MIRAGE'S POV
<<Mamma, oggi prendo la macchina>>
Lo dico con la bocca ancora piena di biscotti al cioccolato.
<<Davvero?>>
Mi chiede sorpresa, staccando lo sguardo dal cellulare, che solitamente usa per controllare se ci sono problemi al lavoro.
<<Già, oggi piove sicuro e poi devo passare a prendere Dafne>>
<<Bello sapere che io e tuo padre non abbiamo sprecato soldi nel comprarti una macchina. Ti ricordi ancora come si fa?>>
<<Certo che sì>>
<<Vai piano, rispetta i semafori e...>>
Il suo elenco di regole scivola in sottofondo, un mormorio familiare che mi accompagna mentre la mia mente prende altre strade. Oggi c’è il test di matematica: la materia che amo e che odio, che mi fa sentire viva quando capisco e mi schiaccia quando sbaglio. Ho passato la notte in bianco tra formule e fogli spiegazzati. Ora, sotto la pelle, mi scorre un’agitazione che cerco invano di nascondere.
<<Quindi hai capito Mirage?>>
<<Certo>>
Le dico, alzandomi per posare la tazza nel lavello.
«Per pranzo ci siete?» chiedo, già conoscendo la risposta. Forse è solo un tentativo maldestro di non sentirmi sola.
«No cara, mi dispiace. Io rientro tardi, papà dovrebbe esserci a cena.»
Mi risponde con sguardo realmente dispiaciuto.
<<Mi dispiace tanto che non siamo così presenti>>
Le dico di non preoccuparsi, dal momento che so quanto il lavoro sia importante per entrambi.
Lo dico con sincerità, perché so quanto ha lottato per essere dove si trova. Notti insonni, pianti nascosti, mille lavori per permettersi l’università. Non posso farle pesare nulla: è il suo sogno e io non voglio essere il peso che lo frena.
Le poso un bacio sulla tempia prima di uscire.
Fuori, il vento mi colpisce come uno schiaffo. Il cielo è grigio, denso e già pregusto la pioggia che cadrà. Amo quel suono, quella promessa di pulizia che solo i temporali sanno mantenere.
Salgo in macchina e resto qualche minuto immobile. Le mani sul volante tremano appena, come se stessi toccando un ricordo troppo vecchio. Non guido spesso, preferisco sentire i passi sotto i piedi, ma oggi non posso farne a meno. Ingrano la marcia e, con mia sorpresa, riesco a uscire dal vialetto senza errori.
Dopo pochi minuti arrivo davanti a casa di Dafne. È lì, in piedi sul marciapiede. Il vento le scompiglia i capelli e sotto il trucco intravedo occhiaie scure, che nessun fondotinta è riuscito a cancellare.
<<Ciao Dafne>>
La saluto con un largo sorriso nella speranza di riuscire, per la fine della giornata, a farla sorridere.
<<Ciao>>
Risponde piano, senza il suo solito entusiasmo.
Accendo la radio, lasciando che la musica riempia il silenzio. Ci accompagna fino a scuola, dove parcheggio lontano dall’ingresso.
Scendiamo insieme e ci avviamo verso l'ingresso. Come al solito c'è Cole seduto al muretto, ma stavolta sta parlando con Alexander. Passando, gli lancio un'occhiata che però non viene ricambiata. Anzi, sembra proprio che non mi abbia notata. Mi aspettavo il solito sguardo di sfida o almeno un cenno, ma niente.
<<Ciao ragazze >>
Ci saluta Micòl con la sua solita allegria.
<<Ciao>>
Rispondiamo all'unisono io e Dafne, mentre le altre riprendono il discorso di prima.
Poi restiamo in silenzio, ascoltando le altre parlare come se le loro parole fossero bolle di sapone che scoppiano senza lasciar traccia. Dafne, però, continua a lanciare occhiate ad Alexander, che non sembra neanche accorgersi di lei, troppo preso a ridere con Cole.
Quando la campanella ci richiama all’ordine, ci muoviamo verso le aule.
<<Hai studiato per la verifica?>>
Le chiedo mentre entriamo dentro.
