3' Capitolo

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Dopo che la folla e la polizia se ne erano andati l'unica cosa a persistere su quei giardini era la macabra sensazione di morte. Sopratutto quando il sole si scopriva ancora timido nel voler nascere e tutto viveva in un limbo tra notte e giorno. La brezza fredda picchiava sugli oggetti e sulle finestre, le tende di alcuni dormitori venivano trascinate fuori e poi ributtate all'interno della stanza; degli studenti, magari, erano a festeggiare l'inizio delle lezioni o magari si erano riuniti tutti nella stanza di Erin Lee, la pettegola per eccellenza, a fare ipotesi raccapriccianti su come la vita di Osborn si fosse spenta così silenziosamente che solo un malcapitato ne aveva sentito l'eco.
Si sentirono dei passi che si fermarono davanti all'unica panchina sopravvissuta all'umido della notte. Prese un respiro a pieni polmoni godendosi la pace che regnava quando i cancelli erano ancora chiusi. Serrògli occhi per un attimo e cercò di scacciare via i brutti pensieri. Avrebbe dovuto aumentare la dose di sonnifero, i suoi effetti cominciavano a svanire ed il fatto che fosse nel parco a quell'ora, quando l'alba era ancora nascosta, lo dimostrava. A volte veniva assalita dalla paura, dai suoi errori e il loro peso diventava così insopportabile che nessuna bilancia sarebbe stata in grado di specificarne il peso. Sentì dei passi, la ghiaia gemette esattamente come sotto il suo peso, volse la testa in direzione del rumore e si accorse che anche Harry era lì. La stava raggiungendo ma non diceva nulla, né sembrava avere molto l'aria di uno che vuole parlare. I capelli castani ancora disordinati, gli occhi verdi contornati da borse scure e un'aria stanca che lo rendeva davvero molto simile a lei. Harry non chiese nemmeno il permesso di sedersi, lo fece e basta. Non la guardò, sembrava sentirsi solo e non vedeva  quello che gli stava attorno. Guardava dinanzi a se gli edifici, li passava in rassegna, non diede segno di voler avere un approccio con Arden anche se lei gli sedeva a nemmeno molti centimetri di distanza. Lei non parlò, le piaceva essere sola, e se anche lui voleva essere solo chi poteva permettersi di rovinare quel piccolo angolo di pace? Prese una grande bocca d'aria, guardò la statua di John H. e poi alzò lo sguardo sul dormitorio di Irbel. Abbassò quindi gli occhi sulla biblioteca, un edificio imponente che se ne stava là con un sacco di nastri della polizia che vietavano l'accesso. Era sicura che la direttrice stesse facendo del suo meglio per gestire la cosa, ma non si trattava di uno scherzo di studenti indisciplinati, si trattava di un uomo morto, un uomo morto all'interno del campus. Se solo Umbert fosse stato a un millimetro dai cancelli della scuola allora la sua morte non sarebbe stata un affare di Harvard. Arden si strinse di più nel suo maglione pesante mentre scrutava quel luogo che all'improvviso rivelò il su volto più macabro anche a lei. Aveva paura della morte e di tutto quello che portava a quest'ultima. Non le piacevano quelle cose, non che piacessero molto ad altri, ma a lei in particolar modo davano il voltastomaco. Una sensazione di nausea la pervase, si sentì come se questo fosse dovuto ai pensieri, ma poi si rese conto che era solo l'effetto collaterale del sonnifero. La nausea: aspetto irrinunciabile del suo sonno. Era troppo complesso anche solo pensarci.
"Non sei venuta ieri." sussurrò la voce profonda accanto a lei che sembrava parlare al vuoto. Ma sapeva che si riferiva all'uscita con Irbel. No che non ci era andata con loro, aveva troppo da fare con le tre compagne di stanza affamate di gossip e nuovi arrivati, che non avevano accettato di lasciarla uscire nemmeno a costo di trattenerla lì a forza.
"Cause maggiori." la sua voce era atona, piatta in un modo tale da farla sembrare quasi sotto ipnosi, lei stessa se ne accorse e, per evitare che lui pensasse davvero che lei fosse in una specie di trance, si schiarì la voce come segno vitale. "Sei rimasto fuori?" ne era quasi convinta.
Harry annuì appena e lei lo vide solo perché lo stava osservando con la coda dell'occhio.
"Usa le scale antincendio. Nel dormitorio di Irbel lasciano sempre aperta la porta dell'uscita di emergenza del terzo piano, puoi entrare da lì." lo stava dicendo giusto per non battere i denti dal freddo.
"Grazie." soggiunse il ragazzo. E proprio quando lei si aspettava che si alzasse e se ne tornasse dentro: "Tu perché sei qui a gelare?"
