CAPITOLO 40

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COLE'S POV
<<Bene ragazzi, alla prossima lezione>>

La porta si richiude alle spalle dell'istruttore e il rumore dei suoi passi svanisce, lasciando dietro di sé soltanto l'odore acre del sudore e il battito pesante dei nostri respiri. Nella sala aleggia una quiete tesa, come se i muri stessi trattenessero l'eco della fatica appena consumata. Mi piego verso il borsone, afferro l'asciugamano e lo passo sulla fronte. Il tessuto raschia la pelle, ma il calore mi resta addosso, ostinato, come un fuoco che arde sotto la carne e rifiuta di spegnersi.

<<Allora...>>

La voce di Micòl rompe la quiete. Si siede accanto a me con la sua solita aria indagatrice. Le lancio un'occhiata stanca, già infastidito.

<<Come mai non vieni più a mensa?>>
<<Non mi pare che non ci vengo per niente>>
<<Beh, una volta sì e dieci no. Che succede?>>
<<Non ho voglia di stare a mensa>>

Mi alzo dalla panca, già pronto ad andarmene.

<<Aspetta un attimo, non ti scaldare così facilmente >>

Sbuffo, ma torno a sedermi. Appoggio stancamente la testa al muro freddo dietro di me.

<<Stai cercando di evitare qualcuno?>>
<<Qualcuno come?>>
<<Mirage?>>

Il suo nome scivola nell'aria e mi colpisce allo stomaco. Distolgo lo sguardo, ma è inutile: lei ha già capito.

<<È lei, vero?>>

<<E anche se fosse?>>

«Nulla, solo che di solito sono gli altri ad evitare te, non il contrario. È successo qualcosa?»

<<Niente>>

Lo dico secco, anche se nella mia testa l'immagine riaffiora con violenza: il suo viso a pochi centimetri dal mio, il suo respiro che mi sfiorava la pelle, le sue labbra che sembravano voler dire tutto e poi il vuoto, la fuga.

<<Niente? Uno non evita una persona per niente e poi da quando ti stai nascondendo come un topo, sembri più cupo e più irascibile del solito>>

La fulmino con lo sguardo.

<<Non è che se non parlo più con lei è la fine del mondo e poi sono sempre stato così>>

Mi rialzo di scatto, diretto all'uscita, ma appena apro la porta mi ritrovo davanti mio padre.

<<Pensavo vi foste dimenticati di uscire da quella stanza>>

Il suo sguardo mi trapassa come una lama. Rimango immobile, sperando che non abbia deciso di trascinarmi in uno dei suoi "affari".

<<Volevo pranzare tutti insieme, quindi fatevi trovare pronti in poco meno di mezz'ora>>
Dice serio prima di voltarsi e dirigersi nel verso opposto.
<<Pranzare insieme>>

Ripeto a bassa voce, con un sarcasmo che mi brucia la gola. Ha sempre avuto questa ossessione per il pranzo in famiglia, come se potesse incollare i pezzi di un quadro già infranto.

Torno in camera, prendo il telefono e sblocco lo schermo. C'è un messaggio da Alexander:

Alex[12:51]: Prossima settimana c'è una festa e noi ci andremo per divertirci un po'. Per quello che patiamo per i sentimenti direi che il minimo sarebbe una festa per staccare

Sorrido amaramente. Non ho alcuna voglia di partecipare a una di quelle feste dove la gente si sfoga con l'alcol e si annulla nel caos, perciò lascio il messaggio senza risposta.

In bagno, il vapore mi avvolge mentre l'acqua bollente mi cade addosso. Ogni goccia scivola lungo la pelle come se volesse strapparmi via il peso di questi giorni, eppure il nodo dentro al petto rimane. Vivo ancora in apnea.

Dopo essermi rivestito, scendo per raggiungere i miei genitori. Come sempre, quando c'è lui, mia madre è impeccabile: elegante, truccata fino all'inverosimile, ma nonostante tutto, lui non la guarda più da anni come un tempo.

Mi siedo e un brivido mi corre lungo la schiena quando mi accorgo che Micòl non è ancora arrivata. Ogni suo ritardo è come una miccia che arde, basta poco perché mio padre esploda e lei, con il suo carattere infuocato, non fa che alimentarlo. Il silenzio si tende e i secondi diventano pesanti, scivolano lenti nello stomaco come macigni. Quando la porta finalmente si apre e Micòl entra con passo sicuro e sprezzante, la tensione non scompare ma si allenta appena.

Appena si siede, i domestici iniziano a servirci in un silenzio quasi religioso, quasi spaventato. Persino il tintinnio delle posate sembra fuori posto.

<<Bene ragazzi, spero che a scuola vada tutto bene e che siate i migliori>>
Ci dice nostro padre nell'attesa che io risponda.
<<Sì, va tutto bene>>
<<Bene. Voglio avere due figli che siano il massimo in tutto, quindi non mi deludete>>

Il suo tono è calmo, ma io so bene cosa c'è sotto: vuole specchiarsi nel nostro successo, nel nostro controllo. Noi siamo suoi trofei, non figli.

Mangiamo immersi in un gelo che nessun piatto caldo può sciogliere. Nessuna risata, nessuna parola spontanea. Solo il suono delle nostre posate a contatto con i piatti spezza il silenzio della stanza.

Dopo il pasto, come sempre, sono costretto a suonare il pianoforte. Le dita scorrono sui tasti e riempiono la sala di note che non sento davvero.

<<Non c'è competizione con Cole>>

Commenta soddisfatto mio padre, rivolto a mia madre.

 Non riesco a vederli perché sono di spalle, ma sono certo che mio padre abbia allentato la cravatta.
<<Chantèl che dici se andiamo in camera?>>
Domanda dopo un po' mio padre. 

Le mie dita si bloccano sui tasti prima che io sia in grado di voltarmi e vedere l'espressione terrorizzata di mia madre.
<<S-sì>>
Dice lei, scoprendo la sua dentatura perfetta.
<<Bene ragazzi, io e vostra madre ci congediamo>>
E con questo si alza aiutando nostra madre e posa poi il suo braccio allenato intorno alla vita di lei.
Una volta che si sono allontanati, Micòl inizia a parlare:
<<Anche se non sopporto Chantèl, odio vedere il modo in cui ha paura di nostro padre>>

Si massaggia le tempie. Io resto fermo al piano, lo sguardo perso sulle mie mani. So bene che ogni volta che loro due si chiudono in camera, nostra madre ne esce diversa: graffi sul corpo, un sorriso spezzato. Non voglio immaginare altro.

<<Vorrei veramente avere una famiglia normale>>

"Anch'io" vorrei dirle, ma rimango in silenzio a osservare le mie dita sulla tastiera del piano, mentre lei abbandona la sala.

FATEDove le storie prendono vita. Scoprilo ora