CAPITOLO 70

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VI RACCONTO DEL MIO ANNO SABATICO NEL TARTARO
➶☽ Samira ☾➴

Non avevo ancora imparato ad orientarmi dopo un anno.
Provateci voi, al buio, terrorizzati, così stanchi da non riuscire a piangere.
Oh, e senza una mappa del Tartaro.
Avevo mandato un reclamo ad Ermes ma i suoi serpenti mi avevano detto che a quanto pare non esistevano tom tom laggiù.
Figuriamoci.
Le uniche notti in cui potevo dormire era quando Chirone mi dava dei sedativi che potevano stendere dei cavalli, ma li detestavo perché mi sentivo intontita per giorni.
Secondo Dioniso non era poi male sembrare strafatta o ubriaca dopo, rispetto che ad uno zombie di cattivo umore che si sfoga di brutto mangiando ambrosia.
In ogni caso, non sapevo dove andare ma ero riuscita a capire dov'ero. Mi ero documentata molto, grazie ai libri di Annabeth e ormai riconoscevo sempre dove arrivavo.
Ero alla Prigione dei Titani, o meglio, ero al suo ingresso.
Crono non era ovviamente lì, peccato. Quel figlio di Gea, che giusto per precisare è un insulto, si stava facendo una crociera e una vacanza nel corpo della mia prima cotta.
Un ruggito spezzò il silenzio pesante nel canyon e il mio istinto fu indietreggiare ma finì solo per barcollare. Ahia.
Sarei potuta restare lì, senza entrare e aspettare che mi svegliassi ma non sapevo quanto tempo potesse passare.
Nel Tartaro, il tempo era un concetto inutile. Le ore non esistevano, solo il peso. Il peso del respiro, del sangue, dei pensieri che mi tormentavano.
Il sogno iniziava sempre nello stesso modo: io che camminavo.
La terra era nuda, nera, come pelle bruciata, come nei miei incubi peggiori. Forse era per questo non abbassavo mai lo sguardo, e neanche lo alzavo. Lì non c'era il cielo, a dire vero il tetto era lontano miglia e ventimila piani sopra c'erano gli Inferi.
Se Ade sapeva che ero qui, non era mai venuto a strigliarmi con la sua vestaglia.
L'odore era la cosa peggiore, tipo cane bagnato, ruggine e qualcosa di più... marcio. Come se Caos avesse vomitato tutto ciò che era sbagliato, e poi se ne fosse dimenticato.
Fortunato lui.
Le ombre non seguivano le regole, né ubbidivano a me. Si spostavano prima che io lo facessi, come se sapessero dove sarei andata. Alcune sembravano strisciare lungo le pareti, altre prendevano forma umana per un istante, solo per dissolversi appena voltavo lo sguardo.
Sì, lo so, che ansia.
A volte facevo di tutto per svegliarmi, ma altre notti continuavo a cercare instancabilmente.
Volevo trovare Cassian.
Forse il fatto che fossi legata al Tartaro non era una cosa completamente orribile, lui doveva essere da qualche parte. Il problema era che i miei poteri non funzionavano, forse perché il mio corpo non si trovava davvero lì ma solo la mia anima. Il che aveva di positivo che i mostri non potevano uccidermi, solo darmi la caccia senza prendermi.
Non avevo idea se fosse lo stesso con i fratelli psicopatici di Crono.
Ma dato che ero notoriamente anch'io una psicopatica che cercava un uccellaccio maligno che di sicuro mi avrebbe detto "Te lo avevo detto", mi rimisi dritta.
Una gola immensa si apriva nella roccia, fiancheggiata da pareti che salivano per centinaia di metri, spaccate e dentate come mascelle. Una fenditura nel cuore del mondo. E dentro... urla.
Non umane.
Non divine.
Solo... urla di rabbia, dolore, potere.
E be', dato che non avevo altro da fare, ci entrai.
Avevo le mie All Stars rosa ai piedi, di solito i vestiti che mettevo prima di dormire erano gli stessi in sogno, erano le uniche cose che venivano con me.
Le pareti respiravano, mettendomi i brividi e la polvera si alzava ad ogni passo che faticavo a fare, era come avere dei pesi sulle gambe.
Capitava che arrivata in un posto iniziassi a correre o mi paralizzassi, avevo visto cose...cose terribili. Cose che mi inseguivano anche di giorno.
Al secondo ruggito che fece tremare il terreno mi piegai in due, rannicchiandomi.
