COLE'S POV
Non sapere cosa tormenta Mirage mi getta in uno stato di inquietudine che non riesco a scrollarmi di dosso. Quel sorriso — largo, forzato, quasi tirato — è stato come un muro invisibile tra noi. Un modo elegante per dirmi: non adesso, non chiedermi nulla.
Eppure, nei suoi occhi ho visto quella luce vacillare.
È bastato uno sguardo per capire che qualcosa dentro di lei si è incrinato e il fatto di non poterla raggiungere mi fa male.
Ogni parte di me vorrebbe stringerla, spingerla a parlarmi, ma conosco abbastanza Mirage da sapere che la pressione la farebbe solo chiudere ancora di più.
Così, anche se mi costa, scelgo di lasciarle spazio.
A volte amare qualcuno significa proprio questo: restare un passo indietro, pronti a tendere la mano, ma senza costringerlo a prenderla.
Lungo il tragitto verso casa, il pensiero di lei non mi abbandona.
Rivedo la curva delle sue labbra quando cerca di nascondere la tristezza dietro un sorriso, il modo in cui si torce una ciocca di capelli quando è nervosa.
Vorrei che si fidasse abbastanza da lasciarmi entrare in quel labirinto che tiene dentro, ma forse non è ancora il momento.
Quando varco la soglia di casa, il brusio mi riporta alla realtà. L'aria è tesa, carica di movimenti e rumori metallici. I domestici si muovono come formiche impazzite, portando vassoi e sistemando tovaglie, ma non vedo Margaret ad accogliermi come al solito.
<<Papà sta tornando>>, mi annuncia Micòl, comparsa improvvisamente dalla sala.
<<Cosa?>> chiedo incredulo, rivolgendomi a lei.
Ho perso il conto di quante settimane siano passate dall'ultima volta che nostro padre è stato in casa. Come sempre, io e mia sorella non siamo stati avvisati, ma sicuramente si tratta di questioni di affari.
<<I nostri giorni di felicità e libertà termineranno stasera>>, dice lei, appoggiandosi con noncuranza allo stipite della porta. Il tono è ironico, ma dietro quella battuta c'è una rassegnazione che mi pesa sul petto.
Dopo l'ultima sfuriata, papà mi ha completamente ignorato. Da allora, ho aspettato un segnale, qualsiasi cosa che indicasse che forse qualcosa tra noi si potesse aggiustare.
Forse, con il suo ritorno, avrò una risposta — anche se non sono sicuro di volerla.
<<Comunque non ho mai capito cosa sia successo tra te e papà>>
<<Se ti può consolare, non l'ho capito neanch'io>>
<<Ragazzi>>
Veniamo interrotti dalla voce calma e fluida di nostra madre con la quale non abbiamo avuto contatti dal giorno in cui nostro padre è scomparso. È di nuovo davanti a noi, fasciata in un tubino verde smeraldo e il viso truccato come se non fosse sparita anche lei per settimane.
Almeno io e Micòl abbiamo avuto la possibilità di cenare in pace e di vivere la nostra vita da adolescenti senza pressioni.
<<Vostro padre sta per tornare e spero che tu, Cole, riesca a imparare il nuovo brano che ti ho lasciato sul pianoforte entro stasera, dovrai essere impeccabile. Anzi, entrambi dovrete essere impeccabili, quindi fatevi trovare pronti per le sette e cinquantacinque>>
Non un saluto, non una domanda su come stiamo. Solo ordini, impartiti con la solita freddezza.
La guardo allontanarsi, i tacchi che risuonano lungo il corridoio come un metronomo perfetto.
<<Che sorpresa, mamma che ricompare solo per impartirci ordini. Devo dirti che non mi era mancata e sono felice di non essere io quella che più le assomiglia dei due>>
<<Almeno non sono la fotocopia di nostro padre>>
Ribatto, per poi dirigermi verso il piano nella sala che non tocco da diverso tempo per via dei miei vari impegni.
<<Ce la farai?>> chiede Micòl, studiandomi.
