide.
E fu come un colpo ben assestato.
Il respiro gli si bloccó per una frazione di secondo prima di riprendere con un ritmo più pesante, più teso.
Non se lo aspettava.

Cosa diavolo ci faceva lei in un posto del genere?

La fissò, quasi estasiasto.
Camminava con l’eleganza di una regina, ogni gesto era calibrato, ogni suo passo carico di una sicurezza studiata. Indossava un abito nero, aderente, con una scollatura vertiginosa pensata per stordire chiunque le posasse gli occhi addosso.
I capelli, sciolti in morbide onde castane, le incorniciavano il volto candido dai lineamenti perfetti.
Gioielli in oro bianco riflettevano la luce, accentuando la sua bellezza con una freddezza che tagliava il fiato.

Ma erano i suoi occhi a colpirlo più di qualunque altra cosa.
Quegli occhi verdi, profondi, impenetrabili. Freddi e seducenti allo stesso tempo, come un gioco pericoloso in cui nessuno dei due sapeva davvero chi stesse vincendo.

Due guardie del corpo, vestite rigorosamente di nero, la seguivano a distanza. Lei non badava a loro, mentre gli sguardi degli uomini si voltavano al suo passaggio, rapiti, affamati, come se il tempo rallentasse attorno a lei. E anche lui, per quanto odiasse ammetterlo, si sentiva uno di loro in quel momento.
Qualcosa gli diceva che dietro quella facciata c'era molto di piú, quella non era affatto una visita casuale.

Quando gli fu finalmente vicino, lei si fermò.
Un respiro.
Una frazione di secondo in cui il tempo sembrò spezzarsi.

L'odore del suo profumo, dolce e inebriante, lo travolse all'istante, insinuandosi nei suoi sensi con una delicatezza ingannevole.
Ma ciò che lo disarmò davvero fu lo sguardo.

Solo gelo.

"Non dovresti essere qui," le disse.
La voce bassa, ruvida.
Un avvertimento travestito da constatazione.

Giulia lo guardò senza battere ciglio, la pelle che vibrava di una tensione palpabile.
"Risparmiati la farsa, hai smesso di fare l'eroe da un pezzo," rispose con un'ombra di veleno nella voce.
"So perfettamente quello che hai detto ad Adelfio su di me."

Filippo sentì il suo stomaco contrarsi, un'inquietudine che lo sorprese.
Lei sapeva, e il rimorso lo colpì come un pugno dritto allo stomaco.

"Non voglio proteggerti."
Le parole gli uscirono secche, taglienti, più fredde di quanto avesse previsto.
"Ma devi stare lontana dai miei affari."

Lei rise.
Una risata senza calore, senza gioia.
"Ti dà fastidio vedermi ancora in piedi, Guerra?"
Si avvicinò di un mezzo passo.
Le labbra, rosso sangue, si piegarono in un sorriso carico d’odio.
"O sei solo stufo di dover tenere a bada una bambina che non hai mai saputo controllare?"

Il giovane strinse la mascella, il sangue che ribolliva sotto l’eleganza del completo scuro.
"Già. E non rimpiango nemmeno un secondo di averti tagliata fuori," sputò.

Ogni parola era una coltellata che si dava da solo, ma non poteva permettersi cedimenti.
Non lì. Non con quegli occhi su di loro. Non con Don Aldo che osservava da lontano come uno sciacallo.

Giulia lo trafisse con lo sguardo, il petto che si sollevava in fretta, ma non abbassò gli occhi.
Non lo faceva mai.

"Mi fai schifo, Guerra."

Il cuore di Filippo sussultò.
Non era quella la reazione che si aspettava. Eppure, una parte di lui era sollevata: era il modo che lei aveva scelto per difendersi e, in un modo quasi bizzarro, la capiva.

"Ti ricordo che l’ultima volta mi hai puntato una pistola alla testa, principessa," ringhiò, facendo un passo verso di lei.
Il suo respiro caldo le sfiorò il collo nudo, dove il diamante del collier brillava come una trappola.
"Sei andata oltre, Giulia."

Lei rimase immobile, il corpo teso come una corda di violino.
Solo il respiro, veloce, tradiva l'apparente impassibilità.

"Non osare avvicinarti."

Filippo inclinò appena la testa.
La guardò come si guarda un bicchiere di whisky avvelenato: con desiderio e odio insieme.

"E se lo facessi?"

"Allora dovresti pregare di essere più veloce di me, perché stavolta non esiterei a premere il grilletto."

Lui sorrise.
Uno di quei sorrisi bastardi, storti, che facevano venire voglia di prenderlo a schiaffi o baciarlo con rabbia.
"Sei così convinta di odiarmi, Giulia?"

Lei lo guardò come si guarda una ferita aperta.
"Non è odio, è molto peggio."

Silenzio.
Un silenzio denso, vischioso.
Poi fece scivolare le dita sul polso di lei. Un tocco leggero, sporco.
Come se volesse solo ricordarle quanto ancora la conosceva.
Quanto ancora poteva farle male.  Giulia si ritrasse, ma troppo tardi. L’elettricità del contatto le fece tremare il respiro.

"Tu mi hai rovinata, Filippo."
La voce le si spezzò, mentre si sforzava di tenere lo sguardo fisso su di lui.
"Hai distrutto la mia famiglia... me, Eugenio. Sono a un passo dalla verità, e giuro su ciò che resta di me… che non avrai pace."

Lui sorrise, ma non c’era divertimento. Solo dolore.
"Non sai niente. Non sai nemmeno cosa cercare."
Le afferrò la mascella. Forte.
I pollici che le sfioravano le labbra rosse, carnose.
"Ma tu vuoi sentire la mia verità? O vuoi solo sentire che sono ancora dentro la tua testa, sotto la tua pelle, dentro la tua fottuta carne?"

Attorno a loro, il casinò sparì.
Fiches, luci soffuse, musica jazz e bicchieri di cristallo... tutto dissolto.

Restavano solo loro.
Due ferite aperte.
Due bocche a un passo dal bacio o dalla guerra.
L’eleganza era solo una maschera. Sotto, solo istinto.

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