<<Quale verifica?>>
Il suo sguardo sbigottito è il primo lampo di vita che vedo sul suo volto da stamattina.
<<Di matematica >>
<<Cazzo… non ci avevo pensato.» Si passa una mano sulla fronte, sconsolata. «Prenderò un altro votaccio.>>
<<Se riesco ti aiuto >>
<<Lo sai che il prof preferisce staccarci>>
Annuisco, sapendo che ha ragione. Un’altra sconfitta che si aggiungerà al peso che già si porta addosso.
Entriamo in aula. Il mio sguardo, come se fosse attratto da un magnete, cade subito su di lui: Cole. È seduto accanto a un amico, la testa leggermente china, la mascella rilassata. Distolgo subito gli occhi, come se mi fossi scottata.
Mi siedo vicino a Dafne nella vana speranza che questa volta l'insegnante non ci separi.
<<Speriamo non ci sposti>>
Dice, raccogliendo la sua folta chioma riccioluta in una coda alta.
<<Buongiorno>>
Ci saluta l'insegnante entrando in aula con il suo solito cipiglio severo.
<<Spero vi siate ricordati della verifica>>
Dice, sistemando le sue cose sulla cattedra prima di tirare fuori dei fogli.
<<Sono tre pagine di foglio e avete due ore massimo>>
Poi, scorrendo lo sguardo tra i banchi, dice:
<<Signorina Hilma si sieda vicino al signorino Ezra>>
Quando pensavamo che si fosse scordato di spostare me e Dafne il suo sguardo si posa su di noi.
<<Signorina Mirage, si sieda vicino al signorino Cole>>
Il mondo sembra crollarmi addosso. Dafne mi lancia uno sguardo triste, ma non basta. Raccolgo le mie cose e mi siedo accanto all’unica persona che non volevo vicino.
Lui non si gira, non dice nulla, resta immobile, lo sguardo fisso davanti a sé, come se io non esistessi e questa cosa mi brucia. Perfino l’indifferenza pesa più dell’odio.
A quanto pare non sono l'unica che non è soddisfatta del cambiamento, ma l'educazione almeno ce l'ho.
Penso, mentre decido di smettere di guardarlo.
<<Ora possiamo procedere>>
Annuncia il professore, passando tra i banchi per distribuire le verifiche.
Quando tutti hanno il foglio, ci dà il via.
Sicura di potercela fare mi metto a fare gli esercizi, ma pagina dopo pagina, le lettere e i numeri si confondono, diventando un groviglio incomprensibile.
Il respiro accelera, i piedi mi tremano e battono nervosi contro il pavimento. Andrà tutto bene. Andrà tutto bene.
Alzo lo sguardo, in cerca d’aria e lo trovo intento a fissarmi.
Distolgo subito gli occhi, ma il cuore ha già fatto una capriola che mi lascia senza fiato. Non deve vedere la mia paura, non deve capirla. Stringo la penna più forte e mi costringo a ricominciare.
Le due ore passano lentissime, l'orologio sulla parete sembra prendersi gioco di me.
Alla fine riesco a completare solo metà degli esercizi.
Quando suona la campanella, il professore passa tra i banchi per raccogliere le verifiche, senza guardare in faccia nessuno.
<<Com'è andata?>>
Mi domanda Dafne raggiungendomi con uno sguardo meno spento di prima.
<<Spero bene>> mento, pur sapendo che il disastro è lì, nero su bianco.
<<Certo, sei sempre brava tu>>
Mi incoraggia, per poi proseguire:
<<Io invece mi sono salvata solo perché una ragazza accanto a me mi ha dato una mano.>>
Annuisco, restituendole un sorriso. Non voglio che il mio fallimento si aggiunga ai suoi. Ma dentro di me, so che quella verifica mi ha lasciato più ferite che risultati.
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FATE
Roman d'amourDopo un anno lontani da tutto, Micòl e Cole tornano nella loro città natale. Credevano che la fuga avrebbe messo fine alle loro paure, che il passato sarebbe rimasto indietro, ma certi fantasmi trovano sempre la strada di casa. Ricominciare non è se...