Per alcuni secondi non seppe cosa rispondergli o se rispondergli: "Avevo bisogno d'aria." scosse le spalle come per scacciare via gli incubi che tornavano ad affollarle la mente. Nessuno parlò oltre. Il sole cominciava a salire nel cielo. I suoi raggi picchiavano debolmente sui mattoni rossi, sulla vetrata dell'edificio principale della scuola, quello contenente le due aule magne e circa una trentina di classi con una capienza di centottanta studenti l'una. La rugiada adesso sembrava un pianto cristallizzato, ed era uno spettavolo bellissimo. Le venne l'angoscia, poi la voglia di vomitare aumentò.
Si alzò ed osservò come la testa del ragazzo si voltasse verso di lei, con uno sguardo che quasi la rimproverava di aver rotto il magnifico equilibrio di quell'inizio giornata. Poi gli occhi verdi di lui diventarono meno freddi scrutando attentamente come il viso di lei aveva perso ogni colore facendo risaltare le poche lentiggini su di esso, come gli occhi verdi erano cerchiati da ombre nere spaventose, come se quello che avevano in precedenza visto si fosse tatuato sulla sua pelle. Arden si sistemò gli occhiali sul naso prima di portare una ciocca di capelli scuri dietro l'orecchio.
"Io devo-devo tornare. Ci vediamo in giro." non lo intendeva né tanto meno pensava davvero a quello che stava lasciando uscire dalla bocca, aveva semplicemente bisogno di stendersi al caldo, di una doccia bollente o di aspettare, aspettare che fossero passate un paio d'ore così si sarebbe sentita meglio, meglio col sole che la faceva da padrone sul cielo scacciando tutti i suoi timori. Harry Styles la fissava senza proferire parola, la guardò ancora ed ancora, mettendola a disagio. Ma non se ne accorse, si accorse solo che quella ragazza era così simile a tutti gli altri che aveva visto. Eppure lei era l'unica ad essere fuori, col freddo della notte, a fissare luoghi che avrebbero messo il terrore a chiunque sano di mente, da sola. Forse le persone sembrano tutte uguali senza un motivo preciso, forse si è ciechi o forse non si vuole vedere.
"Si. A dopo." annuì distratto. Le labbra rosee dischiuse mentre assimilava il senso dei suoi pensieri, mentre la colonna sonora di essi diventavano i passi di Arden che si allontanava piano piano, le braccia conserte e lei così piccola contro la grandezza di tutto quello che la circondava.
La seguì con lo sguardo solo per un altro po', la accompagnò con gli occhi fino alla piccola fontana che aveva come decorazione un putto tutto nudo dai capelli che erano una criniera pazza. Da lì lei continuò a camminare per altri cento metri fino ad arrivare di nuovo al suo dormitorio, lo aggirò e cominciò a percorrere le scale di servizio. Guardava i suoi piedi muoversi e le vertigini assalirla, ma non ci badò, continuò fino a quando non arrivò al terzo piano, scostò alcuni vasi coi fiori di Felicia ed entrò dalla finestra senza fare rumore. Anche se l'avesse fatto, comunque, nessuno si sarebbe svegliato, non le sue compagne.
Arrivò al suo letto, si mise sul materasso e si raggomitolò su se stessa, sopra le coperte. Sudava freddo, tremava, ma non era febbre; magari lo fosse stata, era altro, una cosa che solo lei e pochi altri potevano capire: era quella che si chiama dipendenza da farmaco. Irbel le diceva che non era drogata, che uno si droga solo con la cocaina; ma che ne sapeva lui? Sentire la mancanza di qualcosa, in questo caso anche se prescritta dal medico, fino a sentirti male non è forse essere drogati? O è essere drogati con l'approvazione di qualcuno?
"Arden.." sentì la voce di Cora: "Stai bene?" chiese con gli occhi che erano un'impasto di sonno e preoccupazione. Lei si sforzò di mettere su un sorriso. "Si, tranquilla. Non è nulla."
"Eri fuori?" le chiese ancora, ostinata nel voler scoprire cosa le fosse successo.
"Si, ma avevo solo bisogno di aria, torna a dormire; è ancora presto." e sorrise, provando una fitta lancinante allo stomaco. Si dovette alzare, Cora la guardava con occhi attenti senza poter realmente fare qualcosa. Aprì la porta della stanza e quasi corse fino al bagno più vicino del loro piano. Chiuse la porta alle sue spalle e si inginocchio davanti al wc. Vomitò i popcorn della sera prima e, assieme a quelli, tutto ciò che il sonnifero avrebbero dovuto evitarle. Si sarebbe sentita meglio, adesso non aveva bisogno di dormire. Ci sarebbero volute un paio d'ore per recuperare tutte le forze, ma era una cosa che poteva sostenere. Ci era abituata.
