CAPITOLO 3

22 1 0
                                        

MIRAGE'S POV

L'asfalto che scricchiola sotto le mie scarpe da ginnastica nere. Il sudore scende dalla fronte, mi lambisce il mento e poi svanisce sulla pelle accaldata. Il sole picchia forte, ma non mi pesa. È proprio questa sensazione, cruda e scomoda, a farmi sentire viva. Correre è la mia terapia. Non mi serve la musica: l'ho spenta da un pezzo. Voglio sentire il rumore delle auto lontane, il fruscio degli alberi, il ritmo affannato del mio respiro. 

A ogni falcata lascio indietro pensieri, ansie, fantasmi. Corro per uscire dalla mia testa, non per entrarci. 
Quando intravedo la mia via rallento il passo, poi mi fermo. Mi piego sulle mie ginocchia sfinita, ma allo stesso tempo soddisfatta di aver corso per tre chilometri senza fermarmi. Faccio dei respiri profondi prima di raddrizzarmi e avanzare verso il cancello della mia abitazione. 

Le inferriate si aprono dall'interno. Avanzo a passo svelto, busso due volte e sento dei passi avvicinarsi. Ad aprirmi c'è mia madre cheindossa dei semplici jeans blu e una maglietta bianca con su scritto "Best mom ever" che le abbiamo regalato io e papà quando avevo dieci anni per la festa della mamma.

<<Tesoro, non capisco perché ti ostini a correre così tanto>>

Mi rimprovera con tono affettuoso.

<<Lo sai che mi piace>>

Le rispondo entrando in casa.

<<Vuoi che ti prepari qualcosa mentre ti vai a fare una doccia che puzzi?>>

Sorrido.

<<Non sei divertente. Comunque una spremuta d'arancia e un po' dei tuoi biscotti al cioccolato sarebbero perfetti>>

Le dico dirigendomi a passo svelto verso la mia stanza al piano di sopra. Appena dentro la mia camera dalle pareti color lilla, mi siedo sul mio letto pieno di cuscini per togliermi le scarpe da ginnastica, la mia maglietta arancione fluo e i mie pantaloncini neri. Resto nuda per un attimo, poi mi avvio verso il bagno.

Prima di entrare nella doccia mi soffermo di fronte allo specchio per vedere le condizioni in cui verto: il mio viso è tutto arrossato, i miei capelli corvini sono in disordine e le mie labbra sono così rosse che potrei passare per un clown stanco a fine giornata. Solo i miei occhi grandi si salvano dalla mia condizione attuale. Lancio un'ultima occhiata al mio riflesso, poi entro nella doccia sciogliendo la mia folta chioma scura, che si libera accarezzandomi le spalle e la schiena nuda. Mi lavo da capo a piedi, compresi i capelli, e una volta che sono fuori mi sento rinata. Non so se sono pronta ad affrontare il mondo, ma almeno non puzzo più come una capra.

Lo stomaco che brontola mi ricorda che ho una merenda in sospeso.

Mi infilo, quindi, un paio di pantaloncini grigi che mi arrivano al ginocchio e una maglietta bianca aderente che lascia scoperto il mio ombelico per poi avviarmi verso la cucina.

Entrando nella stanza, trovo mia madre seduta al piano della cucina, intenta a leggere una lettera. All'inizio non ci faccio tanto caso, perché vengo immediatamente attratta dalla vista invitante della mia merenda, che afferro al volo. Dopo un paio di morsi, tuttavia, non posso ignorare il suo sguardo concentrato.

<<Cos'è?>>

Chiedo con la bocca piena di biscotti.

<<Quante volte ti ho detto di non abbuffarti? Il cibo non scappa>>

Mi rimprovera cercando di trattenere un sorriso divertito.

«Ricordi quando da piccola, se non mangiavo subito, tu e papà mi facevate sparire il piatto in un lampo? Altro che pedagogia! Ora non puoi lamentarti se divoro tutto prima che qualcuno me lo rubi.»

Ribatto, drizzando la schiena con aria superba.

<<Non puoi continuare a tirare fuori questa storia>>

<<Va bene, va bene. Comunque, che leggi?>>

<<È una lettera d'invito a una festa di beneficenza>>

<<E da chi? Quando? E chi è che manda ancora le lettere quando esistono le email>>

<<La famiglia Evans e sono sicura che ad aver avuto quest'idea sia stata proprio Chantel>>

Afferma mia madre scuotendo leggermente la testa con un sorriso a fior di labbra.

La guardo perplessa, non capendo

<<La famiglia Evans? Chantel? Ma non erano spariti? Da dove saltano fuori adesso?>>

Chiedo, ricordando che da un giorno all'altro sia Cole che Micòl non erano più venuti a scuola e che della loro famiglia non si è più saputo niente da quel giorno.

<<A quanto pare sono ritornati. E sembrano decisi a riprendersi la scena>>

<<Già...>>

Rispondo, abbassando lo sguardo e masticando piano.

<<Comunque, non vedo perché non dovremmo andare>>

Aggiunge mia madre sollevando le spalle.

<<COOOSA?>>

Quasi sputo il biscotto.

<<Che c'è, qual è il problema?>>

<<Ci sarà tutta la città! Non ho nessuna voglia di rivedere tutti i miei compagni di scuola tutti insieme>>

<<Non devi per forza parlare con loro>>

<<Non è quello. È che molti di loro sono falsi, compresa Chantel>>

<<Mirage>>

<<Lo sai anche tu che è vero. Si vanta di tutto e parla come se tutto le fosse dovuto. Sarà pure la donna più ricca in città, ma dentro è vuota>>

<<Mirage, non puoi dire una cosa del genere. È da maleducati e irrispettosi>>

<<Va bene, ma sappi che non avrei problemi a dirglielo in faccia>>

Rispondo non pentendomi comunque della mia constatazione. Mamma scuote la testa arrendevolmente.

<<Comunque l'idea di passare tutta la serata in mezzo a tutte quelle persone false proprio non mi va>>

Sbuffo mordendo un altro biscotto.

<<Non sono tutti falsi>>

<<Ma la maggior parte sì>>

<<Comunque ne parlerò con papà e poi vedremo>>

<<Lo sai che papà odia queste cose>>

Mi lego i capelli in una crocchia improvvisata.

<<Tesoro mio, noi non andremo lì per divertirci. È una raccolta fondi per beneficenza>>

<<Si, si, certo...>>

Rispondo annoiata per poi aggiungere

<<Ma tu oggi non lavori?>>

<<Oggi no. Ho ferie fino a lunedì>>

<<Come fanno i chirurghi ad andare in pausa?>>

<<Non siamo macchine, tesoro>>

Si alza, appoggiando le mani curate sul tavolo e se ne va, lasciandomi sola nella cucina invasa dalla luce.

FATEDove le storie prendono vita. Scoprilo ora