CAPITOLO 65

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MIRAGE'S POV

<<Tesoro, oggi è brutto tempo, prendi la macchina>>

<<Lo sai che non mi piace guidare>>

<<Lo so, ma voglio che tu lo faccia>>

Sbuffo piano, affondo un cucchiaio nei cereali ormai molli.

<<Fallo per me>>, aggiunge mia madre, afferrandomi la mano libera.

<<Va bene>>mormoro.

Mi guarda ancora, esitante.

<<Non parli più di Dafne da un po' e per il tuo compleanno non hai invitato nessuno a casa, nemmeno lei>>

<<Perché non mi andava di festeggiare e nemmeno di farlo sapere a tutti>>

A tutti, poi. Non ho nemmeno così tanti amici, penso, continuando a mangiare con un certo disinteresse.

<<Oggi starò a casa>>,dice.

<<Davvero?>> le chiedo, sorpresa e felice.

<<Sì, ma per tutta questa settimana dovrò lavorare fino a tardi>>

<<Ecco dove sta la truffa>>

Finita la colazione, mi ritiro nella mia stanza per sistemarmi e preparare lo zaino. Chiudo la porta dietro di me e il silenzio familiare mi avvolge: l'odore dei vestiti piegati, dei libri e del profumo di casa mi accompagna, ma non basta a fermare il groppo che sento nello stomaco.

Mi specchio un attimo, aggiusto i capelli e provo a raddrizzare la postura, come se il riflesso potesse darmi un po' di coraggio. Poi scendo di nuovo in cucina, salutando mia madre:

«Ciao mamma, a dopo.»
«Divertiti», risponde, con un sorriso leggermente teso che tradisce preoccupazione.

Annuisco, cercando di far sembrare tutto normale, ma appena salgo in macchina il senso di delusione mi assale. Solo Arthur si è ricordato di farmi gli auguri. Dafne, invece, ha aspettato il giorno dopo, giustificandosi con la scusa di essere stata invitata a una festa di Capodanno e di essersi ubriacata.

Il suo messaggio tardivo mi ha lasciato un retrogusto amaro. È passato del tempo da quando il nostro rapporto si è incrinato e ormai non riesco più a riconoscere la Dafne di un tempo. Eppure, quella mancanza di attenzione mi colpisce comunque, scavando un piccolo solco di tristezza che si mescola al freddo della mattina.

Quando arrivo nei pressi della scuola, resto sorpresa nel trovare subito parcheggio. Con una giornata così fredda e grigia, mi aspettavo che tutti gli spazi fossero occupati e invece riesco a sistemare la macchina senza troppi problemi. Scendo, il freddo pungente che mi entra nelle mani scoperte e sistemo lo zaino sulle spalle prima di dirigermi verso il solito gruppetto.

Mentre avanzo, li osservo con una certa familiarità e stavolta li saluto con un timido cenno: i ragazzi ricambiano con piccoli sorrisi e cenni rapidi. Sto per proseguire verso le ragazze, pronta a unirmi a loro, quando Alexander si interrompe: «Venite un attimo, devo dirvi una cosa», dice, facendo un gesto agli altri due ragazzi perché lo seguano. In realtà, noto subito il suo vero intento: vuole lasciare soli, Cole e me.

Cole è seduto sul muretto, una sigaretta tra le dita. Pensavo avesse smesso da tempo. Lo osservo per un momento e capisco che qualcosa lo deve preoccupare se ha ripreso a fumare.

Mentre Alexander e gli altri si allontanano, noto l'occhiolino che lancia a Cole, un gesto breve ma carico di complicità.

«Hai ripreso a fumare?» gli chiedo, cercando di mascherare la preoccupazione.
«Stress», risponde e i suoi occhi stanchi tradiscono settimane di tensione. Le occhiaie violacee e i capelli spettinati parlano più di qualsiasi parola: Cole sembra portarsi addosso un peso invisibile e non posso fare a meno di notarlo.

FATEDove le storie prendono vita. Scoprilo ora