Sedette appoggiandosi al muro e prese la testa tra le mani. Spostò i capelli dal viso, poi alzò gli occhiali sulla testa e si ripassò gli occhi: si alzò. Aperti gli armadi ed assicuratatisi che ci fossero asciugamani puliti, si spogliò ed entrò nella doccia bollente. Non era come una sbronza, era molto peggio. Una volta uscita da lì si avvolse nell'asciugamano, si guardò allo specchio felice di constatare che le sue guance avevano ripreso colore, poi uscì e ripercorse tutto il corridoio fino alla sua stanza. Le sue compagne erano sveglie, e stavano parlando di lei: si interruppero bruscamente quando sentirono la porta aprirsi. Il sorriso che rivolse loro stavolta era molto più convincente, visto che lei stessa si sentiva meglio. Cominciava ad avere fame, segno che il farmaco era stato in gran parte smaltito.
"Come mai tutte sveglie? Spero non sia colpa mia." parlò mentre andava verso l'armadio che condivideva con Felicia e prendeva dei Jeans di Denim e una felpa. Si infilò anche gli occhiali e poi prestò attenzione alle sue compagne.
"In parte è colpa tua: come mai non dormi?" le chiese Ruthie alla quale fu lanciato uno sguardo d'odio da parte di Felicia, e Cora si apprestò a darle un altro calcio dal letto di sotto. Non si era ancora abituata ad Arden e alla sua routine.
"Tranquille, ha ragione. Non è una scelta mia comunque." rise come se l'argomento la toccasse appena. Si stava tamponando i capelli con un asciugamano ed evitava gli sguardi delle altre."A noi puoi dirlo.." cominciò Cora.
"Il punto è che non capireste, e, a quanto mi risulta, abbiamo vissuto molto bene negli ultimi anni senza che sapessimo molto l'una dell'altra, o mi sbaglio?" ed alzò un sopracciglio verso Ruthie che stava sdraiata su un gomito a guardarla. Cora, sotto di lei, aveva il piumino che la copriva fino al mento.
"Voi di me sapete tutto." azzardò Felicia dal letto di sopra.
Desiderava solo cambiare argomento in quell'istante, quindi ecco che lo fece prendendo in mano le redini della situazione: "Ho visto Styles fuori." si sdraiò sul suo letto con i capelli avvolti nell'asciugamano. Quasi poté sentire il sospiro di sollievo che emanò Ruthie quando la buttò sul 'adesso parliamo d'altro'.. a Ruthie non piacevano le cose serie, lo aveva palesato con Irbel Hart nel suo anno da matricola.
"Che ci faceva lì?" Chiese Cora con un sospiro esasperato.
"Credo fosse rimasto fuori. Lui ed Irbel sono usciti ieri sera, sembrava traumatizzato." e, mentre faceva un sorriso sghembo guardò Ruthie Palmer. La quale: "Lo capisco, poverino. So che vuoi bene ad Irbel, ma parla troppo; è..-"
"Logorroico." completarono le altre tre quello che lei aveva cominciato. Scoppiarono a ridere subito dopo. Gli incubi e il malessere sembravano cosa passata, sembravano un lontano ricordo. E così sarebbe stato fino alla notte successiva.
"Era per questo che cercavi di sgattaiolare via ieri sera? Dovevi uscire con loro?" chiese Felicia.
"Già, ma sono quasi sicura che non abbiano sentito la mia mancanza, Irbel, sicuramente, mi avrà sostituita con Miles."
"Perché scusa? è orribile detto nel modo in cui l'hai affermato." la rimproverò Cora con uno sbadiglio.
"Perché, che mi caschi addosso il cielo se sono in errore, Irbel non passerebbe un minuto da solo con qualcuno che non conosce e con la faccia poco amichevole come quella di Styles." rise Arden mentre stringeva a se un cuscino.
"Sono proprio curiosa di vederlo questo Harry." sussurrò Cora e subito Ruthie fece un cenno d'assenso.
"C'era la polizia fuori?" chiese ancora Felicia.
"No."
"Io ho sentito che il funerale è tra una settimana, lo dicevano ieri sera quelli del Crimson. La cerimonia in Chiesa sarà privata, ma saranno tutti liberi di andare al cimitero. Voi che fate?"
"Io ci vado." affermò Felicia seguita a ruota da Cora.
"Io sono dei vostri." continuò Arden.
Dentro di se non poteva fare a meno di pensare a come solo l'anno scorso aveva salutato quel vecchio dicendogli che avrebbe voluto averlo come aiutante per gli esami, perché le desse manforte con questa ricerca o a comprendere quest'altra lettura.
Una domanda sola le lampeggiava in testa mentre le chiacchiere diventavano moltissime:
Come può una persona scomparire come se non ci fosse mai stata?

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