Dei, odiavo avere così tanta paura, in alcune occasioni non riconoscevo me stessa per quanto piangessi, gridassi e tremassi.
Ma ogni volta mi concentravo per sentire l'unica voce che amavo e odiavo allo stesso tempo.
"Va avanti, un passo alla volta. Va avanti".
Era la voce di Percy.
Un anno. Era passato un anno da quando avevo visto Percy.
Un anno senza il suono della sua voce, senza il tradimento nei suoi occhi verdemare, senza il suo modo maldestro di spiegarsi, senza le sue mani a stringermi mentre volavamo.
Ogni volta che entravo nel Tartaro, pensavo a lui e poi pensavo a Rachel.
La ragazza mortale che aveva scelto.
Forse non ero modesta, perlopiù stronza nei giorni buoni, ma lei non aveva niente più di me.
Certo, stare con lei doveva essere più facile.
Una volta avevo pensato lo stesso di Luke, perché era del mio mondo, non si aspettava il meglio da me. Era stato solo un'illusione, un sogno.
Io vivevo di incubi.
E faceva schifo, faceva schifo nel vero senso della parola ma potevo affrontarlo.
Rachel Elizabeth Dare non era più forte, più coraggiosa o più pazza di me.
Io ero al Tartaro, mentre quelli si facevano le vacanze ai Caraibi, come Sally mi aveva detto quella mattina.
Mi ero arrabbiata così tanto...
No, no. Dovevo concentrarmi, non potevo perdermi di nuovo laggiù.
L'ultima volta mi ero svegliata senza voce per quanto avessi urlato e avevo trovato Silena, Annabeth e Clarisse fuori dalla cabina. Mi avevano assillata per giorni, la prima si era messa a piangere. Odiavo che sapessero cosa mi stesse succedendo.
Percorsi il canyon sentendomi tirare verso il fondo. C'erano cave che si aprivano lungo le pareti, come bocche, e nelle profondità puzzolenti di quelle bocche... c'erano loro.
I Titani.
Nonché la mia famiglia malata di mente.
Li sentivo muoversi nelle tenebre, come se sapessero di non essere soli, chissà da quanti secoli gli dèi non scendevano qui a salutare. Non che li criticassi per questo.
Le loro prigioni non erano gabbie. Erano ingressi.
Fauci spalancate nella roccia, che scendevano verso l'ignoto. Dovevano condurre a grotte enormi, alcune alte come templi, altre strette come gole, ma tutte... profondissime.
Nessuna luce entrava là dentro. Nemmeno quella del Tartaro, se si poteva chiamare luce quel chiarore malato e livido che colava dalle pareti. Le grotte sembravano assorbire ogni cosa, divorarla. Come se il buio fosse vivo, e affamato.
Quell'oscurità era tutt'altra cosa rispetto a quella che venerava Ecate.
Restai a distanza, stringendo i pugni.
Non riuscivo a guardarle a lungo. Ogni volta che provavo a fissarne una, la vista mi si sfocava e mi sfuggiva un singhiozzo.
Non ero ancora stata lì, avevo vagato per mesi nelle Distese Infrangibili, nella Foresta Nera, il Sentiero degli Echi poi...quello mi aveva fatto quasi impazzire.
La mia prima volta nella prigione significava anche che per uscirne ci avrei messo settimane, o forse qualche mese. Non erano infinite, il che era una buona notizia da quello che aveva detto Annie.
Non mi ero immaginata però che fossero così.
Neanche i mostri si avvicinavano, Cassian non poteva essere qui ma dovevo attraversare le prigioni per andare avanti.
Questa volta il ruggito era più vicino, mi strinsi le mani sulla testa e aspettai tra la prima grotta e la seconda, erano lontane e questa l'unico sollievo.
Volevo arrendermi, onestamente lo volevo sempre arrivata a quel punto ma il mio corpo non me lo permetteva. Le gambe tremavano, ma camminavano.
Il fiato era corto, ma continuavo a respirare.
E allora capii: non ero io a voler andare verso di loro. Era il Tartaro stesso che mi spingeva avanti.
Il vento bollente si alzò e la sabbia mi entrò nei vestiti, i granelli graffiavano come lame e io tentai di frenare il mio corpo, lottai.

𝐋'𝐄𝐫𝐞𝐝𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐋𝐮𝐧𝐚¹ - 𝐏𝐞𝐫𝐜𝐲 𝐉𝐚𝐜𝐤𝐬𝐨𝐧Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora