14' Capitolo

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I libri delle varie materie, i quaderni, le penne e tutto ciò che occorre a uno studente per condurre una vita da tale erano sparsi all'interno dell'abitacolo dell'automobile di Harry benché questi oggetti non fossero di sua proprietà, ma di Arden.
Lei se ne stava lì, in grembo manuali, quaderni, sul cruscotto davanti a lei pile di fogli pieni della sua scrittura dalla forma allungata è decisamente troppo elegante. Suo padre spesso le aveva ripetuto che quella era la grafia di un avvocato; chi poteva biasimarlo poi? Da neurochirurgo di prima classe era ovvio che desiderasse che sua figlia seguisse le sue orme in una carriera piena di soddisfazioni. I finestrini erano abbassati e per fortuna la fine di Settembre regalava quel piacevolissimo caldo-fresco che spesso viene poi rimpianto per tutto il resto dell'anno. Gli occhiali calati sul ponte del naso e i capelli raccolti alla meno peggio in una crocchia di fortuna. Una penna nera tra i denti e quella rossa dietro l'orecchio mentre con l'evidenziatore sottolineava uno dei passaggi più importunati del libro che aveva tra le mani.
Si era messa a svolgere i suoi assegni esattamente quando, dopo una buona mezz'ora di tempo passata li, si accorse che i 'millisecondo' di Styles non erano proprio identici a quelli del resto dell'umanità.

Era passata l'ora di pranzo ed era arrivato il pomeriggio. Si era tolta la giacca di pelle ed aveva quasi finito la sua montagna di assegni quando finalmente Harry si fece di nuovo vivo.

"Lo so. Mi dispiace. Non dire nulla. Non rimproverarmi di prego." Socchiuse gli occhi mentre saliva in macchina nel posto da passeggero. Annusò l'aria.. "Ehi, Ibsen, dovrei rinchiuderti qui dentro più spesso." Le sorrise poi mentre il fatto che l'aria dentro la sua macchina fosse tutta intrisa del profumo della ragazza gli pareva estremamente piacevole.

"Styles, ma hai la più che minima idea di quanto tempo io abbia passato qui dentro? Che hai fatto a quel povero uomo? Mica l'hai ucciso, spero." E rimise nell'astuccio le penne mentre raccoglieva i fogli dal cruscotto. Quella macchina era più pratica di quanto avesse immaginato. Ci aveva come creato un legame, adesso sentiva di conoscerla meglio.

"Si, ci ho messo un po' perché ad un certo punto il trita rifiuti si è inceppato."

"Oddio sei disgustoso!" Rise lei mentre rimetteva i libri a posto in modo che la macchina fosse di nuovo sgombra. "E, comunque, mi sa che è passato da un bel po' il tempo per il caffè." Sciolse la crocchia e la rifece mentre lo guardava.

"A questo punto, Ibsen, credo di doverti una cena." Lei rise non prendendolo sul serio. Ma era serio, Harry era decisamente serio.
Più la guardava e più desiderava accompagnarla in qualche posto dove se ne sarebbero potuti stare in santa pace. Aveva indosso un vestito colo grigio chiaro di cotone morbido, che le fasciava tutto il corpo, arrivava fino a poco più giù del ginocchio e le maniche a tre quarti. Lei si era vestita così per praticità ma non le riusciva difficile risultare incantevole.

Harry mise in moto e partì alla volta di un posto che era solo nella sua mente. Arden girovagava per Boston assieme ad Irbel e gli altri, ma non si riteneva esattamente qualcuno su cui fare affidamento nel caso di smarrimento, ecco tutto.
Quel ragazzo riccio invece sembrava pieno di sorprese: sorrideva al cielo come se quello gli appartenesse, si muoveva tra le strade come se le avesse disegnate lui, sorrideva ai passanti come se fossero stati tutti suoi amici. Era qualcosa di straordinario. Un misto di educazione e gentilezza che però evitava di sfociare nel melenso e banale grazie agli occhi, all'atteggiamento distaccato. Sapeva farci, con tutti.

"Sai cosa credo, Styles?" Lei sorrideva, gli occhiali sulla testa siccome le sarebbe venuta l'emicrania se solo li avesse indossati per un altro po'. Ottenuta l'attenzione del ragazzo continuò ghignante. "Credo che se non ci conoscessimo già e tu mi adocchiassi come abbiamo adocchiato quella ragazza col fidanzato fuori dal teatro, non riusciresti mai ad avere il mio numero."

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