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Mi svegliai al suono della plastica, probabilmente bicchieri al piano di sotto. Mi alzai indolenzita dal cuscino e mi massaggiai i capelli spettinati con la mano, mentre feci una smorfia per il dolore. Non ero certa se fosse per la sbornia o per gli altri dolori fisici.

Scoprii per mio stupore alcuni lividi violacei sulla mia pelle bianca e alcuni graffi sul mio viso. Non avevo la più pallida idea di cosa fosse successo la sera prima. L'ultima cosa che mi ricordavo era come avevo fatto vari giochi con i superalcolici in cucina. La musica aveva rimbombato per tutta la notte nelle mie orecchie e ora il mal di testa ne era il risultato.

La cosa peggiore però; l'enorme, indescrivibile vuoto che avevo nel petto. Talmente doloroso da spaventarmi.

Osservai l'orologio; le undici di mattina. Senza farmi troppi problemi sull'orario e sul mio probabile aspetto selvaggio, ripresi la mia maglietta da terra, me la misi e uscii dalla stanza, cercando di non voltarmi. Era la stanza di Jason, lo capii da una delle sue magliette poggiata sulla sedia.

Non entrerò mai più qui dentro.

Feci per chiudermi la porta alle spalle e scendere il primo scalino, tremando, quando qualcuno mi afferrò la spalla. D'istinto urlai con tutta la mia forza, ma una mano mi tappò la bocca.

«Ma sei impazzita?!», chiese divertita Arianna.

Osservai la ragazza davanti a me che mi scrutava con sguardo scioccato e spaventato. Stavi facendo la figura della pazza. Confusa mi guardai intorno, come per cercare il mio "assalitore" che però non c'era: «Da dove- come-»

«-Charlotte, stai bene? Hai una cera...», aveva la voce distante e ovattata, ma mi riportò alla realtà e a guardare il suo volto preoccupato. Forzai un sorriso per rassicurarla.

«Sì- sì. Solo i postumi- mi stanno ammazzando...» Non riuscivo a dire una frase sensata, tutto mi sembrava così strano. Volevo solo tornarmene a casa e lasciarmi andare sul mio letto davanti al mio computer.

«Comunque... mi devi cento dollari», disse Arianna, prima di aprire il palmo della mano,  richiedendo i soldi.

A quelle parole, l'ultimo filo di speranza, di felicità che pensavo possedere ancora, si spezzò, facendomi cadere nel buio più totale.

«Avete?-»

«-Oh sì!», si avvicinò al mio orecchio, poi sussurrò entusiasta. «È stato fantastico te lo assicuro», mi sorrise, falsa come sempre, poi mi si riavvicinò, «anche se da quanto ho sentito non ho bisogno che te lo dica io-»

«Vaffanculo.» Non riuscii a sentirla più, con quelle poche forze che mi restavano la sbattei contro il muro e corsi al piano di sotto.

«Perché? Solo perché pensavi che Jason fosse solo tuo?»

Mi voltai furibonda. «Non è neanche tuo, Arianna. Ti ha scopata e basta!», le urlai spazientita. Non volevo usare quelle parole, ma la rabbia mi stava divorando.

Mi fece una smorfia disgustata e io scesi le scale stufa. Non potevo credere che si fosse mai reputata mia amica. Feci per arrivare ai piedi della scala, ma Jason apparì, bloccandomi la strada.

«Char. Stai bene?», mi domandò preoccupato. Sentii il rancore crescere nel mio petto, mentre mi scrutò i tagli sul viso.

Cercai di evitare il suo sguardo. «Lasciami passare, Jason. Ti giuro che non riesco proprio a parlarti adesso.»

«Invece devi farlo! Devi darmi una spiegazione», mi contraddisse invece lui furibondo. Non poteva vedere come i miei occhi si stavano appannando. Provò a tastarmi con il pollice le ferite: «Cosa hai fatto?»

ThundersDove le storie prendono vita. Scoprilo ora