<<Sì>>, rispondo convinto, anche se sento il peso dell'attesa schiacciarmi le spalle.
<<Auguri allora>>
Mi saluta voltandosi e dirigendosi molto probabilmente verso la sua stanza.
Le ore successive si consumano tra le note e il ticchettio dell'orologio. Mi alleno finché le dita non iniziano a bruciarmi, finché il corpo non reclama riposo. Quando finalmente salgo in camera, ogni muscolo sembra pesarmi il doppio.
Vorrei solo dormire, ma la voce di mia madre riecheggia già nella mia mente: devi essere impeccabile, Cole.
Così, studio ancora per un' altra ora.
Quando ormai mi rendo conto di sapere le note a memoria, mi infilo nella doccia, dove l'acqua tiepida scorre sulla mia pelle concedendomi un sollievo temporaneo. Poi indosso uno dei completi che mio padre mi ha regalato per il diciottesimo: taglio preciso, tessuto costoso, ma dentro mi sento più prigioniero che elegante.
Quando scendo, Micòl è pronta. Il suo tailleur bianco le dona un'aria adulta, quasi distante.
<<Sei già pronto? Non ci credo>>, dice ridacchiando e per un attimo rivedo la sorella di sempre, quella che riesce a sdrammatizzare su tutto.
Alle sette e cinquantacinque, come ordinato, nostra madre ci convoca. Mi fa cenno di iniziare a suonare e dopo pochi minuti varca la soglia nostro padre.
Una strana sensazione allo stomaco mi attanaglia, ma subito dopo passa e riesco quindi a rilassarmi.
<<Quanto mi siete mancati, figli miei>>, dice con un sorriso che non riesco a decifrare.
<<E che bel brano Cole. Forza, unisciti a noi>>
Aspetto il momento giusto per interrompere, poi mi alzo e lo raggiungo.
A tavola, la tensione cresce. Papà non si perde in chiacchiere, ma lancia una domanda che ci lascia entrambi interdetti, Micòl ed io.
<<Immagino che vi stiate ancora vedendo con le persone di cui vi siete innamorati.
Come va?>>
Entrambi rimaniamo in silenzio come aspettandoci che da un momento all'altro ci dica che sta scherzando.
<<Dai, ragazzi, non fate i timidi. Micòl, come va con Alexander?>>
Lei balbetta un <<Bene>> incerto.
<<Lo spero tanto o lo farò fuori in men che non si dica>>
E poi scoppia in una grassa risata che lascia di stucco sia me che Micòl, che ci guardiamo come per assicurarci di star assistendo alla stessa scena. Soprattutto perché l'ultima volta che ha riso così eravamo ancora bambini.
<<Spero non abbiate ancora fatto sesso>>
Prosegue poi, provocando un forte rossore sul viso di mia sorella.
Di solito non è una persona che avampa facilmente, ma con questa domanda nostro padre è riuscito a destabilizzarla ancora di più.
<<N-no, non abbiamo fatto niente>>
<<Bene, perché tu dovrai rimanere vergine fino al matrimonio come ti ho sempre insegnato>>
Lei annuisce.
<<Tu e...come si chiamava, Mirage, sì, tu e Mirage invece avete fatto sesso, spero. Che te ne fai di una che non ti presta servizi>>
Sono sul punto di alzarmi di scatto e piantargli un pugno in faccia, ma decido di trattenermi.
<<Non è una ragazza qualunque>>
Rispondo, distogliendo lo sguardo dai suoi occhi taglienti.
<<È bella tosta questa ragazza eh, proprio come piace a te. Come va a scuola invece?>>
Prosegue, poi come se non mi avesse sentito.
Le spalle di Micòl si rilassano e di conseguenza anche le mie, ma per il resto della cena rimango circospetto non fidandomi dello strano comportamento di nostro padre.
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FATE
RomanceDopo un anno lontani da tutto, Micòl e Cole tornano nella loro città natale. Credevano che la fuga avrebbe messo fine alle loro paure, che il passato sarebbe rimasto indietro, ma certi fantasmi trovano sempre la strada di casa. Ricominciare non è se...
